Luigi Nacci.
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Trieste selvatica.
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2019. Giuseppe Laterza & Figli Editori, BARI
ISBN 978-88-581-3616-4.
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         Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
                      Fondazione Ezio Galiano onlus
                          http:\\www.galiano.it
                 ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Presentazione.
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Trieste  la citt di Maria Teresa, di Miramare, di Sissi, delle regate, dei caff. Tutto vero. Ma c' un'altra citt: quella di Joyce e di chi, come
lui, trascorreva le notti in locali malfamati, in mezzo alla calca umana giunta per cercare fortuna in una metropoli che fino a poco tempo prima era stata un anonimo villaggio. C'era e c' ancora una Trieste di vicoli, di personaggi al limite tra genio e follia. C' il Carso, non corpo separato, ma parte integrante della citt: labirinto di sassi, boscaglie, doline, foibe, trincee. Ci sono boschi e foreste sterminate, luoghi in cui si  combattuto, ci si  vendicati spietatamente, si sono nascoste prove di stragi feroci, e allo stesso tempo rifugi per vagabondi pacifici, viandanti senza bandiera che non conoscono l'odio. Il selvatico batte alle porte del centro.  una forza selvaggia e liberatoria. Siamo disposti a conoscerla?
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L'autore.
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Luigi Nacci, nato nel 1978 a Trieste,  poeta e scrittore. Dopo alcuni volumi diversi ha pubblicato in prosa Alzati e cammina (Ediciclo 2014, premio L'Albatros-citt di Palestrina e la Lettura di viaggio) e Vindanza. Il cammino come educazione sentimentale (Laterza 2016).
Per Ediciclo dirige la collana La biblioteca del viandante. Si occupa da molti anni di Trieste, del Carso e delle terre che li circondano. Lo fa nelle biblioteche e sui sentieri, camminando da solo e in gruppo (compagnia dei cammini e Rolling Claps). La Viandanza, parola che ha messo al centro della sua ricerca di uomo e autore,  per lui un modo di tenere insieme la parte sedentaria e quella nomade. 
Il suo blog : www.nacciluigi.wordpress.com.
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Di s dice:
Sono nato nel 1978 a Trieste. Mi sono laureato in Lettere, ho insegnato nelle scuole, ho smesso e ora insegno di nuovo, ho pubblicato dei libri in versi e in prosa, ho fatto loperatore culturale curando rassegne in giro per lItalia e sono diventato giornalista. Sono diventato poi guida naturalistica, anche se non ho la formazione del naturalista. Mi sento di pi uno che interroga il paesaggio e dal paesaggio si fa interrogare.
 Sono curioso.  questa curiosit che mi ha spinto nel 2006 sul Cammino di Santiago, ed  l che si colloca uno spartiacque nella mia vita. Ho scoperto che la poesia e il cammino non sono cos distanti tra di loro, anzi, sono vicinissimi: entrambi hanno alla base il ritmo, il raccoglimento, la ricerca di un senso profondo nelle nostre vite. Cos ho iniziato a camminare sulle tante strade che portano a Santiago e a Roma, e poi nelle mie terre, quelle che preferisco definire, con una parola sola, Est. Amo andare fuori sentiero, non segnare le vie, non lasciare tracce. Ho messo su The Rolling Claps, un gruppo che si occupa di riscoprire le antiche vie, ho fondato assieme ad altri lassociazione Il Movimento Lento per promuovere la cultura della lentezza, ho ideato una festa, il Festival della Viandanza. Questa parola bellissima lho messa al centro della mia ricerca di uomo e di autore.
Tanti anni di esplorazioni nei boschi e nelle biblioteche hanno generato dei libri. Di solito si parte per cercare se stessi e di solito, a meta raggiunta, si finisce per trovare qualcuno che non ci somiglia. Ecco, a me piace non assomigliarmi. Cammino perch, camminando, oppongo lumano al disumano.
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Trieste selvatica.
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Ai miei, a Tiz, e alla memoria di Roberto Bellanova.
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Trieste  una citt molto noiosa. Vivere qui non mi fa n caldo n freddo.
R., studente triestino di prima superiore.
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Non pi dighe, palazzi di banche, castelli di imperatori.
Vorrei dirti di osterie, bordelli, vie in cui gli artisti
si sono mischiati a gente di popolo, pellegrini,
spettri di soldati senza plotone e finalmente uscire dal centro,
spalancare i polmoni in Carso e pi in l, nella selva.
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Nota dell'Autore.
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Nelle zone di confine i luoghi, le cose e le persone hanno pi nomi
a seconda della lingua scelta. Nelle terre che ti appresti a esplorare, l'uso di una lingua a scapito delle altre pu essere considerato un gesto di sopraffazione. Buona norma sarebbe quella di indicare, volta per volta, almeno una traduzione. Cattiva norma sarebbe quella di usare solo una lingua. Nel primo caso la scrittura risulterebbe sovraccarica. Il secondo sarebbe un caso cattivo. Ho scelto dunque la via sentimentale: a volte troverai una traduzione, a volte solo la versione italiana, altre volte solo la slovena, o la croata, o quella in un'ulteriore lingua, in alcuni casi in un dialetto, a seconda della prima parola che mi sia venuta in mente. Cos vanno le cose nella realt da queste parti: si cambia codice come si cambiano le scarpe, si scivola inavvertitamente da un suono all'altro, si scivola molto, si cade, ma quando accade nel corso di una conversazione non gli si d molto peso. Vorrei considerassi questo libro come un discorso fatto a voce, camminando assieme, passandosi la borraccia, dove di certo pu capitare di sbagliare, di essere inesatti, ma nessun errore impedisce al cammino di continuare.
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1. Le case si muovono.

Vorrei dirti, caro lettore: sono nato in Carso tra gli scotani
che fiammeggiano a novembre, partorito in una dolina in
un giorno di bora scura che squassa le rocce e gli spiriti,
da madre slava, padre italiano, e che in me scorre il sangue
impuro di avi germanici e balcanici e levantini. Vorrei dirti
che parlo lingue con grammatiche secolari e dialetti che si
tramandano di bocca in bocca sull'altipiano calcareo, che
sono una inafferrabile creatura mitteleuropea, cielo basso e
sguardo sfuggente, lineamenti duri dell'Est e postura elegante
di marinaio adriatico. Vorrei dirti che se c' un triestino,
un figlio di questa citt senza identit, quello sono io. Ma ti
ingannerei.
Se anche lo facessi, se tentassi di mentirti, molto presto
capiresti che sono solo un povero italiano, cresciuto in un
grattacielo dell'edilizia popolare, periferia proletaria di Trieste,
tra italiani e rom, nemmeno l'ombra di uno slavo, o un
tedesco, nessuna parentela con viaggiatori mitteleuropei,
sangue del Sud il mio, faccia di taralli e ulivi, corpo tarchiato
di contadino senza averne le mani forti, e che mi sono trovato
a nascere in questo limite per caso. S, perch  un limite
quello di cui mi accingo a parlarti. Non una citt, non una
terra, ma l'estrema frontiera di ogni citt e di ogni terra.
Immagina un impero, dirigiti verso le sue propaggini, giorno
dopo giorno, a cavallo, a dorso di mulo, su un carro annerito
dal fumo di carbonaia, in barca e in bicicletta e con ogni
mezzo la sorte ti provveda, infine a piedi, e frmati dinnanzi
alle ultime case. Osservale bene: sono case ma non del tutto,
hanno finestre piccole, come se nessuno dovesse guardarci
dentro, e le porte sono chiuse, non c' vecchio sull'uscio che
osservi passare i treni, perch non ci sono treni, n binari, e
non si sente voce provenire dall'interno. Frmati una notte e
vedrai quelle case spostarsi. Per andare dove?
Credimi, a Trieste le case si spostano per davvero. A volte
responsabile  la bora che viene dalla Porta di Postumia, cuore
di Carniola, Slovenia centrale, valico tra la Selva di Tarnova
e quella del Monte Nevoso. Selve oscure, dove sei costretto a
scendere a patti con l'orso, il lupo, la lince ed il cervo. Tutti e
quattro assieme, non uno di meno, i sovrani con i quali non
puoi negoziare. Anch'essi abitano il limite, ne sono cittadini
fondatori e onorari, nonostante in nessuna guida della citt
si parli di loro. Non  un vento la massa d'aria sferzante che
proviene da laggi. Venti sono i soffi che vengono dal meridione,
scirocco e libeccio, forieri di pioggia, mareggiate, aria
umida che impesta i pensieri. Venticelli sono le brezze, quella
di mare, che ama i mesi caldi e le ore del giorno, e risale l'altipiano
fino alle pendici occidentali del Monte Carso, in Val
Rosandra, o la brezza di terra, che si cala lungo le valli nelle
ore pi cupe della notte. Sono sospiri, poco pi che ansimi.
La bora invece  un dio che non ha fedeli. Non si fa adulare,
non esige tributi, manda in frantumi gli altari di chi fosse
cos ingenuo da dedicarle un tempio. La bora  la voce potente
del limite, un coro di confini che risuona all'unisono e
distrugge le cose vive e le cose morte. Viene da est-nord-est
dicono i meteorologi, dicono anche che a Trieste soffia per
circa ottanta giorni all'anno e che in un anno il suo percorso
supera la lunghezza dell'equatore. Ama i mesi freddi, le ore
notturne ed ha un ciclo cinquantennale. Ora ci troviamo nella
fase discendente, per cui non siamo pi costretti a piombarci
le suole delle scarpe o ad attaccarci ferri da stiro alle caviglie
o arpionarci coi moschettoni alle funi. Qualche volta supera
i 180 km/h, molte volte no.
Ma nessun meteorologo ti dir, caro lettore, che la bora
soffia dalle boccacce storpie delle streghe che vivono in fondo
alle grotte carsiche, soprattutto nessuno ti dir che la bora
 il dio che ci ricorda, con la sua turbolenza imprevedibile,
che i confini esistono solo sulla carta. Ogni frontiera ha un
vento che la assilla. Ogni refolo, prima di aprirci la testa in
due e fare uscire le nostre nevrastenie, ci ricorda che possiamo
disegnare linee sulle mappe e mettere fili spinati nei
boschi, ma non potremo mai dividere in due parti un vento.
Quando non  per la bora, le case si spostano da sole, per
cercare una patria o qualcosa che le assomigli. Qui da noi, lo
sai, le bandiere sono state piantate da tutti. Tanti, nel secolo
scorso, hanno cambiato nazionalit senza avere mai cambiato
letto. Di romanzi e saggi che narrano questa schizofrenia ne
hai in quantit, non altrettanti che descrivano con minuzia
la millimetrica e quotidiana migrazione delle case. In citt
non lo noterai, perch le case del centro si sono imborghesite,
facciate liberty o neoclassiche, segno dell'opulenza della
Trieste nuova, edifici che non hanno intenzione di perdere
il proprio potere. Restano nel salotto buono, godono nel vedere
gli uomini consumarsi nel rito dell'aperitivo tra piazza
Unit e Ponterosso, ascoltando gli assoli dei cantanti lirici del
Teatro Verdi. Sono case figlie della citt ricca, sono squadrate
e pulite, austroungariche, si compiacciono di ospitare caff
storici e negozi di abiti firmati. Sono case immobili.
Immobili, salde, con fondamenta come radici sono le case
dei villaggi del Carso, ma per altre ragioni. Pietra per tirare su
i muri, lastre di pietra per i tetti, pietra per il grande focolare
attorno al quale riunirsi e pietra per i portali sui quali venivano
scalpellati i nomi degli sposi, pietra per il pozzo. Case
spartane che resistono, nelle quali vivono le stesse famiglie
anche da centinaia di anni. Sloveni tutti o quasi, gli abitanti
del Carso. Di generazione in generazione si sono trasmessi
le pietre. Sono case che non migrano perch affermano un'identit
granitica. Il minimo spostamento rischierebbe di far
spazio ad altri.
Ma ci sono altre case, fuori dai borghi abitati, l dove comincia
il bosco e i cinghiali scavano con foga rivoltando le
zolle, i cartelli del vecchio confine arrugginiscono stritolati
dall'edera e dalla vitalba. Pochissimi ci passano, di rado si
soffermano ad osservarle. Non ne misurano il perimetro e la
distanza dalla linea immaginaria di frontiera. Sono camminatori
della domenica, sono soprappensiero. Eppure sono
quelle le case che ci parlano di un'altra Trieste. Sono abitate
da ghiri, caprioli, civette, i ginepri le colonizzano, le zecche
le infestano e di notte, con la bora, puoi sentire le voci di
chi vi abitava o di chi, a pochi passi da l, ha combattuto in
una guerra, la Prima, la Seconda guerra mondiale, o ha pianificato
attentati, ha elaborato fughe, si  mimetizzato nella
vegetazione per non farsi rastrellare, ha gettato altri uomini
negli abissi o l giace, dopo esservi stato gettato. Sono case
che migrano per dimenticare, per cercare pace. Non sono
stregate, semmai stregano.
C' un'altra Trieste. Diversa da quella che ti hanno raccontato.
Poco a che vedere con Maria Teresa, le regate veliche, i
moli audaci che si incuneano nel mare con un misto di boria
e imponenza, le piazze affacciate sulla linea di orizzonte e
l'aroma di caff che ti inebria le narici. Non c'entra con Sissi
o il castello di Miramar. Il luogo di cui vorrei parlarti  una
citt e non lo .  qualcosa che sta sul limite tra centro e
periferia, periferia e bosco, bosco e foresta, Italia e Slovenia
e Slovenia e Croazia, Ovest ed Est, tra domestico e ignoto. Ti
ci porter, per pazienta. Cercare il selvatico nei vicoli prima
di inseguirlo nel reame dell'orso, questa  la prima cosa che
faremo assieme.
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2. Non basta una guida.

Siamo in cima al Molo Audace. Umberto Saba scrisse: Per
me al mondo non v'ha un pi caro e fido / luogo di questo.
Dove mai pi solo / mi sento e in buona compagnia che al
molo / San Carlo, e pi mi piace l'onda e il lido?. Non farti
deconcentrare dal brusio intorno a noi. Ci sono alcune coppie,
alcune decine di baci, una famiglia con cane al sguito, il
cane punta un gabbiano reale, qualche fotografo amatoriale
che non vede niente al di l dell'obiettivo. Forse c' un tramonto.
Tutto  prevedibile, dal litigio tra innamorati alla proposta
di matrimonio, fino al compulsivo scattare foto che non
verranno mai stampate. Tutto intorno a noi  addomesticato.
Anche per Saba era un luogo domestico: un cantuccio in cui
venire a farsi pensoso, una stanza della sua casa. Guarda il
cane che risponde ai comandi del padrone ed il gabbiano che
fa a pezzi un colombo. Chi tra i due  l'addomesticato, chi
il selvatico?
Siamo appoggiati alla rosa dei venti, di fronte a noi il golfo.
Sulla rosa sta scritto: "fusa nel bronzo nemico 3 novembre
MCMXXV". 1925, il fascismo vuole ricordare il nemico della
Prima guerra, l'Austria. Cambia il nome al molo, da San Carlo
ad Audace, in memoria dell'omonimo cacciatorpediniere che
il 3 novembre 1918 vi attracc. San Carlo, invece, era il nome
della nave che qui affond a met Settecento e sul cui relitto fu
costruito il primo basamento, poi allungato. Un nome ricorda
un naufragio, l'altro una vittoria. La nave s che affond, la vittoria
non ci fu, perch Trieste non fu presa in combattimento,
le forze italiane non riuscirono mai a sfondare le difese austriache
del Monte Hermada, nei pressi di Duino. Non ci siamo
ancora mossi e gi la Storia ci mette pressione. Ce ne metter
ad ogni passo. Potr essere dura da sopportare.
Alla nostra destra l'inizio del Porto Vecchio. Ha trecento
anni, compiuti nel marzo 2019, mentre pi giovane  quel
gigante che svetta oltre il profilo dei magazzini. Si chiama
Ursus, figlio dello Stabilimento Tecnico Triestino, alto pi
di settanta metri, pesante pi di 2 mila tonnellate. Veniva al
mondo nel 1913 ed era gi la gru galleggiante, o meglio, il
pontone galleggiante pi grande del Mediterraneo. Nel 1945
i partigiani del IX Korpus, Esercito popolare di liberazione
della Jugoslavia, volevano portarselo via come bottino di
guerra, ma gli inglesi glielo impedirono. Nel 2011 invece 
stato lui, Ursus, quasi centenario, a rompere gli ormeggi e a
tentare la fuga in golfo, in alleanza temporanea con una bora
apocalittica, e solo dopo cinque ore di lotta con raffiche oltre
i 150 km/h i rimorchiatori Uran, Deneb e Taur sono riusciti
a far fallire l'evasione.
Un rottame fuori tempo che non serve pi a niente, un pugile
a fine carriera che si solleva dalla sua carrozzella e si tuffa
nel ring per l'ultimo combattimento.  il custode del Porto
Vecchio, ossia di ci che rimane del fu glorioso Porto Franco,
voluto da Carlo VI, padre di Maria Teresa. Fino ai primi del
Settecento Trieste non era che un villaggio arroccato sul colle
di San Giusto nel quale si parlava un dialetto friulano. Nel
giro di decenni si trasform in una metropoli in cui si parlava
un dialetto veneto, perch la lingua dell'Adriatico e del Mediterraneo
 stata a lungo quella dei suoi padroni incontrastati,
i veneziani. A Trieste non c' giorno in cui non si parli del
porto e della vocazione internazionale della citt. Guardalo
ora e da questo punto: non percepisci la decadenza?
Solleva lo sguardo, lass sul costone di roccia c' una piramide,
o un'astronave, se avessi un cannocchiale potresti
contare file composte di pellegrini alieni, una processione
galattica, una processionaria interstellare.  il santuario
mariano di Monte Grisa. Prima pietra posata nel 1959 come
ex voto del monsignor Santin, che aveva promesso alla
Madonna un tempio in suo onore se avesse risparmiato la
citt dai bombardamenti. Sarebbe dovuto divenire meta di
pellegrinaggio mondiale, la nuova Lourdes, la Fatima della
cortina di ferro, invece lo spropositato parcheggio  quasi
perennemente vuoto, pochi pullman di fedeli, senza dubbio
qualche macchina in cui scambiarsi effusioni. La M di Maria
doveva essere visibile da ogni angolo, in primo luogo dai
credenti rimasti nella Jugoslavia di Tito. I triestini per lo pi
lo detestano o lo snobbano. Ci vanno la seconda domenica
di ottobre per vedere dall'alto la Barcolana, la regata velica
pi partecipata al mondo. Per tu sospendi il giudizio, quel
blocco di calcestruzzo piantato nelle grize (pietraie carsiche)
a picco sul mare ti servir quando sarai disperso nella macchia
fitta senza punti di riferimento.
Poco pi a sinistra il castello di Miramare, dimora di Massimiliano
d'Asburgo e Carlotta del Belgio, stile eclettico che
a quel tempo, met Ottocento, andava di moda da queste
parti. Non c' turista che non ne rimanga incantato. Lo sfarzo
degli arredi, la vastit del parco, la maledizione che cade
sulla coppia, lui fucilato in Messico e lei impazzita. Eppure,
se fai attenzione, ti rendi conto che potrebbe essere perfetto
sulla riva di un lago alpino, non su un mare. Paesaggi romantici
su tela, trofei di caccia, armi, c' un ritratto di Carlotta
avvolta nell'ermellino imperiale, alberi genealogici, antenati
e parenti dappertutto. Certo, l'azzurro delle tappezzerie, e
la stanza di lui che ricorda la cabina di una nave, ma  un
azzurro confinato al piano degli alloggi privati, non ai saloni
di rappresentanza dove regna il rosso.
 un mare controllato il loro, fondali bassi. Il loro immaginario
 di terra e fronde, foreste che producono legname
gestite con oculatezza. Grandi forestali gli austriaci. Massimiliano
 appassionato di botanica. Maria Teresa non  mai
scesa a Trieste, non si  mai bagnata nel suo mare. Chi rimane
sfocata, fuori quadro,  Sissi, la cognata di Carlotta che qui
viene spesso, che fa ginnastica per diverse ore al giorno nel
parco e sul lungomare di Barcola, senza scorta, tatuata, anoressica,
capace di trovare un'amante al marito. Se c' un'onda
anomala,  lei.
Poco pi in l, in lontananza, su un altro promontorio puoi
scorgere la sagoma del castello di Duino. Costruito nel 1389
in sostituzione del Castelvecchio, le cui rovine ancora campeggiano
su uno sperone di roccia poco distante. Propriet
del casato Thurm und Taxis, gli inventori del servizio postale.
Storia analoga: saloni imponenti, Asburgo, nobili tedeschi e
italiani che si incrociano tra di loro. I nazisti, durante gli anni
dell'occupazione, costruiscono nei suoi sotterranei un bunker,
ma non  una novit, dal momento che fortificano tutta
la costa. Due fatti esulano dall'ordinario: la permanenza di
Rainer Maria Rilke, che vi scriver le Elegie Duinesi, e il tentativo
dannunziano di issare il tricolore sui bastioni. A Rilke
 dedicato il sentiero che attraversa la riserva naturale delle
falesie di Duino. Qualcuno ti dir che su quelle pietre aguzze
ha trovato ispirazione passeggiando, non  cos. Preferiva la
tranquillit del Bosco Cernizza, la riserva di caccia dei conti
che si estende fino alle risorgive del fiume Timavo.
La storia del tricolore merita di essere ricordata. Durante
la decima battaglia dell'Isonzo Gabriele D'Annunzio ordin
una sortita impossibile: raggiungere il castello sotto il fuoco
nemico per issare la bandiera. I triestini l'avrebbero vista e
l'impeto patriottico li avrebbe mossi alla rivolta. Fin in una
pozza di sangue, ma ne parleremo pi avanti. Insomma, pensi
al sommo poeta che compone le sue elegie camminando sul
baratro, con la bora in faccia, e non  vero. Pensi al tricolore
sul castello e vedi un fallimento. Gli avanzi di nobilt da dare
in pasto ai turisti, quelli non mancano. Dimmi: secondo te
da questo molo sarebbe possibile intravedere una bandiera
sventolante? Sono diciotto chilometri in linea d'aria. Aguzza
la vista.
Diamo le spalle al mare: alla nostra sinistra il Borgo Teresiano,
alla destra il Borgo Giuseppino, costruiti entrambi sulle
saline interrate. Linee ortogonali, canali dove far attraccare
i velieri commerciali, ponti mobili, palazzi con i magazzini al
piano terra, gli uffici al primo e ai piani alti le residenze dei
proprietari. Guadagnavano con il mare, ma il mare lo vedevano
dalla finestra. Non solo esenzioni da dazi, la gente fu
attirata a Trieste con la concessione di privilegi, tra i quali la
facolt di parlare la propria lingua ed erigere i propri edifici
di culto. Ecco perch di fronte a te la chiesa greco-ortodossa
di San Nicola, poco pi dietro la serbo-ortodossa di San Spiridione,
la sinagoga, la chiesa protestante e cos via, a ciascuno
il suo, anche in cimitero, loculi per tutti. L'importante era
che la religione non intralciasse l'oleata macchina statale e gli
affari. A dimenare le sue cento lingue, diceva l'autore del Dizionario
della lingua italiana, l'eminente Niccol Tommaseo
da Sebenico,  il commercio.
Il Borgo Teresiano prende il nome da Maria Teresa, figlia
di Carlo VI, colei che fece abbattere le antiche mura medievali
e ridisegn la citt, mentre suo figlio, l'imperatore Giuseppe
II, d il nome al borgo che da piazza Unit si estende
verso Campo Marzio, dove un tempo si trovava uno dei tre
lazzaretti, il San Carlo. Una piazza, quattro nomi: San Pietro,
Francesco Giuseppe, Grande, Unit. Secondo alcuni la pi
grande piazza d'Europa affacciata sul mare. Il gran salotto
della Trieste da bere, con una pavimentazione costituita da
blocchi di pietra che rimandano alle antiche lastre di arenaria
(masegni), illuminata da lucine blu dopo il tramonto. Per
evocare il mare, dicono i progettisti.
Sono riproduzioni, come d'altronde i lampioni sulle rive,
e piacciono molto ai triestini, danno loro la sensazione che il
tempo non sia passato, che da un momento all'altro potrebbe
spuntare la carrozza imperiale con Francesco Ferdinando vivo
e nel pieno delle sue forze asburgiche. All'alba del 2 luglio
1914 la piazza era gremita per accogliere i sacri feretri di Sofia
Chotek, duchessa di Hohenberg, e di suo marito Francesco
Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d'Asburgo-Este, arciduca
erede al trono, assassinato il 28 giugno a Sarajevo, nelle cui
vene scorreva il sangue di pi di un centinaio di nobili famiglie
europee. Era la vecchia Europa che moriva con loro, e a
Trieste il momento era solenne: plotoni di guardie a cavallo,
fanteria, vescovo, luogotenenti, ammiragli, guardie municipali,
funzionari, funerei colpi di cannone.
Caff degli Specchi: ordina una sacher, siediti all'aperto.
Sei un cittadino del regio impero, le punte dei tuoi baffi
trafiggono il cielo come abeti affamati di luce, o i riccioli ti
scendono ai lati del viso come cascatelle, i capelli raccolti
in uno chignon che pare un'anfora greca, e il cielo sopra di
te  basso, un classico cielo di Mitteleuropa.  un giorno di
bonaccia di inizio secolo XX, tutti gli edifici che ti circondano
sono apparsi da poco, il Municipio, il palazzo del Lloyd,
Modello, Pitteri, Stratti, l'Hotel Vanoli (si chiamer Duchi
d'Aosta), il pi recente sta alla tua destra, il palazzo della
Luogotenenza austriaca. Due sono le antichit, se cos si pu
dire, e stanno davanti a te, leggermente spostate a sinistra:
la fontana dei quattro continenti e la statua di Carlo VI, entrambe
del Settecento. L'uomo che ha inventato dal nulla la
citt e a pochi metri una donna alata che apre le braccia al
mondo, i piedi nelle rocce del Carso, i pacchi, le corde, le balle
di cotone. L'imperatore guarda verso il mare e mostra con
l'indice l'entroterra, perch la prosperit arriver solo dalla
loro unione. La donna  la Fama, si rivolge ad un probabile
mercante orientale ed ha sotto di s una giovane ragazza che
simboleggia Trieste. I fiumi sono il Gange, il Mississippi, il
Danubio e il Nilo, volto velato perch le sorgenti all'epoca
non erano ancora state scoperte (un triestino di adozione che
si avventur alla loro ricerca e che incroceremo a pi riprese
fu il grande viaggiatore Sir Richard Burton, noto per la traduzione
delle Mille e una notte e del Kamasutra).
Fino all'inizio del Settecento non c'erano fontane, solo
pozzi in citt. Bisognava cercare l'acqua, fare un acquedotto,
e questo Maria Teresa fece. Fu grazie alla ricerca dell'acqua
che furono scoperte molte grotte, come quella Gigante che
l'ufficio turistico ti invita a visitare. Ma proseguiamo. Alla tua
sinistra, all'apice della torre con l'orologio del Municipio ci
sono due energumeni scuri. Battono le ore ed hanno due nomi
bizzarri: Micheze e Jakeze. Sono automi in zinco, anch'essi
arrivati da poco. Nomi sloveni, Michele e Giacomo, cos come
sloveni sono i nomi delle statue bronzee all'ingresso del
Municipio: la prima donna  Tinza, la seconda viene chiamata
Polonza o Marianza. Tra qualche decennio spariranno,
una abbattuta da un autocarro, l'altra portata in un mesto
deposito comunale, fine che toccher anche ai due custodi
dell'orologio, sostituiti da copie non pi automizzate.
Siamo nella piazza solenne, la Grande Guerra scoppier
tra poco, sei conciato in ghingheri, seduto composto nel salotto
dei privilegiati, quei palazzi sono stati fatti per te, anche
il giardino alla tua destra, rivolto verso il mare,  per te, per
darti modo di sfilare, un parco in miniatura dello struscio.
Alle tue spalle - devi alzarti e girare l'angolo per vederlo -
c' il Teatro Verdi, il primo al mondo dedicato al Maestro,
parente stretto della Scala di Milano. Il Palazzo Stratti, che
ospita il tuo caff,  stato da poco comprato dalle Assicurazioni
Generali, di fronte a te campeggia la grande scritta del
Lloyd. Tra qualche anno, nel 1919, il giardino sparir e poco
dopo al suo posto saranno costruiti due pili porta bandiera,
cos come sparir la fontana per permettere a Mussolini di
arringare la folla. 18 settembre 1938: il duce deve annunciare
le leggi razziali, la sua voce non pu incagliarsi nei pacchi da
poveracci e nei sassi di una fontana barocca. L'ordine e la
pulizia devono trionfare, Austria o Italia che sia.
Ora torna in te, ai nostri giorni, paga la Sachertorte, rcati
all'ufficio turistico, prendi tutti i dpliant possibili, chiedi e
ti sar detto: il fascino della Mitteleuropa, la piccola Vienna,
Maria Teresa, Miramare, la Barcolana, la Lanterna, ovvero
l'ultimo bagno europeo diviso per uomini e donne, i templi,
l'unico lager in Italia in cui abbia funzionato un forno
crematorio, la Foiba di Basovizza, il castello di San Giusto
e i resti romani, il Faro della Vittoria, il Museo Revoltella, il
Salone degli Incanti, forse il Museo della Guerra per la Pace,
sicuramente qualche accenno a Italo Svevo, James Joyce e
Umberto Saba, il gulys, il prosciutto cotto col kren, se sei
fortunato qualcuno ti mander a visitare un gioiello in miniatura,
il Museo della Bora, e magari al Museo della Civilt
Istriana, Fiumana e Dalmata, al Civico Orto Botanico, o alla
Kleine Berlin. In tre giorni puoi fare un po' tutto, se vuoi,
compreso l'assaggio di piatti locali. Sono queste le cose che
rendono speciale Trieste?
...
3. Citt maledetta.

Uno dei periodi pi faticosi che ho vissuto coincide con la
mia tesi di laurea. Dirai, cosa me ne importa. Hai ragione, se
non fosse che la tesi, divenuta un libro intitolato Trieste allo
specchio, era un'indagine sulla poesia triestina del secondo
Novecento e sull'immaginario della citt. Per due, tre anni
non feci altro che leggere libri scritti da autori qui nati, vissuti
o che di Trieste si fossero occupati. Non volevo solo scrivere
un saggio letterario, ma intervistare pi autori possibile
- centodieci per l'esattezza - e costituire un archivio di tutte
le pubblicazioni in versi dopo il 1950. Ci significava tre cose:
darsi alle letture matte e disperatissime, incontrare di persona
gli autori, infine setacciare archivi, biblioteche, librerie
antiquarie, bancarelle, biblioteche private, spesso dovendo
passare dagli eredi. Lo feci per conquistare una triestinit che
i geni non mi avevano dato? Chiss. Non  questo il punto.
Ci che mi sconvolse fu la proibitiva quantit di libri e
libercoli di versi pubblicati da editori nazionali, locali e autoprodotti:
pi di mille, scritti in italiano, sloveno, croato,
tedesco, dialetto triestino e dialetti istriani da pi di trecentocinquanta
autori. Una citt di 270 mila abitanti nel 1950, oggi
poco pi di 200 mila, la pi piccola (ex) provincia d'Italia,
com'era possibile? Terminavo il libro con una citazione che
mi pareva congrua per inquadrare il "fenomeno Trieste", tratta
dal libro di un intellettuale magiaro, Istvn Bib, Miseria
dei piccoli Stati dell'Europa orientale, datato 1946 ma ancora
tremendamente attuale: la maggioranza di queste nazioni rimugina
sullo Stato di grande potenza che fu o che potrebbe
essere, allo stesso tempo per si attribuisce l'epiteto di "piccola
nazione" con uno scoraggiamento tale da essere assolutamente
incomprensibile, ad esempio, per un olandese o per
un danese. (...) Uno dei tratti pi caratteristici di una psiche
deviata dalle paure, dalle insicurezze sofferte, dai grandi sconvolgimenti
e dalle grandi ferite inflitte dalla storia  nel voler
vivere non della propria essenza, ma di quello che si ha da
rivendicare nei confronti della vita, della storia, degli altri.
Ho cominciato il libro che hai in mano con un chiaro richiamo
ad uno degli autori pi importanti di Trieste, Scipio
Slataper. Non sto parlando di uno scrittore qualunque, ma di
uno spartiacque. Un personaggio contradditorio, vitale, prorompente,
pressoch dimenticato in Italia, se non fosse per
vie e caserme a lui intitolate. Estate del 1911, Slataper lascia
Firenze per trasferirsi qualche mese a Ocizla, minuscolo villaggio
sloveno oggi sul confine con l'Italia, a quel tempo provincia
di Trieste, Impero austro-ungarico, scrive Il mio Carso.
Ocizla  un manipolo di case a ridosso di un'area crivellata:
un'enorme voragine, alcune grotte, un modesto canyon con
una cascata intermittente. Giani Stuparich, scrittore triestino
che probabilmente hai letto, suo amico, racconta che vive in
una camera nuda, solo mobilio un rozzo tavolo su cui scrivere,
dorme sulla paglia, unici svaghi mangiare all'osteria vicina e
fare qualche passeggiata, lavora anche di notte, con una lucerna
a petrolio, un libro rosso per riflettore, le farfalle notturne
gli vengono a sbattere sui fogli, sulla faccia, da tutte le parti,
fin quando scopre un altro luogo: sull'abisso esterno della
grotta d'Ocisla c' come una caverna in forma di pozzo, con
una finestra larga tre metri e aperta sul cielo; egli l'ha coperta
con le frasche, vi ha portato un'asse e, seduto in una incavatura
come dentro un trono di pietra, scrive. Slataper ha
lasciato Firenze, destino di tutti i letterati triestini del tempo,
acqua d'Arno in cui sciacquare la propria lingua balbettante
e nutrirsi della tradizione italiana, e dove collabora alla rivista
di punta, "La Voce", per seppellirsi in un remoto villaggio.
Scrive seduto sull'abisso, lontano dal mondo.
L'incipit, famosissimo, merita essere letto e riletto ad alta
voce (ah, non  un refuso: nel testo carso  minuscolo):
Vorrei dirvi: Sono nato in carso, in una casupola col tetto
di paglia annerita dalle piove e dal fumo. C'era un cane spelacchiato
e rauco, due oche infanghite sotto il ventre, una
zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame
scolavano, dopo la piova, canaletti di succo brunastro.
Vorrei dirvi: Sono nato in Croazia, nella grande foresta
di roveri. D'inverno tutto era bianco di neve, la porta non si
poteva aprire che a pertugio, e la notte sentivo urlare i lupi.
Mamma m'infagottava con cenci le mani gonfie e rosse, e io
mi buttavo sul focolaio frignando per il freddo.
Vorrei dirvi: Sono nato nella pianura morava e correvo
come una lepre per i lunghi solchi, levando le cornacchie
crocidanti. Mi buttavo a pancia a terra, sradicavo una barbabietola
e la rosicavo terrosa. Poi son venuto qui, ho tentato
di addomesticarmi, ho imparato l'italiano, ho scelto gli amici
fra i giovani pi colti; ma presto devo tornare in patria perch
qui sto molto male.
Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste. Voi siete scaltri e
sagaci. Voi capireste subito che sono un povero italiano che
cerca d'imbarbarire le sue solitarie preoccupazioni.  meglio
ch'io confessi d'esservi fratello, anche se talvolta io vi guardi
trasognato e lontano e mi senta timido davanti alla vostra
coltura e ai vostri ragionamenti. Io ho, forse, paura di voi.
Il mio Carso non  un romanzo,  un'opera anfibia, non
classificabile, che oggi non troverebbe posto nelle collane editoriali
italiane. In essa ci che emerge  l'impellenza di fuggire
la citt e i suoi meccanismi borghesi, la sua sonnolenza, l'inazione.
A quest'opera agra e terrosa pensa gi dal 1908, ci mette
quasi tre anni per cominciarla. Se i futuristi, che nascono
ufficialmente nel 1909 con il Manifesto di Marinetti, esaltano
la velocit e il progresso tecnico-scientifico, Slataper da intellettuale
ecologico ante litteram imbocca la via della natura.
Cammina e guarda tutto con affetto fraterno, ogni passo una
rivelazione, sogna di farsi legnaiolo croato, sorvegliante di una
piantagione di caff in Brasile, proprio come il grande Thoreau,
l'autore di Walden, che sessant'anni prima di lui si ritira
nei boschi e si autonomina ispettore delle tormente di neve e
dei temporali, sentinella delle scogliere e degli alberi, lontano
da ogni lusso, libero da ogni orpello superfluo. Perch non
sai cos' il bene, ma senti chiaramente cos' il meglio. Il patimento
 buono, se esige da te un pi profondo dovere. Cos
tu ti allarghi nel mistero, nutrendoti di lui, e le sue tenebre
diventano sole nella tua anima, scrive Slataper. Sentire cosa
 meglio e dirigersi verso di esso costi quel che costi.
Biagio Marin, il poeta gradese caro a Pasolini, ne rimane
rapito appena Giani Stuparich glielo presenta, la sua sorpresa
 tanta che non riesce ad articolare il proprio nome. Slataper
 alto, biondo, fronte ampia, occhi tra il verde ed il celeste,
bocca ricca, carismatico, emette un'energia che travolge
chiunque abbia intorno, un capo naturale, il pi forte tra
di loro. Due aneddoti del loro sodalizio, raccontati da Marn
ne I delfini di Slataper, vale la pena ricordare: Grado, luglio
1912, vengono invitati in barca da alcuni pescatori, si calano
le reti alle foci dell'Isonzo, si spera in un bel bottino di
sardine ma arrivano i delfini, allora Scipio si spoglia e nudo
come Dio l'aveva fatto si tuffa, urla contro di loro e agita le
braccia per spaventarli, quelli strappano reti e ingoiano pesci,
lui continua nella lotta, alla fine ha la meglio.
Roma, febbraio 1915, mancano soli quattro mesi all'entrata
dell'Italia in guerra, mancano dieci mesi alla morte di Slataper
nelle trincee del Monte Podgora, sopra Gorizia, Scipio dice a
Biagio: si va a salutare gli spiriti di Shelley e Keats, sulle loro
tombe, fuori dal cimitero viene loro incontro una ragazza
che vende delle viole, rimane folgorata da Slataper, gli dice
bello, sono tue, prendile tutte, ma lui rifiuta, la ragazza insiste,
quasi si mette a piangere e lui la scansa, segue avanti, fa
arrabbiare Biagio, sei un bestione zotico gli fa, e Scipio, solo
dopo aver fatto silenzio, gli risponde che in cammino le soste
vanno evitate. Si tratta di due opposte visioni del mondo: la
grazia da una parte, la legge morale dall'altra. Piegati alla vita
e a ci che ti porge, oppure domala e persegui la tua strada.
Angelo Ara e Claudio Magris, nell'ormai classico Trieste.
Un'identit di frontiera, affermano che Slataper, nel giudicare
d'istinto, da iconoclasta, la storia e la tradizione della citt,
rivela arroganza e ignoranza. L'11 febbraio 1909 pubblica su
"La Voce" il celebre - tra gli studiosi di letteratura - articolo
Trieste non ha tradizioni di cultura. Riassume, potremmo
dire liquida, la storia locale in poche righe: villaggio crnico
celtico, poi sotto i romani piccolo municipio soffocato dalla
grande Aquileia, comune medievale, passa dall'essere schiava
dei vescovi a quella dei veneziani e infine degli austriaci, nasce
il porto franco e attira cos tanta gente da divenire asilo di
malfattori, sottolinea che Carlo VI dispensa completamente
i nuovi arrivati da oneri e onori, la citt si vota a Mercurio
e al commercio tralasciando lo spirito. La sua storia, dice, 
ghiaccia, senza slanci ideali, senza bisogno di arte, incatenata
alla smania di far soldi. Non  un diplomatico, Slataper.
Ara e Magris ricordano che neanche due mesi prima di
redigere l'articolo scrive delle lettere ad un'amica chiedendo
informazioni sulla cultura triestina. Avrebbe scritto, dunque,
senza una reale preparazione. Per i due studiosi poco dopo
precisano che il fine vero di Slataper  far capire che la
cultura di una citt non corrisponde soltanto alla letteratura,
bens al complessivo stile di vita. Non saranno solo i monumenti,
n i palazzi o i musei, a dirci cosa siamo. N solo la
letteratura. Questa terra di confine e di confino  un puzzle,
dobbiamo prima andare alla ricerca di tutti i pezzi, uno per
uno. L'incastro seguir.
Ennio Emili, altro tassello. L'unico poeta squisitamente
beat di Trieste, tanto da potersi fregiare di una presentazione
di Fernanda Pivano. Grafomane alla stregua di molti dei suoi
concittadini, come se la scrittura fosse la via pi facile alla
conquista di un'identit, poeta, scrittore, drammaturgo, pittore,
saggista, accanito contestatore, pessimista che non vede
scampo se non nella natura, del Carso, naturalmente. Sua
la felice invenzione della dicotomia triestinit bianca / nera.
Dice che la bianca nasce dal vitalismo ingenuo e immaturo di
Slataper, il suo slancio verso la vita. La nera invece  quella in
cui prevale l'incapacit di vivere, l'alienazione, dove emerge
la figura, triestina all'ennesima potenza, dell'inetto. Dice che
se non fosse morto in guerra, il nero avrebbe pervaso anche
la scrittura di Slataper, cos come pervade tutto il campo
dell'arte triestina. La vera triestinit, conclude,  maledetta,
e ci ha dato tre grandi: Svevo, Saba e Michelstaedter - uno
dei massimi esegeti del suicidio.
Trieste citt di maledetti e suicidi? Almeno per quanto
concerne i suicidi, le statistiche lo confermano. La citt ha
avuto tale primato e ancora oggi i numeri sono pi alti della
media nazionale. Tu che stai passeggiando per le vie del centro,
o stai vagheggiando un "capo in B", cio un macchiato
lungo in bicchiere di vetro (una delle svariate manie dei triestini,
il caff) in piazza Unit nella tua prossima vacanza, diresti
mai che questa citt cos apparentemente ordinata, cos
Vienna del Sud, con un sole in certe giornate che nemmeno
a Palermo, possa essere un covo di depressi?
Ci sono suicidi illustri: il fratello minore di Giani Stuparich,
Carlo, che si spara il 30 maggio del 1916 sul Monte Cengio
pur di non consegnarsi agli austriaci; Carlo Michelstaedter,
giovane e promettente filosofo che si spara il 17 ottobre del
1910 a Gorizia con la pistola che aveva sottratto a un amico
per impedire che si potesse suicidare; Angelo Vivante, lucido
intellettuale che si getta dalla finestra il 1 luglio 1915, per
non essere complice del macello della guerra; e suicidi meno
illustri che guadagnano comunque le ribalte dell'epoca: le sorelle
Malvina e Margherita, commesse della libreria antiquaria
di Umberto Saba, che si tolgono la vita una dietro l'altra
nel 1922, o le sorelle Olga, Maria ed Emma Polonio, figlie del
direttore dei dazi civici, che in un'estate di fine Ottocento
si danno la morte con le emanazioni del carbone. E morti
maledette? Il giovane storico William Klinger, nato a Fiume,
laureato in Storia a Trieste, studioso del regime di Tito e della
sua polizia segreta, l'OZNA, assassinato nel 2015 a colpi di
pistola a New York. Il killer, suo conoscente e concittadino,
 stato condannato a venticinque anni di carcere, ma il movente
non  stato chiarito. Che ci sia dietro qualche scoperta
scomoda fatta durante le sue ricerche?
Su tutte va ricordata quella di Diego de Henriquez:
personaggio da romanzo (ne hanno fatto materia di narrazione
Claudio Magris e lo scrittore tedesco Veit Heinichen, che ha
eletto Trieste a sua casa e musa),  assolutamente inclassificabile:
nato nel 1909, fondatore della Societ Archeologica
Triestina, mozzo sulle navi, tracciatore all'ufficio aeronautico
dei cantieri di Monfalcone, diplomatico in grado di trattare
tra tutti i comandi degli eserciti che occupano questo
territorio (a lui va il merito, si dice, della resa dei tedeschi
nel maggio 1945), studioso della storia locale ma soprattutto
collezionista seriale di reperti bellici, trascrittore sistematico
sui suoi diari (circa 50 mila pagine) di ci che legge sui muri
della citt o ascolta per la strada. Cammina accompagnato
da due cagnolini portando il giornale in bocca, si fa confidare
dalle prostitute i vizi segreti dei triestini (come quello
"di farsi inserire elementi estranei in una specifica parte del
corpo"),  appassionato di esoterismo (in piena indigenza,
avendo utilizzato tutti i risparmi per la sua collezione, entra
nelle bettole ed ordina piatti di sei o nove fagioli, fedele alle
leggi della cabala), registra qualsiasi dato, dal segreto militare
alle barzellette contro i potenti di turno, sogna un museo e
combatte per realizzarlo ma da vivo non lo vedr.
Muore il 2 maggio 1974, nel suo magazzino di via San
Maurizio, dove dorme in una bara. Sapeva troppo? Le scritte
lasciate dai prigionieri sui muri della Risiera di San Sabba,
che ha annotato nei suoi diari, alcuni poi scomparsi, avrebbero
potuto infangare la reputazione di persone ancora in
vita? O c' dell'altro? Non lo sappiamo. Sappiamo per che
soltanto a quarant'anni dalla sua morte  stato inaugurato il
Museo della Guerra per la Pace che reca il suo nome e che
nella via in cui ha vissuto i suoi ultimi anni nessuna targa lo
ricorda.
Trieste nera:  davvero esistita, o  il frutto di una copiosa
autosuggestione? E se c' stata, oggi ve n' traccia? Giuseppe
Petronio, studioso di letteratura italiana e per due decadi
preside della Facolt di Lettere dell'Universit di Trieste, in
un intervento di fine anni '80 intitolato Intellettuali fuori dalla
storia? la fa breve: sulla "triestinit" si sono fatte troppe
chiacchiere,  stata considerata come un dato astorico, una
condizione dell'anima, e parimenti il mito asburgico, esaltazione
non della grande Austria che aveva per secoli tenuto
insieme popoli e lingue, ma dell'Austria decadente di Musil
e Roth, l'Austria che si avvia al disfacimento. Leggendo
alcuni libri di autori locali trova una Trieste crepuscolare e
nebbiosa, gli pare di stare a Oslo e non nella solare Trieste.
La citt, dice, giace ai piedi di una collina, sulla collina c' un
cimitero e da l i morti, cio la tradizione, la condizionano e
la soffocano. Liberarsi da quelli spettri, ecco il suo auspicio.
Citt di spettri era anche per Saba, inquieta, dispensatrice
di angosce, come scrive in una lettera alla sua amica Nora
Baldi, ove son tristezze molte scriveva nella poesia Tre vie,
nonostante ricordiamo sempre la citt che emerge in un altro
suo componimento, quella dalla scontrosa grazia simile a
un ragazzaccio aspro e vorace dagli occhi azzurri e le mani
troppo grandi per regalare un fiore. Citt in cui l'angoscia 
palpabile per lo psichiatra Franco Basaglia, un'angoscia che
prende corpo in un dialetto, dice, parlato a una velocit che
rasenta il maniacale, come se si dovesse dire tutto e subito.
Citt malefica per Bobi Bazlen, il fondatore della casa
editrice Adelphi, che aveva lasciato Trieste per Roma negli
anni '30 e alla quale avrebbe riservato una piccola bomba
atomica, salvando per il Carso. Due volte sole interruppe il
suo "esilio" volontario: per il funerale della madre e per una
gita in incognito nel '56, in cui passeggi e probabilmente,
suppone giustamente Cristina Battocletti (un'altra forestiera
che  stata folgorata dalla citt), trascorse del tempo in
osteria davanti all'amato vino Terrano e a un piatto di pesce
fritto. Dunque, quale delle due si avvicina di pi alla verit?
La nera o la bianca? Il cimitero, la citt nevrotica stesa sul
lettino dello psicanalista, o la Napoli del Nord di cui parla
Mauro Covacich in Trieste sottosopra, morbida, disinvolta,
picaresca, dai connotati quasi carioca, dove si gode molto e
l'amore per la vita non conosce limiti?
Parleremo solo di letteratura? No. Ci addentreremo nei
boschi, ma non  ancora il momento. Il selvatico va scoperto
poco a poco. Ha ragione Slataper quando parla di stile di vita
che esula dalla letteratura, e ha ragione Saba quando rifiuta
una letteratura con intenzioni bottegaie e punta dritto al nucleo
delle cose, niente fronzoli, niente manierismo, cercare la
verit. Non si pu non entrare in empatia, non solidarizzare
con Hector Schmitz, alias Italo Svevo, che per anni vive la
letteratura come un vizio da non ostentare, preso poco sul serio
dalla famiglia di sua moglie, possiamo figurarcelo mentre
balbettando confessa al suo maestro di inglese Joyce di avere
scritto due romanzi, e la sua gioia quando l'irlandese gli dice
di andare a prenderli perch vuole leggerli.
Prima la vita, quindi la letteratura. Per, e qui sta uno
dei paradossi che alimentano il fascino della citt, ha ragione
anche Eugenio Montale quando afferma, in visita per il
centenario della nascita del suo amico Svevo, che Trieste 
probabilmente l'unica citt italiana che deriva la gloria dai
suoi scrittori. La letteratura no, non  una cosa seria a Trieste.
Non pu produrre una professione, n avere a che fare con il
denaro e il potere. Per, se non parlassimo di letteratura, di
Trieste potremmo parlare?
...
4. Risolvere il rebus.

Quando ti dicevo, caro lettore, che scrivendo di Trieste sono
quasi impazzito per la mole di materiale, non scherzavo. Non
c' viaggiatore che non si sia espresso. Forestiero od autoctono,
non fa differenza. Come se una volta qua ci si sentisse
obbligati a esprimere un'opinione. Sarebbe normale se si
trattasse della descrizione di un luogo o di un monumento,
ma di solito la riflessione vira in altre direzioni, qualsiasi elemento
di osservazione si fa spunto per analizzare l'identit
della citt e di chi vi abita. Diventiamo, noi triestini, cavie da
laboratorio. Veniamo sezionati, l'anima scandagliata, veniamo
giudicati. Ci autogiudichiamo. Cercano tutti, cerchiamo
tutti affannosamente di risolvere l'enigma.
Uno dei testi paradigmatici a mio avviso  Trieste. O del
nessun luogo, scritto da Jan Morris, autrice britannica giunta
la prima volta in citt come soldato durante l'occupazione
alleata, prima dell'operazione che avrebbe cambiato il suo
sesso. L'incipit del libro  fulmineo: non  una di quelle
citt-icona immediatamente visibili nel ricordo o nell'immaginazione.
Non offre vedute indimenticabili, n melodie note,
n una cucina inconfondibile, n cognomi tipici che tutti
conoscano.  un porto italiano di media grandezza e ormai in
l con gli anni, etnicamente ambivalente, storicamente confuso,
prospero solo a fasi alterne, appartato nell'ultimo angolo
superiore del mare Adriatico e a tal punto carente delle consuete
caratteristiche dell'Italia che ancora nel 1999, secondo
un sondaggio, circa il settanta percento degli italiani ignorava
che appartenesse al loro paese. Il settanta percento?
Passa in rassegna un numero considerevole di viaggiatori
che hanno scritto qualcosa, anche solo qualche riga, sulla
citt. Herman Bahr, commediografo viennese, quando arriva
dice di avere la sensazione di non trovarsi in nessun luogo.
Per Joyce la citt che gli rose il fegato, ma la ribattezza Europiccola
e luogo di una gentilezza mai incontrata. Il viaggiatore
medio non trover motivo per fermarcisi a lungo, dice
lo storico inglese Freeman. Per Marx  governata da un'eterogenea
ciurma di speculatori. La scrittrice tedesca Ricarda
Huch  colpita dalla sua melanconia. Mahler si lamenta del
baccano della vita mercantile ma trova i suoi abitanti terribilmente
simpatici. Stendhal definisce amichevoli semiselvaggi
i frequentatori delle rive, reputa il cibo terribile, i
triestini avidi. Sir Richard Francis Burton ne detesta il clima,
odia la bora, la citt lo annoia (eppure la studia con dedizione).
Un emporio colossale, un prodigioso centro di scambi
commerciali, dice Jules Verne. Non pu mancare ovviamente
Slataper, per il quale a Trieste ogni cosa  duplice o triplice.
E per Morris? Una citt sconcertante ma che non arreca fastidi,
perfetta per i perdigiorno, allucinatoria, allegoria del
limbo, in cui la fantasia soppianta facilmente la realt, in cui
qualunque cosa pu essere vera, citt a cui - e si riferisce ai
nostri giorni -  stato somministrato il Viagra, come se avesse
riscoperto la sua virilit, luogo che induce a porsi tristi interrogativi:
perch sono qui? Dove sto andando?
Sono domande che deve essersi rivolto allo specchio Fulvio
Tomizza, scrittore istriano approdato a Trieste negli anni
dell'esodo dalla sua piccola Materada, o Matterada, oggi villaggio
croato, premio Strega nel 1977, anima inquieta di queste
lande imbastardite, una delle poche menti lucide che in
anni di contrasti senza pace ha tentato di tenere assieme slavi
e italiani, la Trieste borghese ed il suo retroterra contadino,
passato - in maniera tragica, ma ci torneremo - alla Jugoslavia.
Qui mi piace ricordare non i suoi romanzi, che sono gi
stati metabolizzati dalla critica, ma un episodio contenuto in
un suo scritto del 1989, intitolato Una certa Trieste riscoperta
nel sogno, in cui Tomizza inizia confessando di avere declinato
tante volte inviti a scrivere qualcosa sulla citt.
Dice che la sua condizione di triestino a met, di inurbato
la cui anima  rimasta abbarbicata alla campagna, quella
istriana in particolare, non glielo aveva permesso. Poi per
fa un sogno, e sente che deve svelarlo:  su un autobus di
cui ignora la destinazione, zeppo di operai, quando un giovane
prende a fissarlo, posa lo sguardo sui suoi capelli e gli
fa: perch non va dal barbiere?. Tomizza nota in quella
proposta il tipico humour triestino, che muove al riso senza
volerlo provocare. Dapprima nessuno infatti reagisce alla
battuta, poi via via tutti gli altri iniziano a sfotterlo affettuosamente.
Uno fa: cos che si vedano bene le orecchie come
a Svevo, e un terzo: come a Slataper.
Gi, la letteratura non d tregua nemmeno in sogno a
Trieste. Paolo Rumiz, all'indomani della morte di Tomizza,
il 22 maggio 1999, ne compone su "Repubblica" un sentito
ritratto, mettendo in risalto non solo il tormento, stato d'animo
che potremmo ormai acquisire come assodato in citt,
ma la sua diffidenza selvatica, la timidezza vulnerabile che lo
rendeva un'autentica creatura di confine. Dice che il suo periodico
rifugiarsi in campagna rivela in lui un'antitesi primordiale
che sovrasta addirittura il dramma dell'esodo istriano:
un contrasto irrisolto tra l'urbanit conquistata e le origini
rurali. Sentirsi forestiero ovunque, o "foresto", come si dice
da queste parti. Percepirsi sempre fuori posto, fuori tempo.
Se pensiamo a un altro scritto di Tomizza, del 1991, non possiamo
che dare ragione a Rumiz: mi piace Trieste proprio
per i suoi contrasti: per la sua aria compassata e disinibita, il
suo cosmopolitismo inconsapevole e trepidamente familiare,
la sapienza congenita e insicura della sua gente, la mutabilit
del suo cielo e dei venti che la premono da ogni lato, ora
investendola di una cruda e astratta e mistica luce artica, ora
riconsegnandola al calore aromatico delle altre citt di mare
del Mediterraneo.
A Tomizza piace la mutabilit dei venti, mentre al premio
Nobel Ivo Andrich il vento risulta insopportabile, cos come la
sua umidit. L'autore de Il ponte sulla Drina arriva a Trieste
nel novembre 1922 come console del Regno dei Serbi, Croati
e Sloveni, ufficio nel Palazzo Scuglievich, nella centralissima
piazza Venezia affacciata sul mare. Vi resta pochissimo, ma
tanto gli basta per fargliela risultare indigesta. Scrive in una
lettera al termine della sua permanenza: purtroppo anche
l'inchiostro si  congelato per la bora e il malumore. Ho sofferto
abbastanza nei due mesi passati. Il medico mi ha consigliato
di lasciare immediatamente Trieste. Per fortuna mi
hanno trasferito a Graz. Parto intorno al 10 febbraio ma non
so se per il Consolato o per qualche sanatorio. Per il momento
diligentemente tossisco.
In uno dei suoi quattro racconti ambientati a Trieste,
Esaltazione e rovina di Tomas Galus, l'impatto con la citt
 traumatico: Galus arriva a bordo della nave Helgoland il
28 giugno 1914, ovvero il giorno dell'assassinio dell'arciduca
Ferdinando a Sarajevo, la scintilla o il pretesto che far scoppiare
la Prima guerra mondiale. Mette i piedi a terra e subito
 sottoposto a una severa ispezione poliziesca. Poi nell'ordine:
la dogana, ebrei freddi e sgarbati al cambio valute, dopo
cena nelle strade deserte odore di depressione, per terra giornali
sparsi e sgualciti, la mattina uscendo dall'albergo sente
di nuovo che la citt lo soffoca. Trova una pace temporanea
solo salendo in Carso, all'obelisco di Opcine, Villa Opicina
in italiano, dal quale lo conforta la vista del mare. Ma dura
poco, perch torna in citt e viene arrestato: primo giorno di
guerra con la Serbia, Galus di Sarajevo incarna il prototipo
del tipo sospetto.
Il vento, in particolare la bora, sembra essere un elemento
divisivo. Ci si divide in due fazioni a Trieste: chi la odia e chi
la ama. Le mezze misure, impossibili. In ogni mbito pare
non ci sia che lo scontro: italiani e slavi, filo-asburgici contro
nazionalisti italiani contro nostalgici di Tito, indipendentisti
contro tutti, adoratori del mare contro devoti del Carso. Solo
sulla bella vita non c' conflitto: piace a tutti, indistintamente.
Svobodoljubni, amanti della libert, cos  la gente del litorale
per gli sloveni dell'interno. Al triestino aggrada spendere
i suoi soldi in viaggi e buone mangiate. In qualunque contrada
del mondo andrai, sempre ne troverai uno. Lo diceva
Tomizza in quell'intervento sul sogno, lo sappiamo tutti qui.
Credo che questo desiderio di consumarsi e non accumulare
sia legato alla condizione di chi ha molto da dimenticare. Ferite
non rimarginate, passate di generazione in generazione,
che non potendo essere sanate vengono innaffiate dal vino.
Non  una questione irrisoria quella del bere: Trieste  ed 
sempre stata patria di bevitori accaniti. En passant: nel 1905
il consumo pro cpite annuo  stato calcolato in centoventi
litri di vino, settanta di birra, tre di superalcolici.
La maggioranza etichetta Trieste come localit marina,
d'altronde i cartelli stradali che accolgono il visitatore recitano:
"citt della Barcolana". Come dare torto ai tanti viaggiatori
continentali che rimangono imbambolati sul Molo
Audace, avvinti nella luce riflessa dalle onde. Se poi hanno la
ventura, o la sventura, di arrivare in un giorno di bora chiara
che ha spazzato via ogni nube dall'orizzonte,  l'azzurro a
stordirli. Il giorno prima afa, aria stantia, foschia, un cielo
plumbeo da puszta ungara, da cortina di ferro, basso, ora
dopo ora sempre pi basso, una pressa che sta per stritolare
ogni vita. Poi i primi refoli e nel giro di un paio d'ore pare
di essere ostaggi di un sole sudamericano. Per non tutti la
vedono cos.
Galus, ad esempio, con le mani appoggiate alla balaustra,
osserva la citt dall'alto e pensa: questo porto  solo parte
di un'insenatura che  parte di un golfo pi grande, che si
trova nel mar Adriatico, che  solo un golfo del mare Mediterraneo,
che  a sua volta solo una piccola parte.... Per
Gillo Dorfles, il critico d'arte triestino scomparso nel 2018
alla veneranda et di 107 anni, questo mare non ha un'aura
maestosa,  piccolo, una specie di lago salato, e Trieste una
citt dell'interno che il mare lo ha scoperto accidentalmente.
Lo scrittore Pino Roveredo dice che Trieste  una citt di
mare piena di marinai che non sanno pi nuotare. Il porto 
un abbraccio di pietra che non sa pi conquistare il mare,
mentre per Magris i triestini hanno famigliarit col mare fin
dall'infanzia e con il sentimento della sua necessit. Chi ha
ragione? E di quale mare stiamo parlando: quello delle petroliere
o delle navi da crociera, delle proverbiali scialuppe
manovrate dagli Uscocchi, implacabili pirati adriatici, o dei
pescatori sloveni di Santa Croce, dei velieri veneziani o dei
diportisti della domenica diretti in Quarnaro, oppure dei
bagnanti urbani in pausa pranzo, che stanno pi volentieri
a riva a giocare a carte piuttosto che in acqua? O il mare del
poeta triestino Sergio Penco, quello in cui i poeti tramontano
in mare / come i pirati e i delfini / e ravvivano il buio e
diventano acqua salata?
Prendiamo tempo prima di rispondere. Il giornalista francese
Carlo Yriarte passa da queste parti nel 1874, diretto in
Istria. Il reportage viene stampato dai fratelli Trves, in una
collana intitolata "Il giro del mondo" (tra parentesi: i Trves
erano triestini e a fine Ottocento erano i principali editori
italiani). Yriarte si sofferma sulle vie animatissime del centro,
si sente, dice, che il tempo  denaro, che la citt  un emporio
colossale pieno di banchieri e commercianti, la vita  costosa,
il lusso esibito, in special modo a teatro, la gente schiacciata
tra il Carso e il mare e ristretta  la vita intellettuale. La sera
alle otto si ha l'illusione di essere in una grande metropoli,
ma alle nove e mezzo gi tutto  deserto, e chi non  a cenare
in famiglia  a bere nelle birrerie, pi numerose che a Vienna
e a Budapest.
Niente di nuovo, se non fosse per due passaggi, uno breve
e uno corposo, di alcune pagine. Nel primo ricorda il tempo
in cui, prima del porto franco, non c'era il mare, bens saline
e paludi, al punto che veniva richiesto, ad ogni vettura che
varcava le porte, di fornire una certa quantit di terra (terra! )
o l'equivalente in denaro. Nel secondo fa qualcosa di eccezionale,
perch pochissimi erano stati prima di lui a parlarne:
svela l'esistenza dei Cici, pastori istrorumeni dell'Istria che
scendevano a Trieste per sbarcare il lunario, gente poverissima,
analfabeta, di monte e di bosco. Non vado avanti perch
i Cici meriteranno un capitolo a s stante. Ma una cosa la vorrei
rimarcare: un viaggiatore di lungo corso arriva qui negli
anni del super porto e invece di soffermarsi sul rapporto tra
il mare ed i suoi abitanti sceglie di raccontare la storia di un
popolo di pastori. Credo avesse intuito qualcosa.
Cos come lo aveva intuito Biagio Marin, gi, di nuovo
lui, il poeta gradese. Sua  una delle guide pi suggestive di
Trieste. Certo, come qualsiasi libro su queste lande va preso
in mano con grandi pinze, ma questo l'abbiamo gi detto.
Messo da parte l'antislavismo, il suo  un pellegrinaggio sentimentale.
Lo fa alla fine degli anni '50, ma lo pubblica dieci
anni dopo per una nobile casa editrice: All'insegna del pesce
d'oro. Chiarezza, precisione, amorevolezza nelle descrizioni.
Dicevo, anche Marin intuisce qualcosa, e basta consultare
l'indice per farsi un'idea: ci sono piazza Unit e altri luoghi
topici del centro, ma accanto ad essi molte altre strade poco
battute, periferiche, viottoli in cui il poeta si infila e ci svela
un'altra Trieste, di popolo e di piante: orti, frutteti, fiori, ci
racconta di zone ancora adibite a pascolo fino a poco tempo
prima. Chadino! Prova a salirla la bella costa, da via Michelangelo,
tra le case borghesi, ma intervallate gi da gruppi
di alberi e giardini. Arrivi poi a una svolta con le mura dei
giardini tappezzate di festoni vivi di vite americana; che a
ottobre sar tutta una fiamma. L'erba cresce alta tra i dadi di
porfido del selciato: ai bordi cresce l'assenzio e la gramigna e
il dente di leone: robinie pendule fiancheggiano la salita solitaria,
e ancora: c' un disgraziato che predica l'opportunit
di togliere gli alberi dai giardini, dai pochi giardini della citt,
e nessuno ancora l'ha tratto in arresto per crimine di lesa
divinit. In arresto!
Di questa Trieste vorrei iniziare a parlarti. Non pi dighe,
palazzi di banche, assicurazioni, castelli di imperatori, basta
borghesia e aristocrazia e luoghi d'affari. Vorrei dirti di osterie,
bordelli, case fatiscenti, vie impestate in cui gli artisti si
sono mischiati a pellegrini, operai, muratori, scaricatori di
porto, e a spettri di soldati senza pi fronte, e finalmente uscire
dal centro asfittico, prendere aria nei sobborghi dimenticati,
prima di poter spalancare i polmoni in Carso, e dal Carso
pi in l, nella selva. I luoghi in cui stiamo per andare, siano
vicoli ciechi o faggete in cui comanda l'orso, sono parti integranti
di Trieste. In alcuni di essi non passa mai nessuno. Di
alcuni di essi molti ignorano l'esistenza. Forse in quei margini
si nasconde una delle chiavi per comprendere la frontiera.
...
5. Nani stracci accattoni.

Trieste citt di carta, Trieste tutta nella testa, astratta, premeditata,
creata a tavolino, cresciuta per volont di un sovrano
anzich per naturale processo di sviluppo, di ricchi mercanti
e industriali da una parte, dall'altra di letterati che la gonfiano
nelle loro fantasticherie, al punto da non riuscire pi, loro e
noi, a distinguere la realt dal mito. Mi sento vicino a Mauro
Covacich quando confessa, ne La citt interiore, di sentirsi
parte della schiera degli anonimi, le formiche, quelli che
sono invecchiati nei conglomerati della periferia, termitai
a pochi passi dal centro eppure inesorabilmente consegnati
a un'altra versione del mondo, La coscienza di Zeno, dice, lo
metteva di fronte al triestino che non era e non sarebbe mai
stato. Zeno metteva in luce la triestinit nevrotica e cerebrale
dei suoi compagni di classe che avevano sempre un nonno
che parlava in greco o tedesco con naturalezza, ragazzi col
doppio cognome, spesso di origine ebraica, che vivevano in
case piene di libri spolverati dalla domestica.
Una guida, intitolata Tre giorni a Trieste, stampata nel
1858, pu illuminarci la via. Il frontespizio recita: diecimila
esemplari in quattro lingue, tipografia del Lloyd Austriaco.
Autori Revoltella, Kandier, Formiggini e Scrinzi. Non sono
dei parvenus: il barone Revoltella, mirabile esempio di self-made
man,  uno degli artefici dell'apertura del canale di
Suez; Pietro Kandier  uno dei maggiori storici di Trieste e
dell'Istria, colui che raccoglie l'eredit morale di Domenico
Rossetti, ossia quel politico, letterato, mecenate, fondatore
nel 1810 del Gabinetto di Minerva - istituzione culturale
ancora esistente - che aveva operato per la fusione tra l'antico
ceto patrizio e la nascente borghesia della citt nuova;
Saul Formiggini oltre ad essere medico  il primo traduttore
in ebraico della Divina Commedia; infine Giovanni Battista
Scrinzi di Montecroce, uno degli esecutori del testamento
di Revoltella, che si occuper di far diventare un museo la
residenza del barone. Oggi si direbbe un dream team, per un
libro stampato in una tiratura altissima (la stessa, tanto per
capirci, dell'edizione illustrata de I Promessi sposi uscita in
dispense tra il 1840 e il 1842).
L'avvertenza al lettore potrebbe essere scritta oggi:
sembra opinione generalizzata, dicono, che a Trieste tutto possa
essere veduto a volo d'uccello. Opinione comune che ancora
sussiste, visto che la permanenza media in citt dei turisti
non supera i due giorni (tra le quattro ex province regionali,
la triestina ha la permanenza inferiore). Ci che mi colpisce
 che dopo aver fornito una pianta e alcuni cenni storici, si
concentrano sulla posizione geografica e sulle caratteristiche
del suolo. Anch'essi intuiscono qualcosa.
L'Adriatico, dicono, somiglia pi a un canale che a un mare,
la citt sta ai piedi delle Alpi. In ben quattro pagine ci
danno il quadro: i monti dal Triglav, Terglou lo chiamano,
la pi alta cima slovena, fino al Nevoso, detto anche Albio
o Schneeberg, per gli sloveni Sneznik, sopra Fiume, l'attuale
Rijeka.  una catena, dicono, che forma una muraglia o siepe
di monti, ed  manifestissimo confine (tieni a mente questa
affermazione). Poi proseguono con la geologia, l'idrografia, e
danno spazio alla bora, rimpiangendo i tempi in cui, Cent'anni
prima, durava di pi e non era mai molesta o insalubre.
La Bora antica non pi si mostra, proprio come dicono
oggi i triestini. Infine ci trasportano in un altro tempo, quando
da Duino a Basovizza si poteva andare passando da una
cima all'altra degli alberi.
Merita indugiare ancora. Perch a parte informarci sulle
partenze e gli arrivi dei treni e dei piroscafi (incredibile ed
incomparabile con oggi la rete di collegamenti via mare, che
riporto: Venezia, Istria, Croazia, Dalmazia, Albania, Grecia e
Smirne via Ancona-Molfetta-Brindisi-Corf, Costantinopoli,
Alessandria d'Egitto, Barcellona via Bari-Messina-Palermo-
Livorno-Marsiglia, Malta) ed elencare le consuete mete come
la basilica di San Giusto, il castello di Miramare, chiese, teatri,
invitano a far visita a fabbriche (di candele, di prodotti
chimici, di tubi, di cioccolata, di stoffe, di crmor tartaro, di
saponi, senza contare i molini a vapore) e poi ad istituzioni
che oggi sarebbe insensato trovare in una guida: l'asilo di
carit per l'infanzia nel rione popolare di Barriera Vecchia;
il Civico Monte di Piet di via dell'Ospitale; l'Ospitale per
i fanciulli di via degli Armeni; l'Ospitale Civile, oggi detto
Maggiore, costruito nel 1841 in una placida valletta di Barriera
Vecchia, riparata dai venti e pianeggiante - l'esatto contrario
dell'ospedale di Cattinara costruito alla fine degli anni
70 del secolo scorso, obbrobrio architettonico esposto alle
pi devastanti sferzate della bora; il Manicomio provinciale
di via della Cattedrale o, per concludere, la Casa dei poveri e
degli invalidi eretta sulle colline del rione di Chiadino, in quei
giorni il secondo fabbricato pi grande della citt, dotato di
cappella, oratorio, giardinetti in grado di accogliere fino a
mille bisognosi. Tutti questi poveri, gi, perch nessuno ce
ne parla mai?
Non sarebbe stata possibile l'iridescente Trieste imperiale,
quella celebrata dall'opuscolo che ti ha consegnato il portiere
dell'albergo centrale in cui soggiorni, senza una citt dell'ombra.
Prima dell'istituzione del Porto Franco non era che una
rada mal sicura e frequentata d'alquante barche, e pochissimi
bastimenti, scrive Kandier. Quando l'imperatore Carlo VI
nel 1719 apre le porte al futuro, lo fa scommettendo su un
villaggio di poco pi di 5 mila anime. Diventeranno quasi 40
mila dopo un secolo e dopo un altro secolo, allo scoppiare
della Prima guerra mondiale, 240 mila. Il boom demografico
dell'Ottocento  impressionante: la popolazione comunale si
moltiplica, tra il 1735 ed il 1900, di ventiquattro volte, il che
significa un raddoppio degli abitanti ogni sette anni.
Prendiamo Livorno, citt di mare e porto, la cui costruzione
si avvia alla fine del Cinquecento: quasi gli stessi abitanti
nel Seicento, ma secondo il censimento del 1901  aumentata
di sole dodici volte. Restando invece in regione: Gorizia, stessi
abitanti di partenza, al censimento del 1901 ne ha 25 mila;
Udine nel Settecento oscilla tra i 13 e i 15 mila abitanti e riesce
a malapena a raddoppiarli nel 1901. La storica rivale Venezia,
decaduta, supera di poco i 130 mila abitanti al censimento
del 1881, cio quasi 15 mila in meno di Trieste nello stesso
periodo. Vogliamo guardare a sud-est? Fiume, nonostante sia
diventata anch'essa Porto Franco nel 1719, dopo un picco
iniziale perde terreno, e a met Ottocento si attesta sui 10
mila abitanti, cifra su cui si attestano altri centri dell'Istria
e della Dalmazia come Pirano, Rovigno, Capodistria, e alle
loro spalle Zara e Spalato (Piran, Rovinj, Ruwein, Ruveigno,
Koper, Zadar, Jadera, Split, Asplathos eccetera, quanti sono
i modi per nominarle? Cerca i nomi, perditi cercandoli). Nel
corso di un secolo un villaggio si trasforma nella New York
dell'Adriatico. Secondo te quanto doveva essere caotica?
Carlo VI aveva non solo eliminato ogni forma di dazio, ma
garantito immunit per ogni reato commesso all'estero. Cos,
insieme alle frotte di immigrati che arrivano per prestarsi ai
lavori pi umili, la citt si riempie di delinquenti, prostitute,
vagabondi. E questa massa di devianti, di "pitocchi girovaghi"
come venivano definiti dalle autorit, non poteva essere
tollerata. Con la creazione dell'Istituto dei Poveri, nel 1814,
ha inizio l'operazione "citt pulita". L'ordine impartito alle
guardie  quello di arrestare e portare all'istituto i mendicanti
con ogni mezzo. Lo scopo  quello di debellare la mendicit
e fornire assistenza ai "veri bisognosi".
Le cronache riportano casi di violenza gratita: pugni sui
denti, spargimenti di sangue, bastonate. Le istruzioni, verbalizzate
dal Consiglio Municipale del 9 agosto 1849, sono
chiare: vegliare sull'ordine, sulla tranquillit e sulla sicurezza
pubblica e privata,  obbligo speciale arrestare i mendicanti
e gli individui che danno pubblico scandalo, impedire la vendita
girovaga in luoghi di frequente passaggio, non tollerare
sui marciapiedi l'ammucchiamento dei facchini, allontanare
gente di dubbio aspetto qualora trovata dormiente sulle
pubbliche vie e piazze, i questuanti allontanati e arrestati e
che siano allontanati dalle rive gli oziosi vagabondi. Non ho
messo le virgolette, ma non ho cambiato una parola.
Il proletariato triestino vive malissimo, altro che passeggiate
e caff letterari. La maggior parte della forza-lavoro
dell'epoca si ammassa in casermoni di cinque o sei piani
nelle zone di San Giacomo, Sant'Anna, Roiano e Servla,
oltre che nelle vecchie case fatiscenti di Citt Vecchia, quella
cantata da Saba. Una relazione di inizio Novecento  drammatica:
parla di aperta inabitabilit di centinaia di case, a
volte con cubature ridottissime, sotto i dieci metri quadrati,
mancanza di servizi igienici, seminterrati in cui filtrano i rifiuti
dai canali stradali, diffusi casi di tubercolosi, mortalit
infantile alle stelle. Quarant'anni prima, in occasione del
censimento comunale del 1869, il medico Arturo Castiglioni
scrive nel suo verbale che le abitazioni non meritano
bene spesso neppur tal nome, ma bens quello di prigioni, di
tuguri, di canili. Quale stato d'immondizia, d'umidit, d'oscurit
vi regni, specialmente nelle fredde e piovose giornate
d'inverno, quanto mefitica ed affannosa sia la scarsa aria che
vi si respira. La mortalit infantile  pi alta di citt come
Roma, Vienna o Londra.
Per campare si faceva di tutto. Adolfo Leghissa, nato alla
fine dell'Ottocento e morto nel 1957 - qualche settimana dopo
Umberto Saba e il pi grande poeta in dialetto di Trieste,
Virgilio Giotti -,  l'esempio dell'uomo dai mille mestieri,
bravo a quanto pare in tutto: maniscalco, teatrante, tipografo,
accenditore di lampioni, cantore in chiesa, muratore,
Jack London mancato scrive Roberto Damiani, attento
studioso della poesia dialettale. Memorabile non tanto per i
suoi versi in triestino, il Leghissa, quanto per il suo affresco
della Trieste di popolo a cavallo tra Ottocento e Novecento,
sia nella sua autobiografia, Un triestino alla ventura, che in
Trieste che passa.
Raggruppa i mestieri per nazionalit: sono triestini di lingua
italiana i braccianti del porto, i carpentieri, i fabbri ferrai,
i macellai, gli orologiai, i tappezzieri, gli orefici, i legatori
di libri, gli incisori, gli spazzacamini e i cappellai; di parlata
italo-slava sono i muratori, i lastricatori, gli scalpellini, i falegnami;
prevalentemente slavi i maniscalchi, i bottai, i carrai, i
panettieri e tutti coloro che facevano lavori di grande fatica,
data la loro robustezza fisica e l'insensibilit alle intemperie,
per cui lavori di sterro (montenegrini), trasporto di massi di
pietra, carico e scarico di carbone sui piroscafi, pavimentieri
(croati); slavi e tedeschi i sellai e i carrozzieri; i calzolai appartenevano
al gruppo misto; le forti donne slovene erano
addette ai lavori domestici (ti ricordo che Saba, all'anagrafe
Poli, prese il suo cognome dalla blia Pepa Sabac), al pane
(famosissimo quello di Servla che giungeva fino alla corte
imperiale a Vienna), alle erbe, al latte, portatrici di acqua
per le famiglie benestanti e donne delle pulizie, volgarmente
"le serve"; gli uomini sloveni gestivano il piccolo commercio
delle rape e del cavolo cappuccio (la base della minestra/bta),
delle salsicce casalinghe (le cosiddette luganighe de cragno,
ovvero della Carniola) e delle grappe (slivoviz e brigna su
tutti, il primo fatto con le prugne, la seconda con il ginepro);
gli istrorumeni portavano il carbone vegetale; i dalmati
vendevano bocchini, tabacchiere, pipe di marasca, coltelli,
piccoli oggetti di cuoio; i friulani erano lavoratori pazienti e
indefessi, in gran parte sarti; i greci erano rinomati liquoristi,
famosi nel popolo per l'invenzione dell'"acqua calda", uno
sciroppo zuccherino profumato di garofano e vaniglia allungato
con acqua bollente che costava pochissimo, e il "salta
in panza", un panino dolce a forma di sigaro che, inzuppato
nell'acqua, poteva essere inghiottito senza masticare.
Cibi e bevande da morti di fame, consumati in bettola o in
case lillipuziane, sprovviste in larga parte, ancora ai primi del
Novecento, della fiamma a gas e con poco ghiaccio, proveniente
dalle jazre del Carso sui carretti trainati dai carsolini,
almeno fino a quando non apr una fabbrica che lo produceva.
Leghissa ci dice che molti operai a cottimo consumavano
la media di quattro litri di vino al giorno, pi un litro sul
comodino da notte per conciliare il sonno, a cui andava aggiunta
la birra, che essendo poco alcolica veniva considerata
come una specie di depurativo-rinfrescante, come un lavaggio
delle vie gastriche.
Era una Babele impressionante. Secondo il censimento
del 1910, su una popolazione di 230 mila abitanti, 98 mila
erano "nati altrove" (in ordine decrescente: estero, Gorizia-Gradisca,
Istria, Carniola, Dalmazia, Stiria, Carinzia, Austria
inferiore, Boemia, Tirlo, Moravia, Galizia, Austria superiore,
Slesia, Salisburgo, Bucovina, Vorarlberg) e la gran parte
dei circa 130 mila residenti in citt dalla nascita discendevano
da contadini inurbati da una o due generazioni. A parte gli
istriani delle coste, i dalmati, i greci e la residua fetta di forestieri
mediterranei, gente di mare non ce n'era. C'era tanta
terra nel sangue giuliano.
Questo spiega anche la presenza minoritaria del pesce sulle
tavole. Brodo, latte, pane nero, legumi che rimpiazzavano
la carne, la quale era riservata ai giorni di festa. Chi aveva
un orto poteva variare con un po' di frutta a verdura, ma
solamente se era un orto in citt o nelle immediate vicinanze,
ovvero finch prevale il flysch, arenaria e argilla, niente a che
vedere con il sostrato calcareo del Carso dove coltivare era ed
 un'impresa. Sassi, solo sassi, bora e terra fertile s, ma poca,
e in fondo alle doline. Era realmente una baraonda in cui una
marea di umani venuti da ogni punto cardinale si arrabattava
come poteva. Lo ricorda anche Ivo Andric ne La cronaca di
Travnik, quando scrive che a Trieste tanti si dedicavano a
indefinite occupazioni, mestieri strambi tra i quali, aggiungo
io, figuravano addestratori di pappagalli, di orsi (il fenomeno
degli orsi "ballerini"), suonatrici di arpa a domicilio od il mitico
Omolola, conduttore arabo di cammello sulle cui gobbe
i bambini montavano per poche monete.
Dirai: a quell'epoca la povert era la norma. Hai ragione,
per potrei raccontarti delle feste comandate trascorse in via
dei Montecchi, rione di San Giacomo, a casa delle mie zie,
anni '80 e '90 del Novecento. Quinto piano, nessun ascensore,
servizi igienici comunitari al piano, nessun riscaldamento!
Le zie avevano la pelle d'avorio. E facevano da mangiare
ogni giorno a quel vicino che un secolo prima sarebbe stato
internato come un pitocco girovago. Potrei raccontarti anche
del regolamento di polizia urbana approvato dal Consiglio
Comunale di Trieste il 18 marzo 2017. Ti tedier, resisti.

Articolo 9: a salvaguardia e tutela degli spazi ed aree pubbliche
 vietato sdraiarsi a terra o bivaccare nelle strade, nelle
piazze, sui marciapiedi, sotto i portici, nei pressi degli edifici
di valore storico e monumentale, ovvero ostruendo le soglie
degli ingressi, occupare impropriamente le panchine impedendone
ad altri il normale utilizzo;  vietato porre in essere
comportamenti in luogo pubblico od in vista ed ostentare al
pubblico oggetti, nudit, piaghe e ferite, contrari al pubblico
decoro od all'igiene;  vietato l'accattonaggio e la richiesta di
elemosina con minori o animali o ostentando menomazioni
fisiche;  vietato arrampicarsi su monumenti, arredi, pali,
segnaletica, cancelli, inferriate;  vietato in tutti i giardini pubblici
fumare e consumare bevande alcoliche, fatta eccezione
per gli esercizi pubblici regolarmente autorizzati;  vietato
praticare giochi sulle aree pubbliche quando possano arrecare
intralcio o disturbo;  vietato bestemmiare e proferire
turpiloquio. Sono vietate molte altre cose, tra cui l'aggancio
di "velocipedi" a monumenti, semafori, colonne eccetera,
insomma  vietato legare la bicicletta al palo.

All'annuncio di tale regolamento, nel dicembre 2016,
decisi di dare vita ad una forma di protesta: la Marcia degli Zaini.
Non organizzai nulla, misi solo un annuncio su internet in cui
manifestavo la mia opposizione a questa decisione, scrivendo
che il giorno 21, nel giorno pi corto dell'anno, corto come il
nostro passo, preludio al ritorno della luce, alle ore 18 sarei
partito da Barriera Vecchia, il rione in cui vivo, e avrei vagabondato
per la citt con lo zaino in spalla bivaccando dove
ne avessi avuto voglia. La Marcia dei Mendicanti, titolarono
i media locali. Ma non replicai, perch se anche la gente avesse
pensato che ero un accattone e degli accattoni prendevo
le difese, mi andava bene. Quella sera circa centocinquanta
persone vennero con lo zaino a camminare. Alcune appositamente
da altre citt. Vennero anche alcuni agenti della Digos,
che se ne andarono dopo pochi minuti avendo constatato
che non eravamo dei bombaroli. Serv a qualcosa? No. Il regolamento,
come detto, fu approvato. Per una agguerrita
quanto pacifica minoranza aveva inforcato lo zaino e si era
trasformata in un esercito di pitocchi. Insieme avevamo testimoniato
l'esistenza di un'altra citt.
...
6. Sopra sotto le righe.

Torna al centro della piazza Unit. Dai le spalle all'Hotel ai
Duchi, lancia lo sguardo verso il Teatro Verdi. Immagina le signore
impellicciate, i diamanti che luccicano e poi questo: le
pareti impregnate trasudano un vapore umido. Puzzo stantio
di ascelle, annusamento di aranci, petti sudaticci di unguenti,
acqua di resina, fiato di cene all'aglio solforoso, fetide scorregge
fosforescenti. Chi lo scrive? James Joyce. Lo scrittore
irlandese trascorre a Trieste circa undici anni tra il 1904 e il
1920, con delle parentesi a Pola e a Roma, qualche soggiorno
in Irlanda e il periodo della guerra in Svizzera. Il suo arrivo 
romanzesco: lascia la compagna Nora su una panchina della
stazione, piomba in una rissa, viene arrestato. Con Nora e i
bambini cambier casa molte volte, non avendo mai i soldi per
pagare l'affitto. Assiduo avventore di bettole, gran bevitore, gli
piace il dalmata Opollo di Lissa, gli piacciono ancora di pi i
bordelli, su tutti il Metro Cubo, uno dei pi piccoli e di infima
categoria. Impara il dialetto triestino, addirittura pare nella
sua variante pi dura e volgare, il negrn, parlato dai proletari
di San Giacomo. Al Verdi va grazie a biglietti procuratigli da
amici de "Il Piccolo". Un imboscato. Un uomo di popolo.
Imboscati a teatro, si pu dire, sono anche i futuristi, che
scelgono Trieste per la prima assoluta delle loro serate. 12
gennaio 1910, Politeama Rossetti, oggi viale XX Settembre,
all'epoca via dell'Acquedotto, in cui nacque Hector Schmitz.
Quella sera si presentano sul palco Filippo Tommaso Marinetti,
Armando Mazza e Aldo Palazzeschi. Marinetti ne d
conto nel Rapporto sulla vittoria futurista: il nostro treno
corre verso Trieste, rossa polveriera d'Italia dice, arrivano
alla stazione e vengono accolti da un crepitare di grida infiammate,
un lampeggiante scoppiare di urrah!, ma la parte
pi interessante non avviene in teatro bens fuori, dopo che lo
spettacolo si  concluso tra i fischi. I futuristi abbandonano la
grande insurrezione delle mummie per riversarsi nelle vie,
scorrazzano tra reiterati entusiastici urr di artisti e letterati,
camminano baldanzosi tra i gendarmi nel gran baccano, sono
signori della citt ebbri di disprezzo per chi dorme. Vanno
prima al molo San Carlo e poi, gesto irrituale per un visitatore
ma in linea con il loro manifesto, verso i fumi della Ferriera di
Servla. Chiusura in bellezza con un men al contrario, caff
come entrante, un paio di piatti epici: arrosto di mummia con
fegatini di professori e grumi di sangue in brodo.
Alle mummie che lo hanno contestato Marinetti risponder
cos: no, non malediciamo la bora, vento strafottente,
improvviso rapinatore; vento strimpellatore di lunghe nuvole
a fiato, a corda ed a pedale; vento che trasforma gli angoli
delle vie in scuole di coraggio, in palestre di equilibrismo, in
esercizi alpestri alla cordata; vento che scolpisce e cesella le
belle donne, poi ne rovescia le gonne di schiuma per spruzzare
di sana volutt l'invertito che oscilla sul filo della sua
ambiguit. Glorifichiamo la bora, esercito aereo di megafoni
alzati, foresta di proboscidi soffianti in delirio, valanga di
condor in foia, lunga e serpeggiante frusta nera del Diavolo
nella notte, immensa scopa d'oro di Dio del sole! Glorifichiamo
la bora che fischia con fragore insuperabile tutti i miei
fischiatori triestini. Una delle rare dichiarazioni d'amore
verso la bora fatte da un letterato.
Al Rossetti in quella serata contestata c' anche il giovane
triestino Vittorio Osvaldo Tommasini, in arte "Farfa", che
ne viene conquistato e raggiunger la fama come poeta futurista
negli anni '30 grazie alla sua opera Noi miliardario della
fantasia. Apprezzatissimo da Marinetti, che lo incoroner
primo "poeta record nazionale futurista", uno dei migliori
performer del movimento, eccentrico, irriverente, surrealista,
patafisico, "incantatore di serpenti" si definir nella sua
pi celebre poesia dedicata ai tubi, con una molletta portafortuna
attaccata al bavero della giacca, contava gli anni
dalla nascita del futurismo. Tra i suoi versi memorabili: Le
rondini / in deliziose cappe di raso nero / dattilografavo il
risveglio / dettato dall'aurora. Morir pressoch dimenticato
a Sanremo nel 1964, investito da un'automobile, forse
a causa della sua proverbiale miopia, senza aver dimenticato
la sua citt.
Un altro personaggio fuori dagli schemi che inizia il suo
percorso di autore nella galassia futurista  Carlo Luigi Cergoly
Serini, in arte Carolus Cergoly, del 1908. Pseudonimo in
giovent che non ha bisogno di commenti: Sempres. Partecipa
alla campagna di Russia, torna a Trieste e si aggrega
ai partigiani, fianco a fianco con i compagni jugoslavi. Sar
questa scelta, assieme alla fondazione nel dopoguerra del
quotidiano indipendentista "Il Corriere di Trieste", accusato
di essere finanziato dalla Jugoslavia, a renderlo mal visto in
certi ambienti cittadini. Anche su di lui  sceso il silenzio, eppure
 una delle voci pi originali che abbia partorito la citt.
Se ne era accorto anche Joyce, che dopo aver letto alcuni suoi
componimenti giovanili esclam "quel mulo  davvero muscoloso!",
dove mulo, in dialetto, sta per ragazzo. In un'intervista
rilasciata poco prima di morire, nella seconda met degli
anni '80, Cergoly risponde cos alle accuse politiche che gli
sono state mosse: non eravamo filoslavi, tutt'altro. Semplicemente
ragionavamo cos: questi disgraziati di sloveni fino
al '45 non hanno potuto usare la loro lingua. I fascisti gli
bruciavano le case. Ora avevano diritto a parlare nella lingua
dei loro affetti.
Caustico, ironico, provocatorio, popolare ed aristocratico
allo stesso tempo, dice di sentirsi vicino a Trilussa e a Belli,
lontano dai poeti di maniera. La sua Trieste del s del da del
ja / tre spade tre tormenti  plurilinguistica, multiculturale,
antifascista, ma anche stupida e cattiva. Ribalta l'immagine
di Ponterosso, canale simbolo della citt dei commerci:
poesia d'un Barbon / scritta per farse coraggio / sotto de
Ponterosso / su carta d'imballaggio.
Cergoly arriva alle ribalte nazionali tardi (anche qui c' lo
zampino di Pasolini), negli anni 70. Era d'altronde successo
anche a Svevo, succeder molti anni dopo a Boris Pahor, classe
1913, lo scrittore sloveno di Trieste autore di Necropoli, in
cui narra della sua esperienza nei campi di concentramento.
Prima edizione in sloveno del 1967, prima edizione in italiano
appena nel 1997. Trieste  la citt del troppo presto o del
troppo tardi. Era in ritardo di almeno trent'anni diceva Saba
(per la precisione: nascere a Trieste nel 1883  come nascere
in Italia nel 1850), ma era stata precoce, ad esempio, nell'accogliere
la psicanalisi. Tardiva nel ricollocarsi, nel ripensarsi
dopo la fine della Seconda guerra, fino a raggiungere stati di
coma apparente, quanto tristemente in anticipo nell'aprire le
porte al fascismo, che d la prima brutale prova di s il 13 luglio
1920 con l'incendio del Narodni Dom, la casa del popolo
degli sloveni, o gioiosamente precoce nell'aprire i cancelli del
manicomio con Basaglia.
Lenta, bradipica nel lasciarsi indietro un passato di centralit
e ricchezza, rappresa nella nostalgia, per precoce, scattante
nel farsi governare da una lista civica sorta dal nulla,
molto prima che le liste civiche si affiancassero ai partiti nel
resto d'Italia. 1975, Trattato di Osimo, confermati i confini
stabiliti provvisoriamente dal Memorandum di Londra del
1954: viene prevista la costituzione di una zona franca industriale
italo-jugoslava in Carso. Ci significherebbe da una
parte l'arrivo di manodopera slava a basso costo, dall'altra
la distruzione di ettari di bosco per fare spazio al cemento.
Apriti cielo, sollevazione popolare, un comitato di dieci personalit
di spicco del panorama politico, di estrazioni diverse,
raccoglie 65 mila firme, il parlamento ratifica il trattato,
allora nasce la Lista per Trieste, si presenta alle elezioni comunali,
vince, il Carso si salva (per confonderti ancora di pi
le idee, contro l'istituzione della zona franca si schier anche
Lotta Continua, che pure era favorevole all'amicizia con la
Jugoslavia).
Non si pu amministrare con mentalit ordinaria ci che
la natura e la storia rendono eccezionale. Un metro speciale
occorre per misurare bisogni, situazioni ed animi speciali
dice Guido Piovene nella sua trasmissione radiofonica dedicata
a Trieste, all'interno del suo programma di successo "Viaggio
in Italia". In pochi minuti Piovene coglie molti dei nodi irrisolti
e dei tratti dominanti. Vento furioso e casalingo chiama
la bora, assegna alla citt una sfilza di aggettivi esatti: scogliosa,
ventosa, con colori smorzati ma folli, con luci crude, bianco
acuto, d'argento, di piombo. Sono i primi mesi del 1955,
lo strappo del memorandum si  appena consumato, Trieste
 tornata italiana (perdendo l'Equile di Lipizza), l'Istria in
toto, tranne la gran parte di Muggia,  andata alla Jugoslavia,
c' festa e delusione, ciascuno ha ragioni per esultare o strapparsi
i capelli, e prima di tentare qualsiasi analisi dice: so di
entrare con questa conversazione su un terreno che brucia.
Impossibile dire nulla senza far risentire qualcuno dei tanti
animi per cos dire ustionati. Il mio rifugio  nella sincerit.
Difatti non maschera il suo patriottismo, marca l'italianit
della citt, ad un tratto si arrischia perfino a dire che nemmeno
l'afflusso clandestino ha portato a Trieste ombra di colore
sloveno, ma ci non gli impedisce di avere uno sguardo
d'insieme, sui suoi umori, sul sottotraccia. Comprende che
non bisogna trarre comode conclusioni, troppo facile definirla
una citt nervosa, bisogna chiedersi piuttosto perch
sia nervosa. Il triestino possiede un rametto di follia, dice
l'intervistato Giulio Cervani - professore di Storia della Mitteleuropa
all'Universit di Trieste ed in giovent compagno
di studi di Azeglio Ciampi - e il rametto di follia  la virt
dei grandi popoli. Il tono del triestino  aperto, ridanciano,
cordiale, leggero, frivolo, latino. Se no i xe mat no li volemo,
si usa dire.
Piovene intuisce che per sviscerare l'anima della citt
bisogna rivolgersi ai suoi poeti. Si reca da Saba, nella sua
libreria antiquaria, la descrizione che ne fa  da incorniciare:
naso ricurvo, pelle di pergamena, l'occhio azzurro, brillante,
vecchio e insieme infantile, nascosto tra i libri come
un superstite oracolo greco-orientale, malato, come sempre.
Quale  la sua malattia? Saba dice: l'infelicit. E continua:
la mia sciagura  di essere nato di carattere idillico in una
citt di tragedia. Nevrastenico di felicit non raggiunta, 
il referto di Piovene, e queste due parole, idillio e tragedia,
se le porta passeggiando in centro. Dice che  una citt
bellissima forse anche perch non  oppressa dalla bellezza
artistica n da monumenti eccezionali, bella liberamente, in
maniera creativa, e che la sua vocazione  la felicit, ma non
ardente, media, la moderata letizia, il benessere, e il fatto che
qui abbia attecchito la psicanalisi si deve a queste esigenze.
Una felicit aspirata come un bilancio di conti che tornano.
Pratici i triestini, non solo nei commerci, anche nella gestione
delle emozioni.
Piovene coglie molto, mette a fuoco l'eccezionalit di Trieste,
il velo di follia che la ricopre, il suo essere altro rispetto
alle citt italiane, ma sottostima e in un certo senso disprezza
il contributo sloveno e slavo in generale, tacendo tra l'altro
delle ulteriori identit che la compongono. I suoi poeti migliori
invece no, non si fanno irretire da miti o giudizi affrettati.
Cergoly non si trincera in una nostalgia asburgica fine
a se stessa, ci che muove le sue corde  l'idea di uno Stato
sovranazionale aperto a tutti, fatto di vino, canti, corpi che
si mescolano, lingue che si contaminano, tripudio di sensi.
Leggero s, come quando dice che i propri versi non sono
che fesserie (l'ebreo triestino Fery Flkel defin i propri versi
monade, parola del dialetto che sta per sciocchezzuole, cose
di poco conto), ma lungimirante.
C' un elemento che mi pare accomuni le menti pi acute e
fuori taglia, extra size, di questa citt: l'ironia, o il sarcasmo, o
l'umorismo, attitudini distinte che per convergono verso un
ribaltamento delle verit precostituite. I vii, gli scherzi di cui
ad esempio Svevo andava ghiotto, come quando raccomand
i suoi familiari di non volere al suo funerale n rabbini n
preti e di assestargli una puntura al cuore, cos da evitargli
il terrore di risvegliarsi nella bara. Forse  vero che cerchiamo
pi di altri la felicit, che lo facciamo praticamente, mangiando,
bevendo, viaggiando (torzioloni siamo, bighelloni)
prendendoci in giro, anche con durezza, e tintarella tutto l'anno
e passeggiate in Carso a caccia di osmize (da osem, 8 in sloveno:
case di contadini, solitamente in altipiano, aperte dai
tempi asburgici otto giorni all'anno, oggi un po' di pi, dove
si possono gustare vini, affettati e formaggi prodotti dal proprietario).
Se ci  vero, forse deriva dalla nostra incapacit a
situarci, di scrivere sicuri il nostro nome sulla carta d'identit.
Siamo navigatori, commercianti, contadini, pastori, colti o
analfabeti? Siamo italiani dicono gli uni, siamo slavi gli altri,
siamo un mis mas, cio un miscuglio dicono i terzi, siamo
anche ebrei, greci, tedeschi, ungheresi, istriani, dalmati,
pugliesi, siciliani, sardi, campani nei geni, dna senza speranza
di quadratura dicono i quarti, siamo unici e per fortuna non
replicabili, dicono i quinti, e siamo tutti gli uni contro gli altri,
dicono con ghigno tra il nero e il bianco i sesti, e non siamo
niente di speciale, dicono gli ultimi, alzando le spalle.
Selvatici, questo s, senza dubbio, tutti. Salvadigo nell'accezione
dialettale, come la spiega nel suo dizionario Mario Doria:
selvaggio, selvatico, misantropo.
Salvadigo a Trieste  comunemente chi ha dei modi bruschi,
scontrosi, al limite del rozzo in certe situazioni, chi non
si lascia afferrare, uno da lasciar stare. Salvadigo pu essere
chiunque, il direttore di banca o il manovale, la condizione
sociale non c'entra. Dentro ogni triestino c' un pezzo di
muschio, di corteccia di carpino nero intrisa di umidit, un
residuo di boscaglia che ci fa diffidare delle trattative condotte
nei saloni di rappresentanza, delle ideologie costruite
in astratto, delle verit date per scontate nei centri di potere,
ma anche del talento e della fortuna altrui, di ci che piace a
troppe persone, del vicino di casa. Dentro ciascuno di noi si
cela un boscaiolo, una spia, un kap, un soldato che ha sbagliato
fronte, rannicchiato in un antro in attesa che la guerra
finisca, diffidente di chiunque arriver, con qualsiasi divisa
arriver. Siamo orsi. Selvatici, anche senza stare nella selva.
Laterali, strabici, borderline.
Forse anche per questo proviamo un'estrema difficolt a
fare gruppo. Il sodalizio presuppone, se non una consonanza,
perlomeno un obiettivo comune. E qui, quale potrebbe essere?
Come si costruisce qualcosa, come si origina un progetto
collettivo se prima non si  capito chi si  e da dove si viene?
Se il tuo potenziale collaboratore potrebbe avere degli avi che
hanno sterminato i tuoi avi? Ritrovarsi al caff o all'osteria,
fin l si arriva. Lo fecero i gi citati Svevo, Joyce, Giotti, Saba,
Marin, Stuparich, e poi Benco, Mascherini, Voghera, Timmel,
Quarantotti Gambini. Chi d vita a degli appuntamenti settimanali,
il marted, nel suo studio della centrale via Cassa di
Risparmio 1,  Anita Pittoni: artista di talento della moda e del
tessuto, tenera amante di Giani Stuparich, crea le edizioni dello
Zibaldone, vuole dare un respiro europeo a Trieste, lanciare
i giovani (progetto che Bazlen chiama disperato nella malefica
Trieste).  forte, emancipata, autorevole, intraprendente
ed insieme, come si definisce in una poesia, ridicola e pianzota.
Non  una rarit, perch qui le donne hanno una tradizione
di autonomia superiore a gran parte d'Italia: volitive le
triestine, grintose la mattina sul posto di lavoro e in palestra
nella pausa pranzo, disinibite nel pomeriggio sul lungomare,
tintarella in ogni stagione dell'anno, ipersocievoli la sera a
teatro e nei locali, ma anche coriacee lavoratrici nel primo
Novecento, quando il porto era il primo dell'Adriatico e 20
mila erano le lavoratrici, nelle fabbriche, negli opifici, negli
uffici, o nei cantieri come porta malta, addette alle funi, carichi
pesanti, spalle forti. Le stesse spalle che consentirono
loro, una volta divenute in gran numero vedove di guerra
(secondo il censimento del 1951, c'era una vedova ogni 20
donne contro alla media nazionale di 1 a 30), nel tempo della
ostica ricostruzione, delle famiglie distrutte e della povert,
di reggere la citt e darle un futuro.
Molto sopra le righe, artiste poliedriche con caratteri diversi
ma associate dal talento sono Leonor Fini e Miela Reina,
entrambe con padri meridionali e madri triestine. Costretta a
mascherarsi da bambina Fini, per scampare il rischio di essere
rapita dal padre che  stato abbandonato dalla madre, far
del travestimento e del mascheramento uno dei perni della
sua poetica. A suo agio negli ambienti dell'intellighenzia cittadina
come quella internazionale (frequenta Villa Veneziani,
la casa di Svevo, a cui fa un ritratto, e a Parigi personaggi come
Dal o Picasso), nelle feste in maschera affollate da artisti
di grido come nelle osterie del Carso o tra i gatti (oggetto
di una sua corrispondenza con Elsa Morante, altra gattara),
disinvolta, esibizionista, una furia restia ad ogni disciplina, si
definisce apolide di se stessa, sperimentatrice di forme e
linguaggi dalla pittura alla scrittura passando per il teatro e
il cinema, arriva ai balli vestita da tigre o da gufo o da leone,
riceve gli ospiti in casa nuda, paga una cifra spropositata per
delle mosche in metallo da applicare su un costume che indosser
una volta soltanto, compra un monastero in rovina
in Corsica, un mito che ammalia molti, come ad esempio lo
scrittore triestino Corrado Premuda, che da anni l'ha eletta a
sua ossessione d'autore.
Meno appariscente  Miela Reina, a cui  dedicato il teatro
off della citt, quello in cui ogni luned sera, alle 20.33 spaccate,
lo scatenato gruppo di attori comici del Pupkin fustiga
le idiosincrasie e le manie dei triestini. Matti, uno pi matto
dell'altro, come matte sono le opere di Reina, in cui disegna
maschere per orologi, abiti per tazzine da caff e per quadri,
occhiali e dentiere per libri, museruole per matite e forbici,
trappole per imprigionare i venti, realizza installazioni con
paracadutisti al pianoforte, porta gli studenti nel cortile della
scuola e li guida ad autorappresentarsi in dei murales, un'educatrice
ed una temeraria della fantasia scomparsa a soli 37
anni nel 1972.
Ma Trieste non  solo questo: mentre alcune donne infiammano
i luoghi dell'arte e del pensiero, altre donne, ugualmente
ostinate e coraggiose ma invisibili, assai sotto le righe, ogni
giorno si alzano di notte, mungono le vacche, si mettono in
testa venti o venticinque litri di latte, gonna scura, fazzoletto
legato sotto il mento e scarpe scadenti scendono in centro
dall'altipiano, vendono o scambiano con altri generi alimentari,
risalgono verso casa e prima di dormire mungono di nuovo.
Tutti i giorni, feriali e festivi, sole, piova o neve che sia. Sono
le donne del latte, le mlekarice. Accanto ad esse le venderigole,
venditrici ambulanti di frutta e verdura (per loro, per farle stare
al caldo sar costruito il Mercato Coperto che esiste ancora
oggi in via Carducci, un eccellente esempio di architettura fascista),
le donne che fanno il pane, o pancogole, e le venditrici
di frutti di mare, dette mussolere. Un gran via vai di donne che
si riversava in citt dal Carso, dai borghi istriani, dai sobborghi
di Trieste, con in bocca molte lingue e dialetti, profili tenaci,
creature resilienti di cui poco ci si ricorda.
Ma dicevamo di Anita Pittoni: nel suo salotto, dal 1941
al 1974, passano tutti, anche i pi giovani, come il poeta in
dialetto Claudio Grisancich e il pittore, che nella maturit si
cimenter nella scrittura, Ugo Pierri. Il critico cinematografico
triestino Tullio Kezich, sceneggiatore insieme al regista
Ermanno Olmi de La leggenda del santo bevitore, ricorda che
Pittoni lo forzava a scegliere: o de qua o de l, noi triestini
semo del parte de Slataper, come Giani Stuparich, o de la
parte de Svevo, come mi. Condannati a stare sopra o sotto
le righe, un vero e proprio topos. Sovente condannati ad essere
fraintesi, ad essere visti con sospetto od essere messi da
parte dalla Trieste bene, come accade a Pittoni, che trascorre
l'ultimo scorcio di vita in solitudine presso il padiglione ospedaliero
riservato ai lungodegenti.
Tra i pochi che la vanno a trovare c' un suo pupillo, Ugo
Pierri, accompagnato dall'immancabile moglie Afra. Lo incoraggia
fin dalla giovinezza, gli scrive affettuose lettere firmandosi
Foscla, gli commissiona lavori, lo manda in giro a
fare mostre, gli presenta grandi nomi, come Guttuso, il quale
gli compra due disegni e gli mette a disposizione il suo studio
a Roma. Ma Pierri non va. In una lettera del 1966 Pittoni
scrive a Pierri: Caro Ugo, contro natura non si pu nulla. Ed
io mi rammarico di aver fatto tentativi per costringerti all'autodisciplina.
Ma  che pensavo che tu desideravi di essere
aiutato per incamminarti su una via di lavoro impegnato, di
vita responsabile ed economicamente indipendente. Ora vedo
chiaro che tu, consapevolmente o no, ti difendi in tutto ci:
preferisci vivere di "espedienti", lasciarti cullare dal caso che
ti  benigno; insomma "un barbone" di alto livello, fortunato;
o, se il paragone ti disturba, un uccello libero da impegni.
Pittoni gli vuole bene - ed  un bene ricambiato, disinteressato -
cos com': libero, non addomesticabile, geniale.
Nessun compromesso, nessun carrierismo. In una lettera del
1977 le scrive: cara direttrice, soltanto ora comincio a riavermi
dallo stordimento che mi ha procurato una sua affermazione
di qualche tempo fa in casa mia: lei aspirando il fumo
di una Astor e modulando le narici in un tremito risentito
ha detto, io sono un'intellettuale che ha molte cose da dire,
ancora. Le auguro di poter dire molte cose meglio se buone
ed utili per tutti, ma per me gli intellettuali sono persone senza
bont senza cuore e perci senza poesia e il vantarsene
mi pare cosa terribile. Estremamente. Capisco il suo stato
di grave confusione e le scrivo per porgerle gli auguri di un
rapido risanamento.
Pierri, classe 1937 e ancora sulla breccia con il suo spirito
anticonformista,  l'ennesimo esempio del genuino talento
che la citt ha riconosciuto solo in parte. Sempre dalla parte
degli ultimi, negli anni '90 crea una rivista funambolica,
"Ossetia. L'eco del popolo oppresso", piena di pseudonimi,
recapitata ad personam, in cui i vizi della Trieste borghese
autocompiaciuta del proprio passato e le code di pavone dei
suoi intellettuali o autoproclamatisi tali vengono messe alla
gogna. Meriterebbe una biografia scritta a pi mani. Espressionista
nella pittura, il suo primo amore, lo  parimenti nella
scrittura, che arriva pi tardi. Alcuni suoi versi: Piazza Unit
/ palazzi severi / vecchi usurai / con spacchi ai sederi / ai
tavoli rotondi / del Caff degli Specchi, e ancora: Magnar
e bever / soldi tanto e presto / Mitteleuropa.
Un altro personaggio controcorrente, che tocca i riflettori
nazionali per poi rinchiudersi nella culla-prigione Trieste, 
Paolo Universo. Amico di Pierri, anche lui tra i frequentatori
dello studio di Pittoni, classe 1934, nato a Pola, Pula in croato,
scomparso nel 2002, esordisce nel 1972 sul prestigioso
Almanacco dello Specchio sotto l'ala protettrice di Vittorio
Sereni. La strada sembra dunque in discesa. Poi per il silenzio,
anni a tradurre Rimbaud, a scrivere senza pubblicare,
a starsene con i "matti" dell'ex Ospedale Psichiatrico. La
Trieste di Universo  da distruggere: io ti vorrei vedere /
distrutta / casa per casa / al suolo / vorrei / che un nuovo Scipio
ti mettesse / a ferro e fuoco / come Cartago / vorrei / che
vere orde di barbari / ti mettessero a sacco / vorrei vederti
/ squassata dal mare / come Messina / vorrei / che sulla tua
austroungarica rovina / fosse cosparso / il sale.
Qui si sente incloacato, gettato in una citt orribile, fatta
di rospi, ragni, scorpioni, invasa da un imprecisato numero
di aderenti al partito degli scribacchiatori pi o meno anonimi,
dove la scalogna ti viene dietro come un cane, scrive
nel suo Autoritrackt. I suoi concittadini? Esulta all'inno /
tripudia alla Bandiera / delira alla Nazione / triestone / non
hai che il fumo / di Nazionale / Esportazione. Mary Barbara
Tolusso, poetessa e scrittrice di Pordenone assorbita
dal pianeta Trieste, amica di Universo, dice che la sua citt 
mitteleuropatica, si crogiola pi che essere crogiolo di differenze
integrate. Tolusso che tra l'altro fa dire al personaggio
principale del proprio romanzo d'esordio, L'imbalsamatrice,
una giovane donna chiamata N. che rende presentabili i cadaveri
prima del funerale: Solo a Trieste pu sopravvivere il
grande mito dei morti.
Siamo punto e a capo. Mitteleuropa o Mitteleuropatia?
Trieste Filadelfia d'Europa, porto in cui i naufraghi trovano
ricetto, come scrive Anita Pittoni, o Trieste Filadelfia d'Europa,
covo di ladri, reticolo di manigoldi, mercanti e prostitute,
come scrive Ugo Pierri? Se la categoria Trieste  un terreno
minato, quella di Mitteleuropa  campo in cui infuria la battaglia,
un chewing-gum dal significato malleabile e plasmabile a
piacere, termine che pu indicare tutto e il contrario di tutto,
dice Magris introducendo uno dei baluardi sull'argomento,
La genesi dell'idea di Mitteleuropa, di Arduino Agnelli. Non
 il caso di impelagarci in un altro pantano. Ci basti l'accortezza
di maneggiare con cura la parola. Ora torna a visualizzare
piazza Unit, se non ti imbarazza di' a voce alta i versi
dei poeti appena nominati. Non ti pare diversa? Non noti
delle crepe nelle facciate dei palazzi? La vetrina con le fette
di strudel, o gli strucoli, non ha l'aria di essere fuori posto?
La musica d'operetta che proviene dal teatro, fuori tempo?
...
7. Dr Jekyll Mr Hyde.

Chi varda i nuvoli no fa viagio, chi guarda le nuvole non viaggia,
recita un vecchio adagio.  ora di andare. Puoi farlo davvero
o puoi solo immaginarlo, a te la scelta. Se decidessi di
incamminarti con me, ti consiglierei un buon paio di scarponi
e uno zaino. Scarponi e zaino per camminare in citt, che
assurdit. Ti renderai conto presto che i grmbani sono pi
vicini di quanto pensi. Grmbano  voce dialettale per sasso
tagliente. Viene dallo sloveno greben: cresta di monte, scoglio
roccioso. Il suo secondo significato  bifolco, ignorante, il
solito pregiudizio del cittadino verso chi abita in campagna
e nei boschi. I sassi sono intorno a noi, sono spigolosi, per
affrontarli non c' alternativa agli scarponi. Camminando
conciato come un montanaro verrai squadrato, penseranno
che sei matto. In effetti chi va per grmbani un po' grmbano
deve essere. Carso, Carinzia, Carniola, Carnia. Tutte parole
che condividono una radice indoeuropea, kar. pietra. Secoli
di guerre ed invasioni per conquistare una pietraia. Con la pietra
dobbiamo fare i conti.
Il Municipio  di fronte a te. Dovrai passare sotto i portici e
salire al colle di San Giusto. Prima per dai un ultimo sguardo
alla tua destra, Palazzo Pitteri, neoclassico, il pi antico
edificio della piazza, nonostante sia solo del 1780. Al suo interno
all'inizio del 2019  stato inaugurato un supermercato.
Quando  trapelata la notizia dell'imminente apertura si 
inscenato il putiferio: i triestini in massa si scagliano contro il
progetto, si raccolgono firme, ne va del nostro decoro, dicono.
Eppure la storia dell'edificio  una cartina di tornasole:
sede storica della Societ di Minerva ad inizio Ottocento, poi
Caff Flora, clientela trasversale, dai coristi del Verdi ai poveracci
di Citt Vecchia, quindi Caff Nazionale dopo la Prima
guerra, negli anni '60 diviene locale notturno, il Piccolo
Mondo, infine una lunga chiusura intervallata dall'apertura
del Caff Audace e di un bar. C' addirittura chi parla di maledizione.
Non deve averci creduto Lelio Luttazzi, il grande
uomo di spettacolo nato a Trieste nel 1923, che decide di
prendervi un appartamento in affitto. Entra nel 2008, dopo
due anni muore e le sue ceneri saranno le prime, in citt,
disperse ufficialmente in mare. Come se fosse tornato apposta,
un'anguilla (a proposito: ti consiglio di visitare presso la Biblioteca
statale "Stelio Crise" il piccolo museo che gli  stato
dedicato, fortemente voluto dalla moglie Rossana).
Memore dell'annuncio roboante su "Il Piccolo", vado a ricercare
l'articolo: dopo 54 anni Lelio Luttazzi torna a vivere
a Trieste  il titolo. All'interno si riporta la benevolenza della
gente a vederlo passeggiare per le vie del centro, i passanti lo
fermano e gli danno il benvenuto (non prendere sotto gamba
il gesto, vista la selvaticit del triestino medio). Mi vengono
in mente le prime pagine dello stesso quotidiano il 26 ottobre
1954, L'Italia in ogni cuore nel giorno del grande ritorno e
del "Delo", il principale quotidiano sloveno, che il 26 giugno
1991, all'indomani della dichiarazione di indipendenza titola:
dopo 1000 anni di dominio tedesco e 73 anni in Jugoslavia,
la Slovenia  autonoma, che  un po' come dire: torna libera.
Le persone di queste parti amano i ritorni pi che le andate.
 al tramonto che danno il meglio di se stessi. Grandi organizzatori
di likof, o licof, la bicchierata che si fa quando si
 ultimato il tetto di una nuova costruzione, per suggellare un
patto od alla conclusione di un affare. Goliardici come pochi
i licof celebrati in grotta dagli speleologi a gran sorsi di Gran
Pampel, una bevanda a base di rum e vino bianco, con tanto
di canto propiziatorio: Odino, Odino, non stane mandar piova,
manda vino!
Gi, perch mentre l'inizio  foriero di insicurezze e di probabili
divisioni - no se pol il motto principe triestino, non si
pu - la fine mette tutti d'accordo. Nosepolis, la citt del no
se pol, l'ha ribattezzata Diego Manna, biologo triestino che
ha dato vita ad una saga umoristica scritta in una sorta di triestenglish,
un miscuglio di dialetto e inglese assemblato con il
rigore del linguaggio scientifico per spiegare ai forestieri con
chi hanno a che fare quando arrivano qua. Forse anche questa
 una delle ragioni per cui si pensa con nostalgia all'Austria
felix: non pu tornare, non  una minaccia. In Trieste  un'altra,
lo scrittore e giornalista Pietro Spirito, campano d'origine
ma triestino doc d'adozione, scrive che ha ragione Alessandro
Marzo Magno quando afferma che dello spirito asburgico a
Trieste  scomparso il meglio ed  rimasto il peggio. L'antica
atmosfera multiculturale non c' pi, in compenso  rimasto
l'odio proliferato da met Ottocento in poi. Anche il foresto
Marzo Magno si  "votato" come Spirito a Trieste ed alla sua
storia. Altre due menti brillanti fagocitate dal confine.
Si dice che in una delle sue visite a Trieste Montale abbia
chiesto, al suo arrivo: allora, vi odiate ancora cos tanto?
Gi, i triestini sono maestri nell'odiare e nell'odiarsi. Ottimi
pazienti per uno psicanalista. Fabio Cusin, storico locale
del Novecento, dice che sono cosmopoliti in economia, ma
per tutto il resto sono xenofobi. In questo caso se la sono
presa con un supermercato, dimenticandosi o facendo finta
di dimenticare il locale notturno od il baccano dei beoni che
devono avere affollato i vari locali che si sono succeduti.
Dimenticano anche che piazza Unit  l'inizio di Citt Vecchia,
il rione storicamente pi degradato della citt, con il pi alto
numero di locali infimi e di postriboli.
Dr Jekyll e Mr Hyde, il triestino da una parte affolla i teatri,
i circoli culturali, i caff, i cinema, le librerie (le statistiche
mettono da sempre Trieste al vertice delle vendite di libri
o degli abbonamenti a teatro), dall'altra si toglie la giacca
e si lascia andare nelle osterie, nei casin e nelle case d'appuntamenti
oltre confine. Tutto ci con un atteggiamento
disinvolto, laico od addirittura laicista, lieve traccia o rimasuglio
dell'impero, basti pensare ai tuttora esistenti ricreatori,
ovvero oratori in cui, al posto dei preti, ci sono educatori
comunali. E allora perch sotterrare la propria parte nera?
Che abbia a che fare con la rimozione del proprio passato
di gente di terra, di abitanti di un paesello abbarbicato a un
colle? Siamo in fondo ancora dei campagnoli?
Lelio Luttazzi in un passaggio dell'intervista dice: da
ragazzo, quando passeggiavo partendo dal Liceo Petrarca
lungo l'Acquedotto (viale XX Settembre) e arrivavo poi in
Piazza Unit, vedevo i signori seduti al Caff degli Specchi
o al bar di fronte, che allora si chiamava Nazionale: per me,
figlio di una maestra vedova, erano i ricchi. Quindi non mi
sarei mai immaginato che un giorno avrei abitato proprio
in Piazza Unit. La sua centrale casa di Roma, in cui sono
vissuti Bernardo Bertolucci e Fernanda Pivano, non sembra
niente al confronto. Il sogno di un bimbo cresciuto nel borgo
carsico di Prosek, tra contadini sloveni, che si realizza in
punto di morte. Piazza Unit, sei chilometri in linea d'aria dai
sassi di Prosecco,  il salone imperiale, va al di l del denaro.
In una citt cos laica questa piazza  l'equivalente simbolico
di una cattedrale.
Luttazzi entra nello spazio sacro restando un figlio del popolo,
ne ha la comicit, la leggerezza. Vi entra restando l'autore
della famosa canzone El can de Trieste, l'inno perfetto
di Mr Hyde: un cane nato in un'osteria che fa le feste al suo
padrone soltanto di fronte a un fiasco di vino, imparare a bere
come un facchino e fregarsene delle campane a morto che
un giorno suoneranno. Non posso tacere di un'altra canzone
mandata a memoria da ogni triestino, Viva l'A. e po' bon,
Viva l'Austria e il resto chi se ne importa, beviamo, cantiamo,
godiamo. Nessuna redenzione o salvezza, n nella religione,
n nell'ideologia.
Che tempi, che tempi - era la frase continuamente sulla
bocca dei brontoloni tra gran sorsi d'acqua col mistr e
colpetti rabbiosi alle tabacchiere. Tutto congiura a turbare
i nostri sonni. Chi abita all'Acquedotto  deliziato all'alba
dal rullo dei tamburi della soldatesca in marcia. Quelli del
Ponterosso non possono prendere sonno di sera e la mattina
devono svegliarsi come le cicale, per il gran fracasso che fanno
le serve e tutte le altre babe. In piazza della Legna, dallo
stallaggio degli asini, giunge un concerto notturno di nuovo
conio; poi, le breschize (le contadine slave del Carso) fungono
da sveglie anticipate... Nelle notti domenicali si scatena
il pandemonio: dispute di ubriachi, sfoghi di fisarmoniche,
strimpellamenti di mandolini; gli onorati berretti da notte
dei poveri brontoloni saltellano sui cuscini come cavallette,
mentre per le strade cento e pi bocche rauche intonano canzonette
in voga. Alle processioni, alle tombole, ai funerali
certe facce proibite di tagliaborse civettano maledettamente
con gli orologi, con le catenelle e con i portafogli. Entrano in
scena gli eroi del grimaldello ma la polizia non riesce mai a
coglierli in flagrante. Frequenti furti si commettono a danno
di vari negozi, nelle ore notturne. Gli esercenti sono costretti
ad assoldare, per proprio conto, un guardiano notturno,
armato fino ai denti. Uno spauracchio permanente delle madri
di famiglia  la questione delle domestiche, linguacciute e
sciamannone, che sbagliano i conti della spesa per ingrassare
i loro spasimanti. Si auspicano mezzi radicali: si rimandino ai
loro paesi le fantesche che si distinguono per qualche peccato
capitale. Peggio dei ladri e delle serve, i padroni di casa.
Sono cronache della citt di met Ottocento che escono
su "Il Piccolo" e che ci riporta Livio Grassi, cultore delle
tradizioni nostrane. Un altro amante del popolo  Riccardo
Gurresch, detto Ricciardetto, anch'egli Dr Jekyll e Mr Hyde,
di giorno metodico impiegato dell'avvocatura erariale in
doppiopetto, di notte, come lo definisce Silvio Benco,
giornalista sbandato fra gli ultimi nottambuli, continuatore del
lavoro di Giuseppe Caprin, anche se con altra indole e cultura.
Forse a te, caro lettore, questi nomi non diranno niente.
Per non sono nomi da poco: Benco e Caprin sono stati tra
gli uomini pi attivi nella vita culturale della citt, attenti alla
storia, all'arte ed alla letteratura, entrambi giornalisti, il primo
redattore e poi direttore de "Il Piccolo", giornale per il quale
ha avuto la sorte di correggere il primo articolo di Joyce nel
1907, il secondo direttore de "L'Indipendente" con un passato
di volontario garibaldino.
Dicevo, Benco scrive la prefazione a Vecchia Trieste di
Gurresch, un libretto del 1930 che fa un onesto affresco di
popolo, niente di strepitoso, ma che ci d la dimensione dello
stato di entropia in cui si viveva. O sarebbe il caso di dire: si
sopravviveva. Nell'ultimo capitolo, intitolato La taverna dei
fenomeni, Ricciardetto parla della vita negli anni della Prima
guerra. Dice che nelle vie rimbombano le fisarmoniche,
carretti ovunque con cianfrusaglie di ogni risma, venditori
ambulanti di zolfanelli e di balocchi, ragazzini che offrono
cartocci di zucchero d'orzo, baffute venditrici di dolciumi
che amoreggiano con organettisti calvi, venditori di cartoline
illustrate gobbi, grida, strepiti, e poi - qua ti invito ad accendere
la videocamera - carovane di storpi, zoppi, muti, nani,
mutilati, chi aveva il volto fasciato, a chi pendeva la mano
inerte; uno, dalla larga schiena ricurva, somigliava ad una tartaruga;
un altro, dalla faccia pelosa e mobilissima, imitava la
scimmia, facendo sganasciare i disgraziati compagni.
Pi che a Vienna direi che ci troviamo nelle periferie di
Calcutta o Lagos. Le guide che hai comprato e ti instradano
in itinerari joyciani, sveviani, sabiani, mariateresiani, le guide
franzjosefesche ne fanno cenno? Da tale bolgia credo che
derivi una parte dell'ispirazione degli scrittori e dei poeti.
Senza la fama di alcuni di loro si parlerebbe di Trieste oggi?
Ci sono stati altri autori, oggi marginali ma al tempo con un
codazzo nutrito, che nella mischia si sono buttati. Giglio Padovan
ad esempio, classe 1836, ritenuto il capostipite della
poesia dialettale triestina, pseudonimo Polifemo Acca, che
in un sonetto intitolato El strabon de Zit vecia dipinge un
quadro cristallino: androne sporche de grotesca impronta, fetidi
gabioti carolai, l'orba taverna sbordelona e sconta, cristiani
ebrei maritimi soldai negri e carnazza publica bisonta, musica e
lavativi pensionai. L, tra androni sporchi, fetide catapecchie,
taverne chiassose, nella carne umana unta e tra i lavativi trova
lo spirito di Trieste.
Cos come il suo epigono, Giulio Piazza, classe 1863, pseudonimo
Macieta (macchietta), autore dell'antologia Trieste
vernacola, promotore dei popolarissimi concorsi per canzonette
al Politeama Rossetti a fine Ottocento, etologo amatoriale
che gira per le vie a registrare le parlate in uso, o Gilda
Amoroso Steinbach, la prima poetessa dialettale e tanti altri,
nomi perduti che non entrano nei manuali di letteratura e
che tuttavia sono indispensabili per ricostruire un'epoca, per
cercare di risolvere il rebus.
Hai alle spalle piazza Unit, alla tua sinistra l'ex ghetto
ebraico, di fronte a te il colle di San Giusto, sei in Citt Vecchia.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio / che bestemmia,
la femmina che bega, / il dragone che siede alla bottega / del
friggitore / la tumultuante giovane impazzita / d'amore, / sono
tutte creature della vita / e del dolore scrive Saba. Un salto nel
tempo: inizio Novecento, sei in un rione da 20 mila abitanti,
tra pi di un secolo, quando prenderai questo libro in mano,
saranno 2 mila. Alla tua sinistra, a neanche duecento metri
c' il Metro Cubo, bordello cos angusto che l'amore tocca
farlo in piedi, ragazze bruttine si mormora, potresti incontrarci
Joyce, ci va spesso. All'irlandese piace molto anche la Chiave
d'oro, in Barriera Vecchia, via del Solitario, gi il nome  tutto
un programma. Tra un secolo diventer via Foschiatti e nello
stesso palazzo aprir un centro massaggi cinese, vedi il destino.
Alla tua destra, sempre circa a duecento metri, in via dei
Capitelli, c' la Pompiera, un palazzo di tre piani che diventer
la Casa della Musica. Di bordelli attorno a te ce ne
sono a iosa, le prostitute, tra registrate e non, sono pi di
cinquecento in citt, allo scoppio della guerra saranno circa
seicentocinquanta. Ci sono quattordici alberghi, i caff una
cinquantina, quelli viennesi sono i pi lussuosi, pi modesti
i veneziani e gli orientali, infine i popolari, dove non c' il
servizio giornali. La stampa non  roba da poco: quasi una
cinquantina le pubblicazioni, ma se contiamo tutte quelle
uscite a partire dagli anni '60 dell'Ottocento superiamo
le cinquecento testate, in italiano, sloveno, tedesco, croato,
francese, greco. In ciascuna delle ventitr farmacie  garantita
assistenza gratita, la cosiddetta "ora dei poveri". Quasi
settecento tra trattorie, osterie e cucine popolari, pi di una
settantina gli "affitta letti", dove vanno braccianti e marinai
senza un fiorino, e non dimentichiamoci delle birrerie, che gli
Asburgo spingono per fare breccia nella borghesia e opporsi
all'italico consumo di vino, monopolio del proletariato (ah,
s, la prima fabbrica di bionda: Dreher), gli spacci-vino senza
mescita e le osmize.
Il numero esorbitante di locali in cui domina l'alcool non
pu passare in sordina. Ribalta il mito della citt dei caff.
Non li devi pensare esclusivamente come luoghi di abbrutimento.
Talvolta hanno la parvenza di aule scolastiche, piccole
accademie in cui anche donne danno il loro contributo. Il
primo cinema, l'Americano, apre nel 1905, il teatro di variet
non  ancora esploso, la gente si svaga cos. Il men
viene discusso democraticamente tra oste e vecchi avventori,
si canta, si impara a leggere il pentagramma, si assiste al funzionamento
dei primi fonografi, si fa di conto, vi si trovano, ci
dice Leghissa, giocolieri, cantanti lirici, acrobati, illusionisti,
fachiri, pittori, ipnotisti, filosofi improvvisati, cantastorie che
sanno a memoria poemi e saghe.
Una delle pi famose  l'Osteria del Pappagallo, in via
dei Capitelli n. 3, aperta da alcuni dalmati intorno al 1880,
dove nasce la "Trib dei Papagai", un gruppo monicelliano
alla Amici miei, stila un programma politico che mira alla
soluzione dei problemi sociali "bevendo il meglio e al massimo"
e organizza scherzi in grande stile, come la festa in
Villa Murat, il cui dress code prevede frac bianco, cilindro e
scarponi da montagna. Villa Murat, nel Passeggio Sant'Andrea,
il nido dei primi appuntamenti tra Emilio e Angiolina
in Senilit di Svevo (ancora oggi meta di coppie), non esiste
pi, ma  stata la dimora delle sorelle di Napoleone, Elisa e
Carolina Bonaparte, e probabilmente quell'improbabile festa
deve essere stata una delle ultime occasioni mondane prima
del suo abbattimento. Una banda di impenitenti in una delle
ville neoclassiche pi sofisticate della citt.
Se sali un po' arrivi all'Arco di Riccardo, con accanto l'omonimo
ristorante, ai tempi osteria frequentata da Joyce soprattutto
per il suo vino, l'Opolo di Lissa. Infatti, dopo che la
filossera nel 1892 aveva messo in ginocchio i vigneti istriani e
scaduta nel 1904 la convenzione italo-austriaca sull'importazione
dei vini meridionali, si cominci a importare i dalmati.
Che il vino sia cosa seria ce lo dimostra anche il reportage
compiuto nel 2016 da Riccardo Cepach, critico letterario e
direttore dei musei Svevo e Joyce di Trieste (vai a visitarli),
pubblicato sulla rivista "Il Ponte Rosso". In sella alla sua moto
assieme al figlio Matyas va a Lissa, Vis in croato, a cercare
le tracce dell'Opolo. Cos scopre che quello che doveva essere
un vinello bianco traditore che senza salire al cervello
mozza per le gambe - nella definizione di Dario De Tuoni,
uno degli allievi preferiti da Joyce -  in realt un ros. Un
serio studioso che affronta un viaggio di mille chilometri a/r
non per andare a scandagliare i luoghi della Battaglia di Lissa,
ma per svelare quella che, a occhi esterni, potrebbe sembrare
una quisquiglia.
Ormai ci siamo, siamo sul colle di San Giusto. La cattedrale
con il rosone gigantesco, bianchissima pietra carsica, la
stucchevole poesia di Carducci dedicata a Miramare, i resti
del propileo e del foro romano, il castello, il parco della rimembranza
e la scultura dedicata ai caduti per la Liberazione,
solo che qui non si ricordano i partigiani bens i soldati morti
nella Prima guerra. Su San Giusto trovi quante informazioni
vuoi, non  il caso di dilungarsi. Prima per di avviarti e fare
ingresso nel rione di San Giacomo, dove imboccheremo l'ex
strada ferrata che ci condurr nei boschi, sento il dovere di
ricordare un personaggio che  caduto nell'oblio, e che alle
pendici di questo colle  nato.
Mario Soldati lo battezza il Chevalier triestino, per Tullio
Kezich  un ortodosso dell'anticonformismo, sa far ridere
dice Cesare Zavattini, artista geniale dice Silvio Benco, il mio
primo modello dice l'attore Paolo Rossi (se non lo sai: nato a
Monfalcone, padre soldato in Slovenia durante l'occupazione
italiana e autore di un libro intitolato Prigioniero di Tito),
che nel 2015 lo presenta al grande pubblico della trasmissione
Rai "Che tempo che fa": a Trieste con lo stesso monologo
 stato arrestato dai nazisti, dai titini e dagli americani.
Ognuno diceva: stai parlando di noi? Era un grande comico.
Mia nonna diceva: vado a vederlo perch lo arrestano. Sua
nonna ci andava perch a Trieste tutti si chiedevano cosa
avrebbe fatto nel suo prossimo spettacolo l'imprevedibile
Angelo Cecchelin.
Uomo di popolo al midollo, classe 1894, cresce nelle strade
strette di Citt Vecchia, il suo talento comico emerge subito,
gi al ricreatorio fa scompisciare tutti, a 16 anni il primo
arresto per aver manifestato con un gruppo di mazziniani
contro la fucilazione dell'anarchico Ferrer, arriva la guerra,
irredentista come altri triestini diserta i ranghi austriaci
(ricorda, caro lettore italico, che da noi la guerra inizia un anno
prima), si fa nove mesi di fortezza a Lubiana, nove in campo
di concentramento a Linz e poi un altro campo a Graz, finisce
la guerra, torna e diventa repubblicano, si mette a organizzare
serate di beneficenza in onore di Cecco Beppe e l'Austria
che fu, rifiuta di prendere la tessera del partito fascista, lo
arrestano una marea di volte ma lui persiste, calca palchi di
ogni sorta, non si risparmia, per strada non c' nessuno che
non lo conosca.
"Il Piccolo" alla centotredicesima serata si accorge finalmente
di lui,  il 1923, da poco  ripassato in citt Marinetti
a leggere il suo Mafarka il futurista, romanzo che si apre con
lo stupro delle negre, tanto per farti capire il clima, ma
Cecchelin non demorde, il suo fascicolo in questura si ingrossa
giorno dopo giorno, al motto vivere non necesse, navigare
necesse est, risponde (te la dico in italiano ma l'originale  in
dialetto): dicono che non  necessario vivere ma navigare!
Io faccio il barbiere, allora mi facciano fare il barbiere a bordo.
Nel 1926 al Teatro Eden si presenta in scena truccato
da Padreterno con in mano una valigia, dice che deve lasciare
l'incarico, il suo posto lo prender il federale. Arrestato,
processato, ma il fatto non sussiste, e che fa? Porta in scena
la parodia del processo. In questura non mi cucano pi, il
pezzo forte.
Fonda la compagnia teatrale "La Triestinissima", porta i
suoi spettacoli in giro per l'Italia, nonostante l'avversione del
regime per il dialetto e i copioni visionati preventivamente.
La battuta Tu mare grega ad esempio, "tua madre greca",
tipico insulto triestino (caro anche a Joyce), viene censurata
perch, spiega Cecchelin stesso, Mussolini non aveva ancora
rotto le reni alla Grecia!. Non  antifascista militante, fa
molte serate di beneficenza in favore di organizzazioni del
fascio, e lo dimostra il fatto che nel 1940 e 1941 tra tutte le
compagnie teatrali che abbiano "agito" a favore delle forze
armate al primo posto ci sia quella di Cecchelin, con trecentosessanta
repliche.
Contraddittorio, accusato di mettere in scena le becere
scenette di ubriaconi, di perpetrare l'abuso del doppio senso
e della macchietta del carsolino sloveno, quando comincia
l'occupazione nazista in citt, nel 1943, inizia la sua parabola
discendente: visto con sospetto o censurato dai nazisti, quindi
dai titini che occupano Trieste dal 1 maggio al 12 giugno
1945, le sue provocazioni diventano inutili sotto i permissivi
alleati anglo-americani. L'evento che sancisce l'oblio: viene
accusato di avere denunciato al Comando partigiano il suo
collega e rivale Nino D'Artena, il cui corpo  stato ritrovato
in una foiba nei pressi di Basovizza, l'Abisso Plutone. Non
entro nel merito del processo, su cui si sono addensate molte
ombre, fatto sta che fa ingresso nel carcere del Coroneo
nell'estate del 1947 per uscirvi dopo due anni. Ormai demoralizzato,
in pieno declino, muore a Torino nel 1964, verr
sepolto nel cimitero ortodosso di Trieste.
Mi sono dilungato su Cecchelin non tanto per le sue opere,
quanto per la sua storia. Uomo di popolo che attraversa
con leggerezza il Novecento, un po' alla maniera del soldato
Oreste Jacovacci impersonato da Alberto Sordi ne La grande
guerra. Forse non  assimilabile a Petrolini o a Trilussa, per
la sua testardaggine, la sua maniera di fare opposizione, la
sua contraddittoriet, la sua gaiezza rappresentano il triestino
medio. Un mattatore per gli uni, un perdente di successo per
gli altri, un irrequieto od un corrivo, un delatore o un uomo
senza peli sulla lingua.
Mi sono attardato anche perch la sua storia ci ricorda che
questa terra non cicatrizza le ferite: ci sono voluti decenni perch
gli fosse intitolata una via. Polemiche, scontri in Consiglio
comunale, la destra che si oppone per via dell'episodio della
foiba, un ponte che doveva avere il suo nome viene assegnato
a Joyce, infine la scelta di una scaletta accanto al Teatro Romano
e all'ex cinema teatro Filodrammatico che lo ha visto
mattatore per anni. Ma non  finita: arriva una lettera al "Piccolo"
della sua primogenita che reputa vergognosa la scelta di
quella via minore. Cecchelin, con i suoi talenti e i suoi limiti,
 la frontiera che sale senza annunci pomposi sul proscenio.
...
8. Il richiamo del bosco.

Per raggiungere Campo San Giacomo da San Giusto passerai
di fronte ad una delle case di Joyce: via Bramante 4,
secondo piano, qui vive tra il 1912 e il 1915, termina Ritratto
d'artista, comincia Esuli e il suo capolavoro, Ulisse. A cento
metri, in via Risorta, un ristorantino sostituisce l'Antica
Hostaria da Libero, aperta negli anni '60 da Libero Laganis,
istriano di Portole, oste di quelli di una volta, me lo ricordo
ancora mentre serviva la jota, la minestra tipica a base di
crauti e fagioli, a noi studenti che facevamo lipe, cio marinavamo
la scuola. Bella parola che si adatta bene al triestino
bighellone e con poca voglia di lavorare, dall'etimo incerto,
al punto da mettere in ambasce anche il vate del dialetto
Mario Doria: forse ha a che fare con il gioco della lippa,
forse con il veneto lipa per indicare un fannullone, mentre
 improbabile, dice, che venga dal greco lipin, lasciare, o
dallo sloveno lipa, tiglio. La solita incertezza con cui dobbiamo
fare i conti. Libero piaceva a Magris e sarebbe piaciuto
sicuramente a Joyce. Offriva un piatto a chi era spiantato
e aveva idee strambe, come quella di raddrizzare la torre
di Pisa. Negli anni '90 ha ricevuto pure cinque coltellate,
ma non gli hanno impedito di tornare a casa per mettere al
sicuro l'incasso di giornata.
Ti lasci sulla destra il cartello che manda ai bagni comunali,
un altro lascito della Trieste imperiale, divisione donne
uomini per giornate, sauna doccia bagno turco per pochi soldi,
sulla sinistra l'ex lavatoio, l'ultimo della citt rimasto in
vita, oggi adibito a spazio culturale, superi la scuola elementare
slovena e sei in piazza, dove giganteggia la chiesa di San
Giacomo. Niente di eclatante, no? Eppure questo  il cuore
popolare di Trieste, Rena Nuova, dopo lo svuotamento di
Citt Vecchia / Rena Vecchia, iniziato durante il fascismo per
riportare alla luce il teatro romano e concluso con il Piano
Urban degli anni '90, che ha di fatto mutato il Bronx in Manhattan.
Quello che era prima un grande impasto di miserie e
sudiciume nelle parole di Silvio Benco, un miasma in cui si 
appestati dal tanfo dell'aria imputridita, si viene inseguiti da
ratti che infestano i vicoli e la vita ha qualcosa di nauseante
e di corrotto, diventer a fine Ottocento rione di fabbriche:
dove prima si faceva il pascolo si insediano masse di poveri
dall'entroterra che in pochi anni originano una classe proletaria
sfruttata e irrequieta. Un calderone.
Borghesia e proletariato stavano l'una di fronte all'altro
non come semplici antagonisti di classe, ma come "razze
umane" diverse, scrive la storica Marina Cattaruzza, che
trova negli archivi una lettera del 1908 in cui la Deputazione
di Borsa chiede a un parlamentare interventi atti ad arginare
grassazioni, furti e rapine all'ordine del giorno. Per non parlare
del porto, con furti di merci che rischiano di far perdere
competitivit. La seconda met del XIX secolo  all'insegna
del lavoro frenetico nei cantieri, in arsenale, in raffineria, nella
pilatura del riso, inutile farti l'elenco, per  utile capire
che una parte della citt diventa operaia, vengono costruite
case su case, si lavora alla merc del padrone, schiaffi, percosse,
pochi diritti. Anche chi sta nel piccolo commercio non
se la passa bene, con negozi aperti dalle 5 del mattino alle 10
di sera, chiusi solo a Natale, Pasqua e Pentecoste, il letto o
qualcosa che gli assomiglia sistemato nel retrobottega o nel
magazzino.
Siamo in una fase di transizione, il lavoro comincia ad essere
regolamentato, ci sono le prime battaglie sindacali e i
primi scioperi, ma ancora resiste nei nuovi operai un'abitudine
all'antico lavoro breve e saltuario: l'assenteismo diffuso il
luned e dopo i giorni di festa, di solito a causa di sbornie colossali.
Le peggiori se le prendono i carbonai, i lavoratori pi
umili del porto: il loro consumo medio giornaliero di grappa
supera il litro al giorno (1 litro!). Le cronache riferiscono di
risse, coltellate, ubriachi a dozzine sui marciapiedi e con essi
senzatetto, operai che hanno perso il lavoro, finanche adulti
e bambini morti di inedia. Le case? A San Giacomo a quel
tempo gli appartamenti hanno in media due vani, nel Borgo
Teresiano da sei a dieci. Baraccopoli contro bella vita.
Si racconta che a inizio Novecento Valentino Pittoni, lo
zio di Anita, segretario del Partito Socialista e tra i promotori
delle Cooperative Operaie, per camminare a San Giacomo
si bardasse a mo' di cacciatore inuit, perch con la bora e la
pioggia le strade, non essendo lastricate, si trasformavano in
fiumi di fango in piena. Una campagna che si stava trasformando
in suburbia a qualche centinaio di metri dalla sciccheria
del Borgo Teresiano. Isolata, una nuova citt non borghese
separata dalla citt, almeno fino a quando, nel 1904, si
costru la galleria di Montuzza, quella che ancora oggi collega
piazza Goldoni, ex piazza della Legna, a piazza Vico.
Fu un evento eccezionale che entr in tutte le conversazioni
da osteria, come da Gorza, la pi famosa, situata in via
San Giacomo in Monte: i ga dito de Gorza, lo hanno detto da
Gorza, era il refrain. Fu un "gorziano", il corista basso Pietro
Savio, a scalpellare la pietra decorativa all'imbocco della
galleria ideato dai Berlam (gli stessi fratelli che qualche anno
dopo avrebbero progettato la sinagoga, una delle pi grandi
d'Europa), e animosa fu la discussione tra gli avventori, pro e
contro l'utilit e i costi di quel traforo, con tanto di sopralluoghi
notturni. Era il popolo che iniziava a chiedere di contare.
Arriva la guerra, fame brutta, quando finisce rientrano
i soldati, sbandati, sfatti, e assieme ad essi i nuovi funzionari
governativi inviati da Roma e tanti italiani, i cosiddetti
"regnicoli". Passano di qua, senza meta, anche le ombre dei
soldati periti sul fronte dell'Isonzo. Crisi della cantieristica,
commercio fermo. C' chi gioisce per l'arrivo dell'Italia, chi
rimpiange l'Austria, la maggior parte  disorientata. Per pi
di cinque secoli, tolti alcuni brevi intervalli di dominio veneziano
e francese, la citt infatti  stata sotto l'aquila bicipite,
la "fedelissima", cos ribattezzata con tanto di titolo araldico
da Federico III d'Asburgo nel 1464. A maggioranza italiana,
ma si tratta pur sempre di mezzo millennio d'Austria.
Si istituisce l'amministrazione straordinaria della Venezia
Giulia, e tra il 1919 ed il 1920 si susseguono eventi che decidono
le nostre sorti: la Conferenza di Parigi, il Trattato di
Saint-Germain-in-Laye, il Trattato di Rapallo. L'Italia non vede
accolte tutte le promesse del Patto di Londra. In Italia entrano
Trieste, la parte occidentale del Ducato di Carniola (le
localit te le do tutte in italiano, sebbene oggi siano in Slovenia:
Postumia, Bisterza, Idria, Vipacco e Sturie), l'Istria (oggi
divisa tra Slovenia e Croazia con l'eccezione di Muggia, che
 rimasta in Italia dopo il Memorandum di Londra), le isole
quarnerine di Cherso e Lussin, le isole dalmate di Pelagosa,
Susac, Lagosta e la citt di Zara (tutte oggi in Croazia). La
"vittoria mutilata", le rivendicazioni del neonato Regno dei
Serbi, Croati e Sloveni su Trieste ed il Litorale, l'esasperazione
dei toni, il fascismo che cresce, la persecuzione degli sloveni.
Che confusione, eh? Sui confini e il concetto di Venezia Giulia
torneremo. Ma anche se sei digiuno di storia, ti sia evidente
la sorte di queste terre: disegnate a tavolino da governanti a
migliaia di chilometri da qua. Ancora una volta sono gli altri
a dirci cosa siamo, come dovremmo essere, quali dovrebbero
essere i nostri amici e soprattutto i nostri nemici.
Ci sono due fatti di cui si parla poco. Il primo: 20 aprile
1916, aeroplani italiani lanciano venticinque bombe su
Trieste, morti, feriti, il convento dei Salesiani viene distrutto.
Verr ricostruito, si trova a poche centinaia di metri da dove
ti trovi. Gi, dal '15 al '17 l'Italia bombarda Trieste (anche
il castello di Miramare a pi riprese). Cos come la bombarderanno
gli Alleati durante l'occupazione nazista. Il secondo
fatto: 1920, situazione calda nelle fabbriche, peggiorata
dalla prova di forza dei fascisti, che a luglio incendiano il
Narodni Dom. La tensione  alta ai primi di settembre, un
giovane operaio muore durante uno sciopero, gli scontri non
si bloccano durante il corteo del funerale, il tutto culmina in
una violentissima guerriglia urbana, con tanto di barricate,
esattamente dove ti trovi ora, in campo San Giacomo. Da
una parte socialisti, repubblicani e anarchici, bandiere rosse
ed una grande scritta "Viva Lenin", dall'altra le guardie rgie,
i carabinieri e i soldati della Brigata Sassari, proprio loro,
gli stessi che hanno dato il sangue in Carso per i triestini:
ora gli sparano contro, con i cannoni per giunta. La rivolta
 strozzata. Il bilancio  forse di dieci morti e una settantina
di feriti. Forse perch le versioni sono discordanti. Ci che 
sicuro  che nei giorni successivi vengono vietate le onoranze
funebri per i caduti.
Un articolo de "Il Piccolo" del 1921 cos racconta San
Giacomo: andiamo dunque un poco alla scoperta di questo
tremendo rione che i lettori immaginano una specie di forte
Chabrol, nido autentico di bolscevichi e di rivoluzionari, dove
si nasce sulle barricate e s'imparano i numeri sopra pallottolieri
messi insieme con bombe a mano. Ho forse esagerato
quando ho parlato di Bronx? Cos viene percepito il rione
dalla borghesia benestante del centro in quegli anni, sar
addirittura ribattezzato "Stalingrado". Un corpo estraneo?
Assolutamente no. Anche questa  Trieste. A San Giacomo
nascono il paron Nereo Rocco, Giuseppe Caprin, e un poeta
ingiustamente dimenticato: Guido Sambo.
Un altro bohmien, classe 1905, che inizia in italiano per
approdare al dialetto nel secondo dopoguerra, pseudonimo
Giulio Dalmazio (ne avr degli altri), l'unico poeta triestino
che possa vantare una zona a lui intitolata, anche se non
ufficialmente. "Samberia"  chiamata, o sarebbe meglio dire
si chiamava, perch quasi nessuno lo sa, il reticolo di vie
intorno alla stazione, per la sua presenza fissa nelle osterie.
Non aveva soldi, era senza denti, ma non gli si negava mai
del vino e un piatto caldo. Andar ostariando, il titolo della
sua poesia pi nota: Andar me piasi, in compagnia de amizi,
/ de ostaria in ostaria, / dove che l'alegria vien fora / de un
bicer de vin. / Andar me piasi in quele betolete, / che no
ga gnente, / piene de gente / che fa un bordel de ciacole /
davanti de un quartin. / I par tuti contenti, felizi, / come se
'sti clienti / no i fussi de 'sta tera, / messa fra pase e guera /
coi caprizi del destn.
A duecento metri da te via dei Montecchi. Non voglio raccontarti
ancora delle mie zie ma del giornale che ha l la sua
sede, il "Primorski Dnevnik" (Diario del Litorale), l'unico
quotidiano della minoranza slovena della regione. Sei in un
rione con una forte componente slava, oggi sono i serbi arrivati
durante e dopo l'ultima guerra balcanica, stacanovisti
lavoratori dell'edilizia, originari in gran parte della zona di
Pozarevac (citt natale e tomba di Slobodan Milosevich, 50
mila persone al suo funerale), un tempo erano gli sloveni.
Qua in piazza avevano la loro "casa": lo Slovenski Dom, con
sala di lettura e una trattoria che mesceva solo vini sloveni,
associazioni musicali, societ sportive, la cooperativa operaia
ed artigiana. L'anima di questa citt nella citt  slava, Sveti
Jakob pi che San Giacomo. Il Primorski  la sua voce, l'ultimo
quotidiano rimasto e non se la passa bene. Se la passava
meglio durante la guerra, paradossalmente, il "Partizanski
Dnevnik" (Diario Partigiano). Che cosa c'entra, starai
pensando.
C'entra, eccome.  da quel foglio, stampato in una tipografia
clandestina dal 16 settembre 1944 al 1 maggio 1945
che il Primorski ha avuto origine. Delle baracche di legno
nascoste nella selva di Idria, a quaranta chilometri in linea
d'aria da Trieste, incastrate su un pendio ripidissimo. Oggi la
tipografia Slovenija  un monumento, se non ti spaventano i
dislivelli e gli orsi puoi provare a cercarla, ovviamente a piedi.
In quell'anfratto ogni giorno una macchina stampatrice automatica,
la "Rapida di lusso" della Nebiolo, arrivata da Milano
scampando rocambolescamente a un'ispezione tedesca,
stampava in migliaia di copie quotidiani, manifesti e volantini
che venivano portati ogni giorno attraverso i boschi nei vari
centri del litorale e a volte, fresco di giornata, anche a Trieste.
Vi lavoravano una cinquantina di persone, tra macchinisti,
legatori, guardie, cuochi, corrieri. Non fu mai scoperta. Il
7 maggio 1945, quando Trieste entrava nel settimo giorno
di dominazione jugoslava, usc l'ultimo numero, e dopo sei
giorni pass il testimone al Primorski. Se ci andrai, dopo aver
ripreso fiato, vedrai in una bacheca anche le poesie che i partigiani
si portavano in tasca.
Lo vedi? Gli alberi ci chiamano con insistenza. Idrija  a
due toste giornate di cammino, mentre due ore ti separano
dalla Dolina Glinscice, cio la Val Rosandra. Non ti serve
altro che caricare un po' d'acqua ed entrare nella pista ciclopedonale,
l'ingresso  dietro Campo San Giacomo. Sotto le
tue suole correvano i binari della linea Trieste-Erpelle, una
bretella che univa la citt alla Ferrovia Istriana diretta a Pola,
approvata nel 1883, iniziata nel 1885, conclusa nel 1887,2600
operai al giorno, tempi asburgici, nonostante un'interruzione
a causa di un'epidemia di colera e l'incidente che cost la vita
a tre uomini, rimasti sepolti vivi in un pozzo. Un'opera di
ingegneria encomiabile: sette viadotti, cinque cavalcavia, sei
ponti, cinque gallerie, pendenza a tratti ai limiti, del 33 per
mille. Ancora pi strabiliante era stata la costruzione della
Ferrovia Meridionale, frutto dell'abilit dell'ingegnere Carlo
Ghega, completata nel 1857, 557 chilometri di percorso
a doppio binario che portavano a Vienna, o la Transalpina,
diretta a Cesk Budjovice, inaugurata nel 1906 alla presenza
di quel Francesco Ferdinando che sarebbe tornato in una
bara otto anni dopo da Sarajevo, Dodici treni a vapore diretti
che ogni giorno portavano a Vienna in circa dieci ore. Oggi
nell'ra dell'alta velocit di ore ce ne vogliono otto o nove,
cambiando almeno una volta a Villach.
Ricordo con nostalgia e inquietudine i treni notturni che
prendevo per andare a Pcs, Ungheria del Sud, 350 chilometri
in linea d'aria, dove vivevo all'inizio degli anni 2000.
Una dozzina d'ore di cui la met trascorsa alle dogane, la
prima sosta infinita arrivava dopo mezz'ora, al confine Italia
Slovenija. Bastava un attimo per entrare in un altro mondo.
Nello scompartimento si stava seduti a parlare o a gesticolare,
a giocare a carte, a bere grappa di casa. Dormire era impossibile,
troppi controlli. Operai, badanti e una schiera assortita
di passeggeri umili che parlavano ogni favella dell'Est, valigie
di cartone dell'altro secolo. Non scorder mai ci che avvenne
una di quelle notti.
Un anziano signore kosovaro accanto a me d il documento
al doganiere croato, quello fa una smorfia di disgusto, gli
urla qualcosa con tono sprezzante, gli fa tirare gi il bagaglio,
glielo fa aprire, butta fuori i vestiti, il cibo, le fotografie, fino
a trovare una scatola di medicine per il cuore, la prende in
mano, la schiaccia, le pastiglie cadono a terra, si disperdono
sul pavimento, restiamo tutti ammutoliti, il doganiere grida
qualcos'altro, se ne va sbattendo la porta, l'anziano kosovaro
si mette a piangere, noi intorno a lui cercando di consolarlo,
il terrore che possa arrivare un altro militare, l'angoscia di
trovarsi dentro una guerra senza fine. Anche questa  stata
Trieste. E forse, in parte, lo  ancora, ma in piazza Unit non
te ne puoi rendere conto. Ricordo che in uno degli articoli
dedicati ai bombardamenti NATO su Belgrado, nella primavera
del 1999, Paolo Rumiz raccontava che i triestini non si
scomponevano, come a dire: quelli si scannano di continuo,
lasciamoli fare.
Un attimo a sentirsi catapultati nell'hic sunt leones. Trieste
orlo sul cratere, porta sull'altrove, un altrove che si fatica ad inquadrare.
Basta svoltare un vicolo, o basta imboccare la pista
ciclopedonale in cui ti trovi. Passi il Burlo, uno dei migliori
ospedali infantili d'Italia, intravedi i cipressi del cimitero
multietnico di Sant'Anna, il lager e lo stadio alla tua destra,
luoghi di cui le guide possono dirti molto, ma pochi ti diranno
che dovrai attraversare corsi d'acqua uno dietro l'altro: rio
Primario, Corgnoleto, rio del Cimitero Cattolico, Spinoleto,
il Canale Destro e Sinistro, il torrente Zaule, le cascatelle di
Cattinara, il rio Gias, il torrente Mocc. Non li vedrai, non
sono che rivoli, potoc come si dice in dialetto triestino, potok
come dicono gli sloveni, alcuni ridotti a scarichi fognari, altri
interrati. Prima che gli Asburgo dessero vita alla citt imperiale,
i corsi d'acqua erano ovunque, dalle colline al centro,
e con essi paludi e saline. Alla tua destra, ad esempio, dove
svettano i comignoli della zona industriale, si estendevano le
saline di Zaule. Era il confine tra Austria e Venezia, zona di
piccola pesca e di contrabbando, ma era un fiore all'occhiello
della citt, tanto che tra la fine del Settecento e l'inizio
dell'Ottocento due reali la visitarono, re Ferdinando IV di
Napoli e una delle figlie di Maria Teresa, l'arciduchessa Elisabetta.
In quella zona acquitrinosa, che una volta bonificata
ospit anche un aeroporto, sarebbe dovuta nascere la Nova
Trst, la Nuova Trieste di Tito, ma le trattative del 1954 tra
Gran Bretagna, Stati Uniti e Jugoslavia saltarono.
Difficile godere della vista. Fabbriche, petroliere, gli enormi
serbatoi dell'Oleodotto Transalpino (oggetto di un attentato
nell'agosto del 1972 da parte dei membri di Settembre
Nero i quali, tanto per rinfocolare i misteri della frontiera,
non sono mai finiti in carcere), la superstrada, il frastuono del
traffico, i nuovi rioni costruiti nel dopoguerra, come Borgo
San Sergio, casa per molti profughi istriani, eppure camminando
nel corridoio protetto, invaso a tratti dalla boscaglia,
hai la sensazione o il sospetto di non essere in citt. Ci sono
dei colli incastrati nel delirio antropico, il Monte San Rocco,
il Monte Osello, Dolga Krona, tutti sotto i 200 metri di altezza,
che riservano angoli selvatici. Monti, s, qua si chiamano
cos anche i dossi. O la foce del rio Ospo, dall'altra parte del
canale navigabile, che riserva sorprese gi dal nome: Osp da
ospizio, luogo di accoglienza per i pellegrini voluto dai Templari
nel XII secolo. Da l ci si imbarcava per la Palestina. I
pellegrini, altri esseri marginali e non addomesticabili di cui
si  persa traccia da queste parti.
Ora che alla tua destra si erge il grande guardiano della Val
Rosandra, il Monte Carso, siamo finalmente pronti a entrare
nei boschi. Alla tua sinistra il Monte Stena, sulle cui pareti
nidifica il falco pellegrino, patria dell'arrampicata. In fondo
alla stretta valle l'unico corso d'acqua carsico di superficie,
il Rosandra. Quelli di prima erano ruscellamenti, questo 
il nostro fiume, qui  passata per secoli la storia della citt:
mercanti, contrabbandieri, soldati, pastori, mugnai, donne
che venivano dall'Istria solo per vendere le loro uova, pellegrini.
Qui castelli, castellieri, postazioni di avvistamento. Qui
bisognava per forza passare. Alla tua destra c' una chiesa
impressionante su uno sperone di roccia, Santa Maria in Siaris.
Non c' modo di arrivarci se non a piedi. Fu gestita secoli
fa dalla Confraternita dei Battuti, era meta di pellegrinaggio
dei bestemmiatori. Guarda sotto i tuoi piedi, gurdati intorno:
pensa alla quantit di pietre, camminavano scalzi. Infine
vltati: la citt  l, un attimo.
...
9. Una citt di mare?

Si  triestini per nascita, di adozione o nel sangue, se pur
vivendo altrove si ha qualche parente che qui sia nato. E si
 triestini nel cuore, perch si ama e si detesta questa terra
senza capirne a fondo i motivi, ci si sente attratti da essa pur
non vivendoci,  un tarlo che non d tregua. Fino ad alcuni
anni fa credevo che le persone appartenenti a quest'ultima
categoria fossero una sparuta minoranza. Va bene il mito
della citt diversa, la letteratura triestina, la cortina di ferro,
la citt "contesa" per dirla con Elisabetta Sgarbi, un'altra forestiera
che ne ha subto il fascino, ma pensavo in fondo che
fosse questione di qualche accademico, gli interpreti di Svevo,
Saba, Joyce, alcuni cultori dell'operetta, un piccolo corteo
di simpatizzanti asburgici, un manipolo di nostalgici del
Ventennio e di Tito con codazzo di storici amatoriali. Capii
di essermi sbagliato il giorno in cui smisi di decifrare il luogo
in cui vivevo soltanto sui libri e andai a prendere il Carso con
i piedi. Capii che Trieste sta nei pensieri e nelle pance di un
incalcolabile numero di persone.
Attenzione, non sto parlando di scampagnare, fare due
passi, abbronzarsi su un muretto a secco o bere un bicchiere
di Vitovska in un'osmiza. Parlo di cammino come pellegrinaggio,
nel senso "largo" che intendeva Dante: partire
da casa e attraversare i campi senza alcuna sicurezza. Farsi
viandanti, mettersi sulla via privi del proprio nome, andare,
fermarsi, affidarsi, perdersi, in sostanza provare a fare quella
cosa bellissima e impossibile che va sotto il nome di viandanza.
Non avvenne subito. Come molti triestini delle prime
due tipologie, in Carso avevo passeggiato, preso aria, preso il
fresco, preso qualche cima, se si pu prendere una cima che
non supera i 700 metri.
Il Carso, per un triestino di periferia, italiano del Sud, Sud
di terra piatta, senza amici slavi, era un posto in cui non aveva
senso trascorrere pi di qualche ora, una giornata al massimo.
Non c'era niente di allettante, solo sassi, buchi, villaggi
senza un centro, abitanti poco espansivi dalla lingua incomprensibile,
nessuna meraviglia, nessun punto saliente che ti
facesse dire "ehi, andiamo l". N tra i miei amici della "campagneta"
- quell'accenno di campagna stretto tra il centro e
la zona industriale che hai visto poc'anzi -, per lo pi figli di
istriani, di meridionali o rom, c'era qualcuno a cui interessasse.
Xe solo s'ciavi si diceva con disprezzo. Schiavi, servi,
esseri inferiori. Era un'espressione che risuonava in tutta la
citt, a teatro come in oratorio, al caff e nel pi infimo bar
di Valmaura o Melara, tanto per citare due quartieri non prettamente
borghesi.
Fu Santiago de Compostela a togliere i veli, stratificati,
opachi, che ottenebravano il mio sguardo. Tenebre, malorsega,
vagavo nelle tenebre. Pieno di pregiudizi, di luoghi
comuni. Furono stagioni e anni di lunghi cammini verso il
Grande Ovest a farmi capire che non si pu stare su uno
scoglio a Finisterre a rimirare il tramonto e cercare di avvistare
i segni della perduta Atlantide, senza avere affondato
le suole dentro l'Est e il suo sole nascente. Mi incantava la
rarefazione del paesaggio iberico, la bassa densit antropica,
il godimento nel tagliare uno spazio vuoto, nessuna casa o
simulacro di casa per miglia, e non avevo visto che dietro
casa mia iniziavano boschetti che si tramutavano in boschi,
boschi che si tramutavano in foreste, foreste che senza interruzione
percorrevano i Balcani fino a tuffarsi nei mari della
Grecia. Un misterioso e inesauribile corridoio selvatico, e io
lo avevo snobbato. E poi: come potevo avere la presunzione
di essere, o perlomeno pensare di essere un viandante, cio
una creatura assetata di conoscenza e libert, senza perlustrare
la terra in cui ero cresciuto? Fu per queste ragioni che
un giorno, senza pianificazione, mi feci viandante in Carso.
Presi lo zaino e uscii dalla porta di casa come fa un pellegrino
alla volta di Santiago.
La prima cosa che scoprii fu la natura. Prima della storia,
che l'ha martoriato senza piet, il Carso  un ecosistema delicatissimo,
a cavallo tra il sistema continentale e mediterraneo.
Qui tutti gli elementi del carsismo sono presenti, epigei
e ipogei, tutto in un ritaglio di terra minuscolo, e qui sono
stati studiati nel loro insieme la prima volta, perci si parla di
Carso classico.  verde,  rigogliosissimo: landa, boscaglia,
distese di pino nero, cespuglieti, vegetazione mediterranea,
delle doline e delle sommit collinari, querceti, un mix
mirabolante.
Ciononostante, la gran parte delle persone che qui non
vive, pensa al Carso come a un deserto, lo associa alla Prima
guerra mondiale, ai budelli di macerie di Ungaretti, l'aria crivellata,
lo stare come d'autunno sugli alberi le foglie. Chiariamoci,
non  che non sia stato vero. Giuseppe Caprin nel suo
libro Alpi Giulie del 1895 dice: la Carsia si presenta in tutto
il suo squallore. Parla di una plaga in cui i denti e gli ossami
sono tutti foracchiati, quasi li corrodesse una carie latente,
dove predomina una desolante ed inospitale asperit la cui
visione, monotona e stanchevole, rattrista. Ignazio Kollman
nella sua guida di Trieste del 1807 parla di una tremenda
contrada cosparsa da milioni di fantastici ammassi di nude
pietre. Ma non  sempre andata cos.
Centinaia di anni fa l'altopiano era coperto da vaste distese
di querce: rovere, farnie, cerri. Il disboscamento  avvenuto
quando  iniziata la pastorizia, responsabilit dei carsolini
sloveni e soprattutto dei Cici a partire dal XV secolo. La landa
dunque sarebbe di origine zoogena:  stato il pascolo a
rendere il Carso una pietraia, con l'aiuto della bora.  una
scoperta che ci permette di ribaltare un'altra immagine stereotipata,
come quella della citt di osterie e non dei caff. Il
bosco  nel dna di Trieste. La landa, che nei nostri occhi si
mescola alle immagini della steppa e della brughiera, e che
sopravvive ormai solo in alcune aree,  il prodotto dell'azione
dell'uomo e degli animali, entrambi in larga parte "immigrati":
i Cici, i pastori istrorumeni di cui a breve ti dir, e le
pecore della razza carsolina, detta anche istriana o carsico-dalmatica,
derivante probabilmente dall'incrocio tra una
razza autoctona e una razza balcanica portata forse dai Cici
stessi. I Balcani in citt.
Devi pensare a quei pastori come a degli Asburgo in miniatura.
 una tesi spinta? Sono stranieri, arrivano e non assoggettano
brutalmente gli autoctoni, stravolgono la geografia e
l'economia di un territorio. Con la differenza che di essi non
sappiamo quasi nulla, mentre degli Asburgo non si smette di
parlare. Sono soprattutto gli Asburgo a cancellare in Carso
la loro presenza, sostituendo i pascoli con il bosco. Un fatto
straordinario di cui ti sei reso conto uscendo dalla prima galleria
della pista ciclopedonale: pini ovunque, sbilenchi, con
cortecce malmesse, che ospitano vistosi nidi bianchi di processionaria.
Fu un'operazione lunga e laboriosa, alla quale
parteciparono molte menti esimie, tra le quali quella di Domenico
Rossetti, citato qualche capitolo fa, e quella di Josef
Ressel. Un altro genio, come Carlo Ghega.
Quest'ultimo un veneziano di origini albanesi, progettista
della Ferrovia Meridionale Vienna-Trieste, che ha al suo
interno il titanico tratto del Semmering, patrimonio dell'umanit
Unesco, la prima strada ferrata montana d'Europa
a scartamento normale. Ressel, boemo di padre tedesco e
madre ceca, famiglia di modeste condizioni economiche,
grazie a una miniatura realizzata con il microscopio in cui
 raffigurato Francesco I d'Austria alla battaglia di Lipsia,
riceve udienza privata con l'imperatore che gli offre un posto
gratito di studente presso la nuova (diverr una delle migliori
d'Europa) Accademia forestale di Mariabrunn, nei pressi
di Vienna. Mantiene la sua famiglia con lavori di disegno e
calligrafia e nel 1821 arriva a Trieste quale soprintendente
alle foreste dell'Istria.
Qui Ressel d prova di essere, oltre che un eccellente tecnico
forestale, un visionario. Individua nel binomio ginepro-roverella
un possibile "seme" per il rimboschimento, tiene
conto della necessit impellente di legname per uso navale e
allo stesso tempo  sensibile verso i bisogni degli uomini dei
boschi e dei campi: suggerisce di coinvolgerli nella ricostituzione
del bosco, di assumere giardinieri che parlino le loro
lingue, di fondare scuole rurali, progetta per loro una pressa
per olive, un mulino a vento e un aratro adatto all'ostico
terreno carsico. La sua  una visione ad ampio raggio, che
coniuga natura e cultura, una visione in grande.  grazie a
lui, a Rossetti, all'ispettore forestale Giuseppe Koller, a gente
che lavora per lasciare qualcosa alle generazioni future, se
nella seconda met dell'Ottocento il Carso smette di essere
margine e diventa protagonista.
Solo nel territorio di Trieste vengono piantate quindici milioni
di piante, per lo pi di pino nero, sparsi sei tonnellate
di semi, eretti pi di trenta chilometri di muretti a secco per
delimitare le particelle boschive ed aperti diciotto chilometri
di sentieri e strade forestali per la manutenzione ed il soccorso
in caso di incendi. Quale era il piano? Preparare il terreno
al ritorno delle grandi querce e non, come pensano alcuni
triestini, quello di dare ombra e profumo alle loro passeggiate.
L'opera di rimboschimento vince addirittura il Grand
Prix all'Expo di Parigi del 1900. Poi arrivano i danni della
Prima e della Seconda guerra mondiale, ma fortunatamente
il Governo Militare Alleato e gli italiani continuano quanto
iniziato. Devi pensare al bosco di oggi come al pronipote di
quello immaginato da un boemo.
Ressel  un simbolo della frontiera: vive tra Trieste e Montana,
Motovun in croato, dove sposa una ragazza istriana,
inventa l'elica per la propulsione navale, trova un armatore
che finanzia l'impresa, la nave viene costruita nello squero
Panfili, tra piazza Unit e la stazione, nel 1829 il varo: poco
dopo essere salpata la saldatura di stagno di un tubo a vapore
si stacca, prova fallita. I suoi detrattori hanno la meglio,
strascichi legali, altri si prendono il merito dell'invenzione,
muore a Lubiana di malaria o di tifo, non si sa nemmeno se
in ospedale, in una locanda o steso sui binari della stazione.
Quando viene trovato, stringe in mano l'ultima ricetta medica
dove ha annotato un ammonimento per i figli: non si
dimentichino del suo diritto di priorit sull'elica.
E mica solo quella! Brevetta e inventa di tutto: la posta
pneumatica, un nuovo tipo di bussola, un meccanismo per
navigare controcorrente, un telegrafo ottico da campo, un
carretto da cannone navale con ruote eccentriche per diminuire
i colpi di rinculo, un sistema atmosferico di rotaie per
il risparmio dei binari ferroviari e molto altro. Un vulcano.
Anche a lui  toccata la sorte di Cecchelin e altri grandi figli
della citt: due capitali lo ricordano con dei monumenti, uno
a Vienna, di fronte al Politecnico (eretto con fondi triestini),
l'altro a Lubiana, nel cimitero d'onore di Navje, accanto ad
altri grandi sloveni. A Trieste, citt in cui ha trascorso il periodo
pi lungo della sua vita, non vollero intitolargli una
statua n gli austriaci n i fascisti. Oggi gli sono riservate due
vie laterali con il nome di Giuseppe una e l'altra, a Dolina, di
Josip. Il dono pi bello gliel'hanno fatto i forestali di Trieste
e di Sezana nel 2005, intitolandogli un sentiero transfrontaliere,
il primo in Europa attrezzato per ipovedenti.
Teniamo in sospeso il solito nodo irrisolto della memoria
non condivisa, pensiamo a cosa li accomuna. La ferrovia della
montagna e quella che parte dal golfo di Trieste, l'elica navale
ed il rimboschimento: due triestini d'adozione, sanguemisto,
che hanno dedicato il loro genio al mare ed al Carso allo stesso
tempo. Sar un caso? Credo che gli alti spiriti di queste terre
abbiano tentato di unire le diverse anime che le compongono
e le straziano attraversando i saperi e le barre di confine con
la medesima intelligenza. Ricordo un libro che ho consultato
spesso in questi anni, Introduzione alla flora e alla vegetazione
del Carso, opera di quattro studiosi, tra i quali troviamo i
fondatori del Giardino botanico Carsiana. Indagatori serissimi
i naturalisti, classificatori meticolosi, dotati di memorie
prodigiose.
Prima di cambiare vita e chiedere asilo a quello che Thoreau
defin Ordine dei Camminatori, credevo scioccamente
che appartenessero a un mondo a parte, un po' come
i fisici teorici o i matematici. Frequentandoli cominciai a
capire che mi sbagliavo. E un giorno, leggendo il volume
che ho appena citato, ne ebbi la prova finale imbattendomi
in questo passaggio: non possiamo fare a meno di ricordare
a questo punto quanta verit esprimesse uno fra i nostri
massimi scrittori, Scipio Slataper, allorch negli Scritti politici
affermava: "Trieste  posto di transizione geografica,
storica, di cultura, di commercio - cio di lotta. Ogni cosa
 duplice o triplice a Trieste, cominciando dalla flora e finendo
con l'etnicit. Dei naturalisti che citano un uomo
di lettere, ohib.
Cominciando dalla natura, opl. Come offrire una lettura
il pi possibile esaustiva della frontiera, se la si affronta da un
solo lato? Si pu studiare l'evoluzione di una foresta senza tenere
in conto le stragi che vi sono state perpetrate, senza dire
ad esempio che molto del suo rigoglio dipende dal fatto che
ne  stato vietato l'accesso affinch nessuno sapesse? Quanto
saremmo parziali nel parlare di San Giacomo, il nucleo popolare
di Trieste, senza analizzare le ragioni che spinsero gli
sloveni a trasferirvisi abbandonando campi e magri pascoli
e senza accennare a quali tradizioni e convinzioni secolari e
immaginario portarono in citt? Come comprendere Il mio
Carso senza andare a vedere di persona gli abissi sui quali
Slataper scriveva in bilico, senza cercare i fili d'erba che seguiva
nel loro estenuante sforzo di spaccare le rocce? O pi
semplicemente: come poter passeggiare in citt, sulle rive,
alzare la testa e adocchiare il ciglione carsico, contemplarlo
nella sua postura protettiva e minacciosa, rimanerne storditi
per un istante, e poi non chiedersi in che modo esso abbia
influito sulla sua gente e sul suo destino, e perch no, ipotizzare
che vada cercata l la chiave dell'enigma Trieste? Come
arrischiarsi a proclamare l'esistenza di una frontiera etnica e
linguistica, avallando magari antenati pi antichi dei propri
vicini, senza sapere nulla degli areali delle specie che qui si
trovano al proprio margine estremo, del loro modo di cooperare
e competere, di dare vita ad un equilibrio delicatissimo?
Il Carso alle spalle di Trieste si trova tra l'estremo limite
boreale del Mediterraneo e le ultime appendici delle Prealpi
Orientali, cuneo tra le Alpi e le Dinariche, con un clima di
transizione tra l'atlantico e il continentale, soglia biogeografica
dice il naturalista triestino Livio Poldini, uno dei
luminari sull'argomento. Il carattere distintivo della flora 
l'illirico. Gi, Balcani e Adriatico assieme, ecco la sua linfa.
Se ti sposti dalla costa verso l'interno, verso le foreste tra il
lago di Cerknica e Postumia, ovvero il limite della provincia
di Trieste dopo il Trattato di Rapallo, la temperatura media
annuale scende di 6-7 gradi. Ma si pu fare di pi: clati
in una dolina, cio un avvallamento, che pu essere frutto
dell'erosione o del crollo della volta di una grotta, e ti sentirai
catapultato in un altro mondo. Se in Carso la temperatura
diminuisce di 0.6 C per ogni 100 metri di elevazione,
scendere di 100 metri in una dolina significa trovarsi a una
temperatura inferiore di 7 C. La montagna inversa.
Potresti fare qualche chilometro, abbandonare le faggete per
il bosco di carpino nero, orniello e roverella, e trovarti di colpo
in un ambiente mediterraneo, circondato dal leccio, la fillirea,
l'alloro, e se ti sporgessi per ammirare il golfo triestino,
appoggiandoti sulle rupi strapiombanti, potresti sentire un odore
acre, simile al caff, quello che emana la caracia campanella,
nome scientifico Euphorbia wulfenit, che pu superare il metro
di altezza. La potresti annusare anche in Dalmazia, o molto pi
a sud, alle Bocche di Cattaro, in Montenegro. L'immagine della
Napoli del Nord a cui abbiamo accennato, non credi abbia una
consistenza maggiore, pensando alla vegetazione?
Anche quel genio di Rilke non aveva capito. Le sue Elegie
scritte a Duino sono tra le vette della poesia mondiale, ma era
la stessa persona che scriveva ad un amico di sentirsi depresso
a causa dell'inospitale e vuoto Carso. Non come Srecko
Kosovel, nato nel 1904 a Sezana, a quel tempo villaggio carsico
della provincia di Trieste ed oggi in Slovenia, che scrive:
Pini fragranti, pini odorosi / il loro profumo  sano e forte /
e chi torna dalla loro solitudine, / non  pi malato. I versi di
Kosovel, uno dei pi dirompenti poeti sloveni, sono gravidi
di istinti suicidi, di disperazione, di uomini che volteggiano
come pipistrelli e impiccati che dondolano dalle finestre, ma
il Carso sana, porta la guarigione, nella landa siamo soli, scrive,
e subito dopo: Dammi un bacio, fanciulla, / non temere
che qualcuno arrivi.
C' amore in Carso, basta saperlo scorgere. Impossibile
non amare i grifoni che potrebbero passare sopra la tua testa
ora che sei in Val Rosandra. Fanno la spola tra la riserva del
lago di Cornino, in Friuli, e l'isola di Cherso, o Cres, dove
hanno cibo in abbondanza visto il numero di pecore libere.
Sono avvoltoi giganteschi, sono da proteggere, sono benedetti,
sono punte di diamante del selvatico, ci ricordano la nostra
piccolezza. E c' amore nella nostra gente per il torrente che
scorre sotto di te, un amore testimoniato dal nome (sloveno)
assegnato a ciascuna delle ventuno vasche che si succedono
dalla cascata all'abitato di Bagnoli. Perch sebbene il mare sia
davanti a te, qui l'acqua  rara, lo sapevano bene i contadini,
i pastori e i mugnai di una volta.
Nel luogo in cui sei potresti trovarti a tu per tu con dei
camosci. Stanno ben ad altre quote generalmente ma ne sono
arrivati alcuni anni fa dalla colonia che gravita intorno al
Monte Hermada (potresti avvistarli dall'autostrada). E poi
caprioli, cinghiali, cervi, daini, volpi, tassi, lepri, scoiattoli,
ghiri, ricci, arvicole, faine, gatti selvatici, nutrie, puzzole, sciacalli
e con molta, molta fortuna potresti vedere di sfuggita
la lince o l'orso. Per non parlare dei chirotteri, tra i quali il
rinolofo maggiore, un pipistrello che pare avere incollato al
muso un ferro di cavallo, simbolo della piccola riserva della
Val Rosandra. Quasi il 70% dei mammiferi del Carso triestino,
dice lo zoologo Franco Perco, sono qui rappresentati.
Coprono il 55% delle specie regionali. E a poca distanza da
te, in Ciceria, c' anche una colonia di lupi.
Ora guarda laggi, in fondo alla valle: il pi basso rifugio
alpino d'Italia, non arriva ai 100 metri d'altitudine, il Premuda.
Vedi le pareti di roccia attorno a te? La prima scuola
di alpinismo italiana  nata qui nel 1929, merito di Emilio
Comici, alpinista che proprio su queste pareti ha iniziato
la sua carriera. Comici si immette nella scia della "Squadra
Volante" capitanata da Napoleone Cozzi, che a cavallo tra
fine Ottocento e primo Novecento inaugura la stagione delle
arrampicate in valle. Sai quanti club alpinistici ci sono a Trieste?
Due del CAI, ovvero la Societ Alpina delle Giulie e la
XXX Ottobre, il Circolo Alpinistico Triestino, lo Slovensko
planinsko drustvo Trst, pi i vari gruppi di speleologi, tra i
quali la Commissione Grotte "Eugenio Boegan", la pi antica
societ speleologica al mondo in attivit, nata nel 1883.
Credi ancora sia una citt solo di mare? Cosa ne sarebbe di
Trieste senza la montagna che la circonda e la penetra?
...
10. Dio acqua famiglia.

Qualche tempo fa una prestigiosa rivista alpina, "Meridiani
Montagne", mi ha chiesto di creare un itinerario italiano sulla
costa. Dopo averci pensato a lungo, mi sono deciso di dare
il percorso che faccio abitualmente in Carso quando accompagno
i gruppi di viandanti. Non proprio identico, quasi.
L'ho chiamato "Via di Boramar". Da pronunciare Bramar o
Boramr. sta a chi legge scegliere tra un nome che incute soggezione
o un nome che ispira dolcezza, che invita all'amore
diciamo. Un cammino di cinque giorni che fa il periplo della
ex provincia di Trieste, partendo da Muggia e concludendosi
alle risorgive del fiume Timavo, nei pressi di Duino. Ho fornito
le tracce ed una sommaria descrizione di ogni tappa. Non
ho verniciato alcun albero, non ho attaccato adesivi sui pali
della luce, zero segni.
Poco dopo la pubblicazione sono venuto a sapere di camminatori
arrivati da pi parti d'Italia che ci hanno provato.
E che si sono persi. Ho ricevuto mail con domande del tipo:
esiste una mappa pi dettagliata? Il cammino  segnato?
Credo di non avere risposto quasi mai. Mi  successo anche molte
altre volte di ricevere domande analoghe in merito ai cammini
che faccio in queste terre, e ho sempre reagito nello stesso
modo. Lo so che ho fatto la figura del maleducato, o del
superbo. Preferirei semmai quella del salvadigo. Comunque,
che tu ci creda o no, e che sia plausibile o no a tuo giudizio,
qualche ragione c'era.
Il Carso non  solo l'altra faccia della Trieste da bere, la
non laccata, l'antispritz, la porta del selvatico.  anche un
labirinto. Ci si perde spesso, ti ci perdi se lo frequenti da una
vita. Lo scotano, detto volgarmente sommacco da queste parti,
quello che in autunno assume le tinte tra il rosso fuoco e il
viola della nostalgia, pu chiudere un sentiero in pochi mesi.
I muretti a secco - di recente dichiarati patrimonio dell'umanit
dall'Unesco - tutti uguali a un occhio non esperto,
la boscaglia impenetrabile che porta via spazio alla visibilit
della landa. I punti di riferimento sono esigui. Uno  Monte
Grisa, la navicella aliena.
Beh, al di l delle trincee, dei bunker, delle hiske (le casite
dei pastori), delle grotte abitate dai soldati e dall'Ursus
spelaeus, dei castellieri, delle torri di calcare che sembrano
monoliti, al di l di tutte le cose rimarchevoli in uno spazio
microscopico, il Carso ha la grande dote di essere un labirinto
in cui ognuno ha il diritto di perdersi. La citt di carta, la
citt che si parla addosso, quella borghese, stesa sul lettino
dello psicanalista, dove tutti si odiano e non si trova mai una
quadra, dove la geometria non contempla un punto di intersezione
tra linee, la citt di spettri lapsus rimpianti pu essere
sotterrata nel labirinto. Avevano ragione Kosovel e Slataper:
in Carso ti rigeneri. In Kras rinasci, a patto che tu sia disposto
a perderti. Non  un caso che vi si organizzino spesso gare di
orienteering. Io stesso le ho fatte, al tempo delle scuole medie,
grazie a dei professori di ginnastica illuminati.
Ecco perch, nonostante i sentieri siano tutti segnati e in
gran parte ben mantenuti dal CAI, nonostante esistano svariate
guide, tra le quali spicca quella edita dalla Transalpina
curata da Alessandro Ambrosi,  fondamentale che ciascuno
faccia il suo cammino, imparando a leggere una mappa,
sbagliando a fare lo zaino. Amo, da viaggiatore laico, Santiago e
le vie che conducono alla sua cattedrale, ma non posso amare
le onnipresenti frecce che ogni dieci metri instradano il pellegrino
sugli itinerari pi battuti. Un tempo erano i campanili
e il suono delle campane a guidarlo, insieme ai racconti che
si passavano di bocca in bocca, alla sua fede, alla sua caparbiet.
Le frecce gialle nacquero per caso, per l'abbandono di
alcuni barili di vernice in un cantiere nella zona del Monte
Cebreiro, al confine tra Castilla e Galicia, dove la nebbia e il
maltempo imperano alcuni mesi all'anno.
Oggi per, con i gps, le segnaletiche apposte da amministrazioni,
enti turistici, associazioni locali e attivit commerciali,
con il telefono perennemente acceso in tasca, come ci si
pu perdere? Siamo malati di geolocalizzazione. Dobbiamo
sapere in ogni momento dove ci troviamo, dove stiamo andando,
quante stelle e recensioni positive ha la pensione o il
ristorante in cui sosteremo, come arrivarci nel minor tempo
possibile. Sta accadendo dappertutto. Non voglio che accada
anche in Carso. Per cui, caro lettore, non aspettarti da me indicazioni
dettagliate. Ne avrai quanto basta.  per il tuo bene
e per quello di una terra che pu ancora salvarsi. Selvatico e
salvezza, un legame fonico da preservare.
Isabel Arundell, la cattolicissima e pudica moglie di quel
geniale avventuriero che fu Sir Richard Burton, descrivendo i
soggiorni trascorsi con il marito in altopiano scrive che a volte
la nebbia  da Polo Nord, talvolta invece l'aria  splendida
e la terra che li ospita risulta misteriosa, innaturale, magica.
Johann Gottfried Seume, l'autore de L'Italia a piedi 1802,
scrive che al suo proposito di camminare da Trieste a Venezia
la gente gli ripete che  da matti, ci lascerai la pelle dicono,
ma parte lo stesso, pochi chilometri e gi i luoghi gli sembrano
maledettamente sospetti, le montagne aspre, squallide,
malsicure, rifugio di marmaglia. Lo scrittore tedesco Julius
Rodenberg, norme d'arte di Julius Levy, di passaggio negli
anni '60 dell'Ottocento, scrive: il Carso  l'estrema barriera
del nord - si potrebbe chiamarlo il "magazzino degli scarti
di natura" - come se essa, nei primi giorni della creazione del
mondo, avesse scaraventato qua lo scarto del suo materiale
superfluo.
Le citazioni possibili sono, gi lo sai, sterminate, solitamente
rimarcanti la natura sterile, il deserto, il carattere inafferrabile.
In quelle che ho riportato per ci sono delle parole
chiave: magia, rischio, scarto. Come non potrebbe essere
magico un territorio, limitandosi al Carso triestino, che ha
quasi 3 mila grotte accatastate, secondo esperti il 10% delle
grotte esistenti, ovvero una delle pi alte concentrazioni di
cavit naturali al nnondo? Come non potrebbe essere rischioso
un labirinto im cui si pu essere assaltati da un grande
animale selvatico, o da un malintenzionato mimetizzato nella
boscaglia, in cui si pu essere punti da zecche appostate nei
cariceti, ci si pu imbattere in un passeur di migranti o ci
si pu smarrire nei suoi dedali di calcare? E come non potrebbe
rappresentare lo scarto degli scarti, visti tutti i corpi
rigurgitati nella terra dalle guerre, dalle ritorsioni, la quantit
inaudita di rifiuti gettati nelle grotte e nelle doline, l'essere
stato patria delle genti pi povere e trascurate, l'essere ancora
oggi il simbolo della rimozione, qualcosa da tenere a lato, da
allontanare dal centro scintillante delle cose?
Parlavamo di soglia biogeografica,  il momento di usare
un'altra espressione: margine della storia, anzi, margine della
Storia e delle storie. Lo  fin da quando ne abbiamo notizia:
gli scarsi resti appartenenti al Neolitico ci fanno ipotizzare
che gli agricoltori provenienti dai Balcani e dalle regioni danubiane
non si siano fermati qui. Probabile che abbiano proseguito
verso le pianure fertili del Friuli, al limite sostando
nelle grotte. Non c'erano nemmeno metalli da poter estrarre.
Prevalenti dovevano essere la caccia e la pastorizia, niente
pi. Terra di rapido transito verso terre pi prospere. I primi
insediamenti nell'Et del Bronzo: i castellieri, villaggi costruiti
sulle sommit di alture non elevate, difesi da possenti mura
a secco a cinta singola, doppia o tripla. Il primo a occuparsene
 stato Pietro Kandier nella seconda met dell'Ottocento,
ma il primo studio approfondito  dell'uomo dai mille talenti,
Sir Burton, seguito da quello del triestino Carlo Marchesetti,
botanico, archeologo e paleontologo a cui ne  dedicato uno
dei meglio conservati in Carso, a Slivia. Sono fortificazioni
che puoi trovare altrove in Europa ma soprattutto in Istria,
Friuli e Dalmazia. Quelli carsici sono i pi poveri. Si vive cos,
asserragliati su cime modeste, tenendo d'occhio il vicino,
all'incirca dal XV al III secolo a.C, poi arrivano i Romani,
fondano Aquileia, spazzano via Istri e Carni, e una cultura
millenaria di cui sappiamo pochissimo sparisce.
Risale ad allora la fondazione di Tergeste. Prima, passando
tra le vestigia romane di San Giusto, avrai letto su una delle
tue guide che l  nata la colonia romana. L sarebbe iniziato
tutto. Non per niente il fascismo lo venera facendo erigere
una statua ai Caduti per la Liberazione, il Parco della Rimembranza,
la fontana all'apice della Scala dei Giganti. Sui
bastioni del castello, nel settembre del 1938, la scritta a caratteri
cubitali DUX accoglie Mussolini, venuto ad affermare
la romanit della citt e ad annunciare lo scempio delle leggi
razziali. Ma la Storia insegna ad avere pazienza.
Nel 2015 escono i risultati di una ricerca che ribalta il mito
fondativo: il pi antico accampamento romano in assoluto,
pi antico di un secolo di quello di Hermeskeil, in Germania,
 stato individuato dagli archeologi, grazie alla tecnologia
Lidar, sul colle di San Rocco, all'entrata della Val Rosandra,
in quella zona che gli sloveni locali chiamano Breg. Comune
di Dolina, storica maggioranza slovena, periferia di Trieste.
San Rocco, il santo protettore degli appestati e dei pellegrini.
Pare che la scoperta sia stata possibile anche grazie alla bora e
al pascolo che hanno impedito lo sviluppo della vegetazione.
Ancora una volta la forza brutale del selvatico ci parla, se
sappiamo ascoltarla.
Sul Carso non ci sono tracce di centuriazione romana. La
spartizione dei terreni tra i coloni si effettua invece in tutta
la zona marnoso-arenacea, che corrisponde al corpaccio della
citt odierna, alla linea di costa tra Sistiana e Barcola e a
quella del Breg. Il Carso ancora una volta rimane fuori dai
giochi, evidentemente troppo carente di risorse per suscitare
interesse nei pragmatici conquistadores. Resti visibili che dovresti
visitare sono l'acquedotto a Bagnoli, le terme romane
alle nsorgive del Timavo e su tutti il Mitreo, tempio ipogeo
dedicato al dio Mitra, se mai sarai in grado di trovarlo. Poi 
il tempo delle invasioni, Attila, Goti, Bizantini, Longobardi,
tutti o quasi passano dal Valico di Postumia, saccheggiano
quel poco che c' e tirano avanti. Sono dei contadini-guerrieri,
gli Sloveni, ad insediarsi stabilmente sull'altipiano, presumibilmente
a partire dal VI secolo. La citazione pi antica
di un villaggio  del 1085: in un documento inerente la chiesa
di San Giovanni in Tuba, laddove sfocia il fiume Timavo, si
parla di Malchina, per gli sloveni Mavhinje.
Gran parte dei villaggi che via via vengono fondati nei
secoli successivi hanno nomi che si baisano, come ci spiega
il filologo ed etnomusicologo Pavle Merk, su fitonomi e
dendronomi. Derivano cio da piante e: alberi, oppure da toponimi
connessi ad aspetti geografici, come dol (valle), kme
(pietra), griza (il campo di pietre che abbiamo gi incontrato).
Per secoli questi contadini sloveni pascolano e lavorano
la terra, ma non la possiedono, vivono a stento come servi
della gleba, sottomessi a patriarchi, vescovi, signori, conti
o al Comune di Trieste. Alcuni cercano migliore sorte insediandosi
nella valle di Zaule, a Servla, Longera, Roiano,
Guardiella, San Giovanni, Cattinara, Barcola (dedicandosi
alla pesca), rioni che ancora oggi hanno una importante comunit
slovena.
Poveri, poverissimi. Un paio di esempi per darti l'idea,
riportati da Dante Cannarella nel suo monumentale Il Carso
della Provincia di Trieste: nel 1413 si segnala il furto di 35
grappoli di uva moscatella nella vigna di Bovedo e 12 grappoli
da una vigna di Gretta; nel 1496 la famiglia Stella denuncia
gli abitanti di Ricmanje, San Giuseppe della Chiusa in
italiano, per aver lasciato pascolare 50 buoi sui suoi terreni.
 un'indigenza che ha attraversato il tempo e sta scomparendo
solo di recente. Fa specie, perlomeno a me, vedere delle
vecchie fattorie convertite in agriturismi di grido, men stellati
prendere il posto dei tradizionali piatti a base di salsicce,
gnocchi di pane, goulash, ma per fortuna non si  ancora arrivati
ai livelli del Chianti o della Provenza. Il cuore pulsante
del Carso rimane spartano. Sasso duro.
C' un libro illuminante, guarda caso scritto da uno straniero,
un professore e storico statunitense scomparso da qualche
anno, James C. Davis, che pu aiutare a capire. Si intitola Carso.
Riscatto dalla povert, e ricostruisce la storia di una famiglia
di contadini, gli Zuzek di Slivia, dal Cinquecento a fine Novecento.
La povert di certo non  una novit, per notabile
 la strenua ostinazione a restare nonostante l'infertilit della
terra. I contadini, dice Davis, abbattevano le querce ed i carpini
quando questi erano appena dello spessore di un polso pur
di fare spazio al pascolo. Un fazzoletto di terra magra, ottenuto
dopo un faticoso lavoro di spiegamento, per gli animali e per
l'agricoltura di autosussistenza. Giusto qualche ettaro, spesso
frazionato in appezzamenti distanti l'uno dall'altro, da arare
con la vanga e non con l'aratro e i buoi viste le dimensioni
ridotte. Poco fieno, ogni filo d'erba  sacro e va raccolto a mano.
Se si preannuncia grandine suonano le campane, correre,
mettere in salvo quel poco che la terra ha dato.
Davis riferisce un aneddoto raccontatogli negli anni 70, a
testimonianza che quelle famiglie si sono tramandate per generazioni
non solo la povert, ma il suo fantasma: la giovane
donna, temendo che lei, suo marito e i suoi figli sarebbero
potuti morire di fame, prese i pochi soldi che le riusc di mettere
insieme e part a piedi verso nord-est con la speranza di
poter comprare qualcosa da mangiare. Ma pur avendo ormai
percorsi molti chilometri, non riusc ad uscire dalla zona colpita
dalla carestia, e dunque non trov cibo. Alla fine torn a
mani vuote dai famigliari affamati.
Macinare chilometri con la pancia vuota. Camminavano
per mezza giornata, racconta, attraverso i pascoli falciati per
raggiungere qualche villaggio isolato dove davano una mano
a un parente nel taglio del fieno e nel raccolto. Molte volte
all'anno Jozef o uno dei suoi figli si alzava subito dopo mezzanotte
e camminava per cinque ore per recarsi alle fiere del bestiame
che si tenevano a Sezana o a Gorizia, portandosi dietro
una giovenca che poi vendeva, scambiava quattro chiacchiere
e poi, sempre a piedi, tornava a casa. Spesso Franciska o Jozef
si facevano a piedi la strada fino a Gorizia o a Trieste, dove
compravano un attrezzo o della stoffa, e di nuovo a piedi
verso casa. Quando le loro cisterne o il laghetto artificiale
del pascolo demaniale si prosciugavano, portavano col carro
i loro barili fino al mare, li riempivano e li riportavano a casa
per abbeverare le bestie. Franciska lavava i panni sulle rive
del Timavo, che si raggiungeva a piedi in un'ora o poco pi,
e se le serviva legna da ardere la tagliava nei loro boschetti,
ne faceva una fascina e la trasportava a casa sulla testa, anche
quando era incinta di diversi mesi. La domenica o nei giorni
festivi andavano in chiesa a Malchina, poi a trovare i loro
cugini di Prepotto o di Slivia, infine a casa, a piedi.
Parole chiave per inquadrare i carsolini: acqua, famiglia,
religione. L'acqua non c', bisogna andare a prenderla al mare,
al torrente Rosandra o foderare di argilla delle conche
per farne stagni. L'altopiano  una grande famiglia: tutti sono
imparentati con tutti, ancora oggi, dello stesso villaggio o del
villaggio accanto (cerca di assistere alle Nozze Carsiche, si
svolgono ogni due anni). Per quanto riguarda la religione, la
faccenda merita qualche riga in pi: sono stati la Chiesa e la
fede cattolica a formare, preservare e consolidare l'identit
del popolo sloveno.
Uno degli storici intellettuali sloveni, Alojz Rebula, nato
nel 1924 a Sempolaj o San Pelagio e scomparso alla fine del
2018, uno dei massimi rappresentanti della parte "bianca"
della comunit, afferma che non c' nulla di sloveno che non
abbia un'origine cattolica, chiesastica e sacerdotale, e che a
monte di ogni primato c' un sacerdote, che si tratti del primo
libro stampato, giornale, racconto, libro di versi, romanzo,
manuale per le scuole o del primo libro sul socialismo. In
effetti, te ne renderai conto girovagando, non c' villaggio
che non abbia una chiesa, spesso sproporzionata rispetto
al capannello di case, e non c' bosco, o addirittura foresta
lontana dai centri abitati, che non conservi una croce o un'edicola
votiva. E fiori freschi ad ornare, anche se per portarli
bisogna maciullarsi le piante dei piedi.
Una terra povera ma ricca di chiese dove pregare o dove
nascondersi, per esempio dalle scorrerie dei turchi. Uno dei
colpi pi duri inferri dal fascismo, oltre alla persecuzione,
la chiusura delle scuole e dei sodalizi, l'italianizzazione dei
nomi e dei cognomi,  stato l'aver proibito di celebrare le
liturgie in sloveno. Dopo un proclama all'apparenza conciliante,
nel 1918, all'apertura del periodo di amministrazione
militare italiana della Venezia Giulia, comincia la bonifica:
150 preti e 77 religiosi sloveni vengono deportati o espulsi.
Il clima peggiora e si esaspera dopo la firma dei Patti Lateranensi
del 1929, quando la Chiesa appoggia la svolta nazionalista
di Roma e allontana uomini scomodi, come Borgia
Sedej e Maurizio Fogar, vescovi rispettivamente di Gorizia
e Trieste.
Tra gli episodi pi ricordati e dolorosi c' l'assassinio del
giovane maestro di coro Lojze Bratuz, ucciso a Podgora, Piedimonte
del Calvario, periferia di Gorizia. I fascisti lo prelevano
finita la messa e gli fanno ingurgitare una miscela di
olio di ricino e olio di motore. Dopo la sua morte la tomba,
sebbene sia piantonata da una guardia, si ricopre di una montagna
di fiori, corone e mazzi che erano arrivati di notte,
inafferrabili come i sonagli della serenata d'addio. Ma i fiori e
i mazzi facevano pensare a un mucchio di sassi, oppure a una
catasta di legna, perch erano stati gettati da dietro il muro,
alla rinfusa, furtivamente, da lontano, come si getta qualcosa
a un lebbroso.
Sono parole dell'altro grande vecchio della Trieste slovena,
lo scrittore Boris Pahor, uno degli ultimi testimoni oculari
viventi dell'incendio nel Narodni Dom. Ma ora  importante
che tu tenga a mente il gesto dei fiori lanciati oltre il muro,
i chilometri a piedi tra i rilievi austeri, l'attaccamento alla
famiglia, la fede. Immagina questi carsolini scendere a piedi
nella citt laica e borghese, addentrarsi nel porto, sulla schiena
gerle piene di foglie di scotano. Un altro grande amante
e conoscitore del Carso, il forestale Diego Masiello, descrive
un'attivit scomparsa, quella della raccolta delle foglie: dice
che oltre a quelle di scotano, si portavano a vendere foglie di
acero, di castagno, di noce, di olivo, di alloro, di corniolo, di
rosmarino, aghi e strobili di pino, corteccia di rovere, funghi,
asparagi, salvia, more, fragoline, bacche di ginepro.  questa
coriacea forma di resistenza che puoi percepire se accetti di
perderti nel dedalo di sentieri del Carso.
Una volta che sarai confuso, che non avrai appoggi, che
starai sul punto di svenire, rifletti su queste righe di Rebula,
prova a rispondere alla sua domanda: sloveno era a Trieste
il pane, sloveno era il latte, sloveno il marmo, sloveno il facchino
del porto, sloveno il muratore, in gran parte sloveno il
poliziotto, per decenni sloveno il vescovo. Com' che questa
realt, con tutto il suo spessore sociologico e umano, non 
stata captata nemmeno dalla sensibilit dei pi grandi, n da
quella di Svevo n da quella di Saba, anche se  stata avvertita
da quella di Joyce, almeno nel suo transculturale Finnegans
Wake?.
...
11. Il ventre molle d'Europa.

Ci sono luoghi che ci attraggono morbosamente. Come persone
che amiamo al di l di ogni ragionevolezza. Tra di essi
giganteggia il Carso.  una chiamata, un colpo di tosse che
si protrae oltre il protocollo, una convulsione dello spirito.
La guerra, la poesia di trincea, i bunker urlanti, il confine
mobile, il rimescolio dei popoli e dei destini, l'aria tagliente
dei Balcani, tutto ci che  stato studiato o letto od appreso
per sentito dire non  sufficiente. Nessuno - n di certo sar
io -  riuscito a fare un'opera che circondi l'altopiano da ogni
lato, lo analizzi da ogni possibile balbettio del pensiero e ce
lo restituisca intero.
A chi manca lo sloveno, a chi l'italiano, a chi le varianti dialettali,
a chi la storia, la geografia, la letteratura, la conoscenza
del folklore, la geologia, la botanica, la meteorologia, chi ha
tutto questo ma  mestamente malato di erudizione, a ciascuno
di noi manca qualcosa, una facolt, una soglia evoluta di
intuizione, una visione d'insieme. Il Carso  Trieste ma  pi
di Trieste,  il suo apparato scheletrico e muscolare, polpacci
tesi, pelle abrasa, unghie sporche. La citt di sotto, quella sul
mare,  tutta testa,  ferma. La citt di sopra  un corpo che
si dimena. La bellezza incomparabile del Carso sta nella sua
durezza, nella sua sfuggevolezza. Come una trota che sguscia
dai guanti del veterano, una raganella che balza fuori dalla
pozza un secondo prima del fulmine, come una voglia di
un'altra vita che inizia ad assumere una forma.
Jan Morris ha il merito di capire molto, molto pi di altri,
ma nel suo libro si arena sul Carso. Di diciotto capitoli gliene
dedica uno solo. Lo definisce luogo strano, scrive: la vera zona
di disordine della citt  il Carso. Oh, come ti sbagli Jan!
Disordine  per chi situa il centro nel pattern delle ortogonali
vie del Borgo Teresiano, per chi ancora ragiona da cittadino
dei caff. Ma se cambiamo prospettiva e indossiamo i panni del
viandante, non possiamo non notare come qua viga un ordine
superiore. Il labirinto  il modello di queste terre, il margine
caotico, l'area di transito, l'area di sosta temporanea, l'abisso
in cui si precipita, la dolina in cui si rotola fino a incontrare il
centro di tutte le cose. Il selvatico nasce qui, valica il costone
degli ultimi bastioni incarsiti, si propaga dolcemente lungo i
pendii di marne ed arenacee, si radica negli anfratti dei rioni popolari
e non teme di piantarsi a piazza Unit, tra finti masegni e
lucine blu. Una cosa  santa: il Semplice ed il Genuino, scrive
Kosovel. Qui tutto  semplice per i semplici. Anche la guerra,
i morti, i lamenti dei vivi che non dimenticano i loro morti
fanno meno male se stai a piedi giunti nel fondo rossastro di
una dolina. Il cittadino ci vede solo sangue, il viandante pensa
allo scotano autunnale. Potrebbe dormire sui sassi.
S, dobbiamo parlare del Carso bellico. Ma prima di farlo,
dobbiamo conquistarci uno stato d'animo sereno. Dobbiamo
pensare a Lorenzo Miniussi, uno dei primi triestini a poetare
in dialetto, che a inizio Ottocento scrive: Regna in Carso
la vera et dell'oro, uomini, donne, ragazzi, la vacca, il toro,
gatti, porchi, polli, tutti da buoni amici, dice, si scaldano
davanti allo stesso fuoco. Fratellanza. Non c' possibilit di
godimento n di crescita per chi viene con sete di vendetta.
Anni fa, quando mi proposi di portare la gente a camminare
tra questi sassi tutti mi diedero del matto. A chi vuoi che
importi del Carso. Piove, tira vento, non c' niente da vedere,
va bene un paio di giorni ma una settimana a piedi  uno
strazio, mi ripetevano. E poi  un posto triste. La gente vuole
stare bene, non vuole tutti quei morti. Non verr. Invece 
venuta la gente, e tuttora viene da tutta Italia, dall'estero, in
ogni stagione. Perch? Mettiti gli scarponi.
Sei in Val Rosandra, non devi fare altro che salire sul Monte
Stena, dalla piazzetta di Draga o dalla ciclopedonale. Una
breve salita, anche se molto erta, ed eccoti in cima. Sei a 441
metri, il Molo Audace dista meno di dieci chilometri in linea
d'aria, ma sembra di essere in alta montagna. Potrebbero farti
compagnia delle capre inselvatichite, lasciale pascolare. Ti
fanno certamente compagnia le zecche, lascia che anch'esse
pascolino. Fai attenzione a non calpestare i crochi, le santoregge,
i giaggioli, pi di un centinaio di specie che si danno
il cambio da febbraio a ottobre. Spalanca gli occhi: Trieste 
alla tua merc. Ti rendi conto davvero di quanto la natura selvatica
la penetri da ogni lato, al punto da dubitare che quelle
in fondo, altissime, gialle, siano le gru del Porto Nuovo.
Potrebbero essere immensi cornioli. Indugia quanto credi, poi
prosegui verso il borgo di San Lorenzo restando sul margine
sinistro dell'altopiano, abbi piet dei pini neri stremati dalla
bora e dalla processionaria, non ti crucciare per quelli sfracellati,
sono cibo per le altre creature del bosco. Via dal paese,
strada asfaltata o sentieri, dirigiti al memoriale della Foiba.
Ora devo confessarlo, mi sono fermato a questo punto per
tre mesi. Nonostante abbia camminato nella zona di Basovizza
cos tante volte da non saperle numerare, nonostante le letture
e le stremanti discussioni con esperti, il timore di usare le
parole sbagliate mi blocca. Se te ne parlassi a voce dovrei fare
attenzione anche al tono, alle smorfie. Starai pensando, caro
lettore, che esagero. Ma tu vieni, stai qua un po' di tempo e
arriver la mattina in cui, al risveglio, sar davanti a te: il passato,
fresco, pimpante, pronto a dominare un nuovo giorno.
Un passato che non smette di passare.
Permettimi due esempi: presentazione di un libro sulla
citt di Fiume, scritto da Raoul Pupo, che a queste terre ha
dedicato gran parte dei suoi studi. Se non hai in famiglia storie
legate all'esodo istriano o se non sei un appassionato di
D'Annunzio, probabilmente  una citt che non ti dice niente.
Fai conto si tratti della presentazione di un saggio storico
su una citt della regione accanto alla tua, a quanti potrebbe
interessare? Quella a cui ho assistito io era affollatissima. In
sala qualche storico, come Patrick Karlsen, che dirige l'Istituto
regionale per la storia del movimento di liberazione nel
Friuli Venezia Giulia, ma per il resto gente comune, e domande,
osservazioni, sottolineature. La stessa impressionante
quantit di persone a Trieste si riversa in ogni presentazione
di libri, film, opere che trttino argomenti locali.  una delle
citt in cui si legge di pi in Italia, ma non basta.
Secondo esempio: 3 novembre, ti suona? Quel giorno, nel
1918, le truppe italiane entrano a Trento (Trento e Trieste: gi
nel 1912 Angelo Vivante parlava di sorelle siamesi della retorica
e stigmatizzava l'ignoranza del pubblico - anche colto
- che le credeva unite da un ponte o separate da un fiume!).
Il 4 novembre s,  una data che non ti  indifferente, la Giornata
dell'Unit Nazionale e delle Forze Armate, le parate con
il presidente della Repubblica, l'omaggio al Milite Ignoto.
Si ricorda l'armistizio che sancisce la sconfitta dell'Impero
austro-ungarico, le terre irredente che abbracciano la Madrepatria
eccetera. Ma qui da noi il 3 novembre le supera
tutte:  il giorno in cui il cacciatorpediniere Audace, come
abbiamo detto all'inizio, attracca a Trieste recando il tricolore
(ricorda: la citt non  stata presa in battaglia). Per celebrare
tale evento Casa Pound decide di organizzare una sfilata il 3
novembre 2018. Apriti cielo. Contestazioni, richieste di non
dare l'autorizzazione, ma la manifestazione si fa. Si organizza
dunque in contemporanea un contro-corteo "antifascista e
antirazzista", al quale partecipano molte pi persone (le cifre
in questi casi sono sempre incerte, ma a seconda delle fonti si
parla di 1500/2000 contro 5000/8000).
Quel pomeriggio ero in Carso ad accompagnare un gruppo
di viandanti, per cui non ho potuto fare altro che farmi
raccontare dagli amici quanto fosse successo e leggere il commento
di Paolo Rumiz su "Il Piccolo", dal quale estraggo
alcuni passaggi: Senza quella sfilata Trieste sarebbe rimasta
in letargo, non avrebbe reagito, non avrebbe riscoperto la
piazza in un momento in cui tutta la politica sembra passare
da Facebook (...). Come il raduno dei neri, anche quello
antagonista non ha mai nominato l'Europa (...). Sembrava
che la Grande Guerra non ci fosse stata. Non si  parlato
del milione di morti che  costata la conquista di Trieste.
Un'omissione gravissima. Non si deve regalare il patriottismo
ai fascisti (...). Come il corteo di Casa Pound, anche quello
antifascista era figlio della seconda e non della prima guerra
mondiale. Delle sue divisioni e delle sue vendette.
Rumiz non  uno che le manda a dire, per cui sono inevitabili
le critiche, ma non  questa la sede per parlarne. Mi
interessa ci che raffigura: una citt addormentata che si risveglia
solo nell'evocazione dello scontro duro, le lacune e
la parzialit della memoria, la lontananza dall'Europa. Non
avendo visto con i miei occhi non posso portare la mia testimonianza,
ma avendo camminato con Rumiz posso intuire il
suo sentimento. L'ho provato anch'io, e non in citt, ma nel
bosco, con gli scarponi ai piedi: solo se vieni quass, sudato,
poco presentabile, e ti rannicchi in un camminamento, sul
ciglio di una foiba, se strisci in una grotta per cercare ci
che resta delle precarie infermerie di guerra, solo cos puoi
cominciare ad avvertire il tragico tanfo del sangue.
Giulio Camber Barni, volontario in Carso nella Prima
guerra mondiale, estrae dalla trincea un poema, La Buffa,
che Saba definisce il solo libro di poesia epica e popolare
del quale, nel petrarcheggiante paese, si conoscano le origini
e il nome di chi l'ha fatto. Per Saba i suoi sono versetti rozzi
e ingenui ma, rimarca, non potevano essere scritti altrimenti.
Un soldato tra le mie gambe, / colpito da un bossolo intero /
che gli aveva portato via / mezzo chilo di carne / dalla
gamba destra, gridava ai suoi compagni / che gli arrestavano
il sangue: / "Amici, ho salva la ghirba! ", oppure Io feci il
sonno pi bello / di tutta la mia vita, / dentro una barella /
ancora insanguinata. Barni fa vedere il sangue senza perdere
l'umanit e la speranza, dice del suo nemico: gli austriaci
non si arrendevano / anche loro fino all'ultimo!. Chiede di
essere seppellito in una dolina, vuole terra rossa sopra il suo
cadavere, e al posto della croce un fiasco, affinch chi lo trovi
beva alla sua salute.
 con inaudite umanit e umilt che dobbiamo stare in
Carso. Se per esempio di fronte all'argomento foibe ti fermassi
a quanto ti viene detto dai libri, avresti un mancamento.
L'unica certezza  che si tratta di inghiottitoi, cavit, grotte
naturali o pozzi artificiali, come nel caso di quello di Basovizza.
Sappiamo anche che furono gettati esseri umani e animali,
vivi e morti, e che ci  successo con particolare ferocia
nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945 (possiamo
andare molto indietro: alcune testimonianze archeologiche
segnalano il ritrovamento di salme di legionari romani risalenti
al II secolo a.C), in un territorio che abbraccia il retroterra
di Trieste, di Gorizia, e l'Istria. Furono alcune centinaia
di persone o diverse migliaia? I carnefici furono tutti partigiani
di Tito che uccisero per ragioni ideologiche o ci furono
anche vendette personali? La colpa delle vittime era quella
di essere italiani, o di indossare una divisa, o di essere fascisti,
o collaborazionisti?  verit o diceria la storia dei cani
neri gettati assieme agli umani, che secondo alcune leggende
balcaniche impedirebbero ai morti di trovare la pace nell'aldil?
 verit o leggenda che prima di infoibare si organizzassero
delle feste a base di musica e balli, a cui partecipava
la popolazione locale, delle specie di riti propiziatori prima
dell'esecuzione? Tanto per confonderti ancora di pi le idee:
delle feste parla uno storico triestino di origini slovene, Joze
Pirjevec, non un irredentista italiano.
Raoul Pupo e Roberto Spazzali, autori di uno studio tra i
pi conosciuti, esordiscono con una premessa: questo libro
lo abbiamo scritto perch ce l'hanno chiesto. Li capisco, un
argomento talmente spinoso pu essere affrontato soltanto se
ci si sente pressati. Ma io non ho domande a cui rispondere
e non sono uno storico. Sulle foibe la bibliografia  corposa,
le posizioni sovente inconciliabili.  questa incapacit a
trovare un punto comune ad interessarmi. Sei ancora l? A
poco pi di un chilometro da te c' il Parco degli Eroi, con
un monumento dedicato a quattro giovani fucilati nel 1930,
accusati di avere organizzato un attentato contro la redazione
de "Il Popolo di Trieste", l'organo del fascio triestino: erano
sloveni, facevano parte del movimento TIGR, acronimo di
Trst, Istra, Goriza, Rijeka, che attraverso azioni di sabotaggio
e attentati combatteva contro il regime.
Bazoviza sarebbe diventato grido di battaglia nella lotta
partigiana durante la guerra. Ancora oggi la comunit slovena
partecipa in massa alla commemorazione che si svolge la
prima domenica di settembre. Le macchine sono posteggiate
ovunque quel giorno. Ma la gran parte dei triestini italiani
che passa crede ci sia in giro una sagra. Due monumenti attaccati
uno all'altro, che non si parlano. Nessuno dalla Foiba
ti mander al Parco degli Eroi e viceversa. Figurarsi se
qualcuno ti dir che a met strada c' una grotta in cui puoi
trovare la firma di un soldato dell'imperiale e regio 98 reggimento
di fanteria, datata 1917. Probabilmente fu mandato
al macello in prima linea.
Il selvatico non  facile da delineare. Pu essere bianco o
nero, come nel caso della triestinit. Il bianco si manifesta
nei modi burberi, che possono anche ispirare simpatia, nel
"volentieri" detto in citt al posto di "volentieri ma non posso
aiutarla", lasciando di stucco il forestiero che ha chiesto
un'informazione, nei pochi baci e nei pochi abbracci (pi
passionali i serbi a Trieste, meno gli sloveni), in una certa
diffidenza verso l'altro, nei saluti bruschi, in una scortesia che
non sfocia del tutto nella maleducazione. Il nero  la parte
selvaggia che ci forza a compiere gesti efferati, ad odiare il
vicino che ha spostato di un metro il suo muretto, a imbrattare
con la vernice i monumenti di una memoria che non
riconosciamo, o molto peggio a giustiziare chi non  con noi
e dunque contro di noi.
Onde evitare il manicheismo sarebbe giusto evocare un
terzo polo, al quale per faccio fatica ad assegnare un colore:
selvatico come selva oscura, natura selvaggia, come impeto
della natura a cui sottomettersi, abisso come buco nero che
tutto risucchia e non come foiba in cui gettare corpi, grotta
dalle dimensioni impensabili che potrebbe contenere la
basilica di San Pietro (vedi la Grotta Gigante) o che appare
come un miracolo (la Grotta Impossibile), o i torrioni di
Monrupino, guardie di pietra pronte a scatenare la battaglia,
o le imponenti falesie di Duino, che attirano le incurabili afflizioni
degli aspiranti suicidi. Il selvatico bianco, quello nero
e il terzo, senza un colore, sono tutti rappresentati a Trieste.
La vernice che imbratta. Credimi, accade quasi quotidianamente.
Stelle rosse alla Foiba di Basovizza, nomi sloveni
barrati sui cartelli stradali, segnali divelti all'imbocco del sentiero
che porta ad una foiba (naturale) poco distante da te,
l'Abisso Plutone, e sulla Strada Vicentina, o Napoleonica,
una delle pi turistiche, croci celtiche sui pannelli, sulla parte
in sloveno ovviamente. Non sono maldicenze, non riporto
quanto scritto da altri, sono segni in cui mi imbatto mentre
cammino. Chi imbratta? Troppo semplice dare la colpa a pochi
giovani esagitati. Giovani o anziani, gli imbrattatori sono
il frutto di questo confine. Non li ho mai incontrati. Perch
fdati, in Carso non c' la ressa. Il fine settimana potrebbe
darsi, nei sentieri maggiori, l'1 e il 3, chi fa la scampagnata,
qualche ciclista, qualche assetato alla ricerca spasmodica di
un'osmiza dove bere del vino. Ma nei giorni feriali? Benedetti
i membri del CAI che fanno manutenzione ed i volontari delle
associazioni che raccolgono i rifiuti. Pi facile incontrare
qualche migrante che cerca fortuna in Occidente, o vedere i
suoi vestiti e le sue scarpe a terra. Gli imbrattatori vengono,
agiscono e tornano nelle loro case a covare l'odio. Non sono
selvatici, non sopravvivrebbero una notte all'addiaccio, non
sono che avanzi, resti postmoderni del selvatico.
Se hai tempo continua. Non gambe buone, ti serviranno
cuore forte e mente aperta. Minimi i dislivelli, massimi
i movimenti tellurici della Storia. Vai al CRP, l'ex campo di
raccolta profughi di Padriciano. Mezz'oretta a piedi per la
provinciale, o per la strada pedonale che costeggia il Sincrotrone
(l'acceleratore di particelle), un po'di pi se prendi il
Sentiero Ressel ed attraversi il Bosco Impero. Arrivi e trovi
un cancello arrugginito chiuso.  un museo nazionale, ma
dalla nazione pressoch obliato. Ci sono dei volontari che
possono aprirti, contatta l'Unione degli Istriani. Da anni ci
porto i gruppi e matematicamente, ad ogni visita, Romano
Manzutto, profugo di Umago, si commuove raccontando la
propria storia e quella del suo popolo. Due storie ci procurano
sempre la pelle d'oca: quella in cui racconta di essere
stato trattato come un appestato dai suoi compagni, ai tempi
delle elementari, e quella della donna che entra al museo, vede
una foto sul muro che ritrae una bambina infagottata con
una sedia in mano, mentre sta lasciando l'Istria, ed esclama:
quella sedia  mia.
Il campo fu allestito in degli edifici dismessi nei quali anni
prima, durante il Governo Alleato, erano acquartierate le forze
anglo-americane. L nacque Giuliana, profuga istriana, la
protagonista di un bel libro di Pietro Spirito, Il suo nome quel
giorno, l fu venduta a dei genitori adottivi che la portarono in
Sud Africa. Tutto il romanzo, che si basa su una storia vera,
narra del viaggio a ritroso della protagonista verso le proprie
origini, in una baracca dove le uniche certezze erano la fame
e il freddo, situata in una terra cruda e ostile dove non c'
una voce amica. Un campo simile, a soli cinque chilometri
in linea d'aria, era il Silos, accanto alla stazione ferroviaria di
Trieste, dove oggi bivaccano nuovi profughi, in gran parte
afghani e pachistani. Per Marisa Madieri - scrittrice fiumana
esule, moglie di Claudio Magris - che vi abit, era come
entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno
e fumoso purgatorio, secchi e catini dappertutto per raccogliere
l'acqua piovana, un brusio dal quale si levavano pianti,
voci scosse dall'ira. Altri centri di raccolta furono allestiti
in citt, alle Noghere, a Opicina, a Prosecco, a Miramare, a
Santa Croce e a Duino, solo per restare nei dintorni. In Italia
furono creati villaggi ad hoc. Di tutto ci gli opuscoli turistici
non ti hanno parlato, vero?
Se raggiungi il centro di Padrice noterai una chiesa.  dedicata
ai santi Cirillo e Metodio e sulla facciata principale
c' una stele con una stella rossa, a ricordo dei paesani morti
nella lotta partigiana. E se prendi il primo sentiero a sinistra
passerai alla sinistra dell'Area di Ricerca, il pi grande parco
scientifico e tecnologico italiano. Ma forse nessuno ti dir che
per circa un ventennio, fino ai primi anni '80, fu un campo
profughi: vi arrivavano i dissidenti politici dei Paesi dell'Est.
La mania per le distanze mi obbliga a misurare: in meno di
quattro chilometri copriamo tutto il Novecento. Ti sei lasciato
indietro il poligono militare di Basovizza, dove spararono
austriaci, italiani, tedeschi e anglo-americani, la Grotta Bac
con la firma del fante austro-ungarico, la Foiba, il Parco degli
Eroi, il CRP, le vedette, costruite tra fine Ottocento e inizio
Novecento in chiave turistica dagli austriaci, distrutte nella
Prima o nella Seconda guerra e poi ricostruite, hai accanto il
campo per gli anticomunisti e di fronte a te, se non smetti di
camminare ed imbocchi il sentiero 18 al Monte Spaccato, altre
vedette lungo il ciglione, sulla tua destra l'ex campo carri di
Banne, dove si esercitavano i carri armati in vista di una potenziale
guerra con la Jugoslavia, e nei pressi dell'Obelisco di
Opicina tre bunker tedeschi, parte della linea fortificata denominata
dai tedeschi Vallo Adriatico. Prima di dirti del vallo
vorrei che ti affacciassi sulla balconata che hai di fronte e
leggessi le parole scritte da Massimiliano d'Asburgo - quello
del castello di Miramare - nel 1850, quando si trovava nello
stesso punto in cui ti trovi tu ora.
Si viaggia per ore tra i deserti sassosi del Carso sul quale
sembra gravare una maledizione; le rocce appaiono come
figure grigie, par di scorgere rovine di case e di interi villaggi,
cespugli secchi alzano i loro rami stecchiti e non c'
un punto dove la vita rallegri la vista. Un grigiore incerto e
misterioso grava sul Carso finch, dopo un lungo percorso,
lo sguardo stanco si rianima alla vista dell'Obelisco, quasi
un simbolo di speranza. Ci si trova ancora nella valle delle
lacrime, ma l in fondo tutto  splendido, vivo e fa pensare
al Sud. Avranno pensato lo stesso i nazisti l appostati, o i
partigiani slavi con i quali combatterono nella cruenta Battaglia
di Opicina combattuta tra la fine di aprile e l'inizio
di maggio del 1945? E Sir Richard Burton, che nelle stanze
dell'hotel dietro di te traduceva Le mille e una notte, a cosa
pensava affacciandosi alle finestre? Nemmeno quell'hotel
conosce la parola pace. Osserva in che stato  ridotto.
Locanda nel Settecento, condotta dai coniugi Daneu, ha
cambiato propriet innumerevoli volte, negli anni '70 del
secolo scorso ha anche ospitato dei terremotati del Friuli,
per poi essere devastato da un incendio nel 1989. Rifugio di
tossicodipendenti, di balordi, addirittura set di film horror,
questo edificio in rovina in un luogo cruciale ci dice molto
del presente. Lo abbiamo fatto inselvatichire, perch? Per
mere ragioni economiche?
Io credo nella maledizione, come Massimiliano. Niente
di soprannaturale, il Carso  stato maledetto dagli uomini.
Fin dalla leggenda pi antica, quella per cui il demonio vi
avrebbe scaricato un sacco pieno di pietre, passando per le
invasioni barbariche fino al Novecento tragico,  come se gli
uomini avessero deciso che se c' un inferno, deve essere in
Carso. Centinaia di migliaia di morti ammazzati per un po'
di sassi. Ci deve essere qualcosa che non riusciamo a capire,
non credi? Intanto gioisci del panorama, delle fragranze
mediterranee che risalgono fino a queste latitudini, punta
l'Istria splendida, Punta Piran, Punta Salvore, puoi stare nel
sogno di una terra fertile, poi pensa che nel 1945 sarebbe
potuto saltare tutto in aria. Questo prevedeva il piano dei
tedeschi, e se non accadde fu forse per una serie di circostanze
fortite.
Il Vallo Adriatico fu una linea difensiva lunga circa quattrocento
chilometri che andava dal lago di Garda a Fiume,
passando per Gorizia, che a est sfruttava in larga parte ci
che rimaneva del Vallo Alpino Orientale costruito dall'Italia
durante il fascismo, al quale il Regno di Jugoslavia aveva ribattuto
con la Linea Rupnik. Bunker, fortini, fossi anticarro,
capisaldi, cannoni antiaereo, obici, reticolati, e in mare rotaie
e tubi di ferro assemblati a tripode, i cosiddetti "asparagi di
Rommel", affiancati da campi minati e sommergibili tascabili:
un sofisticato sbarramento che avrebbe dovuto impedire
agli Alleati di entrare in quello che Churchill aveva definito
il ventre molle d'Europa. Non eravamo che pancia flaccida
agli occhi esterni, ma una pancia che andava a tutti i costi
difesa o conquistata.
Da dove ti trovi le guide turistiche ti consigliano di fare
la Napoleonica, la via sterrata lato mare che conduce a
Prosecco, ma se sali verso il tempio di Monte Grisa vedrai
i resti del vallo, cos come pi avanti, restando sul ciglione
carsico, verso Aurisina. I nazisti non solo allestirono un lager
nella ex risiera di San Sabba, ma disseminarono la citt di
centri di resistenza, gallerie e cunicoli per l'estrema difesa in
caso di sbarco nemico. Sarebbe stata guerriglia urbana tra le
macerie, un'altra Leningrado. Trieste la fortezza. Nella realt
invece si asserragliarono in luoghi come la Kleine Berlin, tra
piazza Oberdan e il tribunale - sulla cui facciata, durante
gli scontri con il Comitato di Liberazione Nazionale e il IX
Korpus jugoslavo, era esposto un grande ritratto di Hitler -,
e il castello di San Giusto. Quando il tribunale fu preso, oltre
alle armi e alle munizioni furono trovate casse di champagne
francese. Pensaci al prossimo spritz in centro citt, o quando
sarai in un agriturismo a degustare i rinomati vini carsolini.
Intanto preprati all'ennesima guerra.
...
12. Rosso Carso.

Da Prosecco segui il sentiero 1, resta sul lato mare, attraversa
il Bosco Fornace, il San Primo, passa accanto all'ex vedetta
per la pesca dei tonni, che si  conclusa negli anni '50, sei a
Santa Croce, prosegui per il Bosco Babiza, svolta a destra
per Aurisina, passa sotto l'autostrada, c' la segnalazione per
un cimitero austro-ungarico, vacci,  seminascosto, raccolto
in una dolina, fa impressione, no? Pensa alla pomposit del
Sacrario di Redipuglia. Prima, all'obelisco, non ti ho detto di
un altro cimitero a pochi passi da te, quello militare tedesco,
smantellato nel 1956, in cui erano stati sepolti i soldati morti
a cavallo tra il 1944 e il 1945 nel Litorale Adriatico.
L era sepolto Christian Wirth, detto Christian il barbaro,
uno che si mormora interrasse bambini vivi e girasse con un
barattolo pieno di denti d'oro, SS che era stato comandante del
lager di Belzec, in cui erano state sperimentate le prime camere
a gas, membro del programma Aktion T4 finalizzato all'eliminazione
dei "malati inguaribili" nonch, prima di essere ucciso
dai partigiani jugoslavi a Erpelle (una ventina di chilometri da
dove ti trovi), a comando dei reparti speciali "Einsatzkommando"
che avevano preso possesso della Risiera di San Sabba.
Spostata nel cimitero veronese di Costermano, la sua salma
 stata al centro di un caso di cronaca nel 1988, allorch il
console generale tedesco di Milano si rifiut di presenziare alle
commemorazioni avendo scoperto che tra i nomi dei caduti
figurava il suo. Scandalo, rimozione del console, cancellazione
del nome nella cappella cimiteriale. Tutto risolto, no?
Non si pensi che le stragi siano avvenute solo da una parte.
Molti dei tedeschi impegnati nella Battaglia di Opicina, una
volta arresisi e, di fatto, consegnati ai partigiani jugoslavi dai
neozelandesi, finirono nella vicina Foiba di Monrupino. Pure
dall'altra parte del golfo, a Muggia, fecero una fine infausta i
croati dell'Accademia di Marina fedeli all'ustasha Ante Pavelich,
che costituivano una piccola guarnigione a difesa della costa.
Pier Antonio Quarantotti Gambini, scrittore istriano di Pisino,
amato da Saba, racconta in Primavera a Trieste che erano
circa quattrocento splendidi ragazzi, e anche educati,
non avevano preso le armi contro i titini, anzi, al loro arrivo
avevano fraternizzato. Molti erano dalmati, parlavano italiano,
pensavano di essersela cavata, invece furono fucilati tutti
come traditori alle Noghere, in un luogo, aggiungo io, dove
c'erano state paludi, poi saline, vie di pellegrini, un aeroporto,
un campo profughi per gli istriani dei Monti di Muggia
che erano stati beffati all'ultimo secondo da una modifica
(L'"Operazione Giardinaggio") del Memorandum di Londra
del 1954 e infine, oggi, un biotopo minacciato da una zona
industriale. Quarantotti Gambini afferma nell'incipit del suo
volume che gli italiani, come troppe altre volte, scambiano
per storico l'effimero. Gli italiani ammazzano Claretta, e non
si accorgono che l'ala della storia batte sulle Alpi Giulie.
Questo non solo non  un saggio storico, non  nemmeno
un'arma. Ce ne sono state troppe tra questi sassi, non ultime
quelle nascoste nelle grotte nel secondo dopoguerra, vedi la
Vedetta Weiss, proprio vicino ad Aurisina. L'organizzazione
Gladio, ricordi? La difesa dall'eventuale invasione da est. Non
ci siamo fatti mancare niente. Forse ti gira la testa, me ne rendo
conto,  normale, ti assicuro che sono pi confuso di te. Perci
 necessario essere onesti: se decidi di farti viandante a Trieste
devi essere curioso di tutto, ingaggiare un violento corpo a
corpo con la Storia, studiare e dubitare molto, attingere a fonti
diverse ed allo stesso tempo sollevare le braccia in segno di
resa. Ci sar sempre qualcuno che a un massacro ne opporr
un altro, o che metter in dubbio i tuoi dati. L'unica bandiera
che puoi issare sullo zaino  quella bianca. Certo, la frase di
Quarantotti Gambini pu risultare altisonante, ma  scritta il
29 aprile 1945, mentre in Italia la guerra  finita e qui no. L'attenzione
va posta su quell'ala che batte le Alpi Giulie, un'ala
tambureggiante che non ci lascia in pace. Sangue e terra uniti
generano solo il tetano, scrisse Karl Kraus. E molto tetano deve
esserci stato sul terribile fronte dell'Isonzo, dove sei diretto.
Prendi commiato dal cimitero austro-ungarico, passa sotto
la ferrovia, lsciati sulla sinistra la grotta Pocala, in cui tra fine
Ottocento e inizio Novecento Carlo Marchesetti scopr i resti
di circa trecento orsi delle caverne, sulla sinistra dei torrioni, i
geologi li chiamano anche hum, piramidi di calcare, nient'altro
che sopravvissuti all'azione di dissoluzione dell'acqua,
prigionieri a cui  stata fatta salva la vita. Tira avanti costeggiando
una zona di ex cave, la grotta del Monte Napoleone,
paradiso delle felci, il secondo castelliere di Slivno e poco
dopo sei al paese omonimo. Se hai ancora il cuore integro entra
nel cimitero della chiesa di Santa Maria Maddalena, leggi
a voce alta i nomi sulle lapidi, cerca di stabilire le parentele,
fissati sui luoghi e le date di morte, poi avanti verso gli stagni,
un tempo indispensabili, oggi recuperati come microambienti
ricchi di diversit biologica, e da l prendi il sentiero che
in mezz'ora ti conduce a Malchina esibendo in alcuni suoi
tratti lastre di pietra della Gemina, via romana che collegava
Aquileia a Lubiana, al tempo detta Emona. Malchina  stata
ricostruita dopo essere stata quasi interamente distrutta
nell'ultima guerra. Ci sono diverse osmize, se ne trovi una
aperta ti consiglio di rifocillarti, bevi molto, non lesinare, vino,
grappa, come bevevano molto i fanti al ferale assalto. La
prima linea  l dietro, gi si possono sentire le voci dei morti.
Quanti? Un rapido sunto. Prima battaglia dell'Isonzo tra
giugno e luglio del 1915, seconda battaglia tra luglio e agosto,
terza battaglia tra ottobre e novembre, quarta battaglia
tra novembre e dicembre, pausa invernale, quinta battaglia
nel marzo del 1916, entrano in campo i gas asfissianti, sesta
battaglia in agosto, presa di Gorizia, settima battaglia in settembre,
ottava battaglia in ottobre, nona battaglia in novembre,
pausa invernale, inizia il 1917, l'anno delle offensive pi
cruente e degli ammutinamenti: decima battaglia in maggio,
undicesima battaglia tra agosto e settembre, dodicesima battaglia
tra ottobre e novembre, ovvero la disfatta di Caporetto.
Conto totale sul fronte carsico: in due anni e mezzo per l'Italia
300 mila morti + 2 milioni tra feriti, invalidi e prigionieri,
per l'Impero austro-ungarico 250 mila morti + 1 milione tra
feriti, invalidi e prigionieri.
Nicol Giraldi, un giovane scrittore appassionato di storia
che ha camminato lungo la linea del fronte da Londra a
Trieste e ne ha tratto un libro, quando viene a trovare me ed i
miei viandanti mette sempre in scena con efficacia il macabro
bilancio: segnate su una mappa il punto A, Monte Hermada,
e il punto B, Monte Krn, in italiano Monte Nero. Sono
circa 90 chilometri in linea d'aria, fate 100. La storiografia
ufficiale per questo tratto indica in circa 270 mila i morti,
feriti, dispersi. Fate 300 mila. Io con un passo faccio circa
70 cm, fate 1 metro. Ora far 10 passi e camminer sopra 30
cadaveri, 3 al metro.
La decima e l'undicesima battaglia si svolsero nei pressi
del monte che stai per scalare. L'Hermada maledetto, o
maledetta, come la chiama il soldato austriaco Fritz Weber
nel suo Tappe della disfatta, il crudo racconto visto dall'altra
parte della barricata. Con Giraldi e i viandanti leggiamo alcuni
passi, al buio, dentro una grotta a cui arriverai tra poco.
Questo paesaggio si distingue da ogni altro, scrive,  indescrivibilmente
orrendo, disperato, misero, come un gigantesco
sepolcro in cui non ci sarebbe nulla di strano a vedere
la morte seduta sul ciglio della strada. Talmente terribile da
essere impronunciabile, innominabile da chi stava per esservi
spedito: ci guardiamo bene dal parlarne, sussurra Weber.
323 : i brividi. No, non mi sono sbagliato, sono "soltanto" 323
metri sul livello del mare.
Gli italiani tentarono in tutti i modi di sfondare e dirigersi
a Trieste, ma non ce la fecero, al punto che Carlo I d'Asburgo
attribu alla sua 5 armata il titolo di "Isonzo Armee", ne sarebbe
stato tratto anche un film di propaganda, Die 10.
honzoschlacht. Bravissimi nella propaganda gli austriaci si erano
d'altronde dimostrati dall'inizio delle ostilit, cominciando a
parlare di I, II, III battaglia dell'Isonzo e cos via, invece di
chiamare ogni battaglia con il nome della localit in cui aveva
avuto luogo. Sempre fermi all'Isonzo gli italiani, questa era
l'impressione da fuori. Fermi a sputare sangue, in una prima
linea, racconta bene Lucio Fabi in Gente di trincea, costellata
di corpi di uomini in decomposizione, che spesso era
impossibile togliere; allora, i resti dei caduti erano coperti
con getti di calce o bruciati con la benzina. Amici o nemici, i
cadaveri abbandonati sul campo di battaglia implicavano un
notevole inquinamento dell'aria che i soldati erano costretti
a respirare.
 una trincea in cui, scrive Giani Stuparich, si conduce
una penosa vita da talpe, in cui non si vede nulla se non i compagni
pi vicini e sfugge il senso complessivo degli eventi,
dove appaiono ben lontani i giorni in cui, assieme al fratello
Carlo e a Slataper, and ad arruolarsi volontario a Roma, la
prima sera in camerata a dormire sulla paglia come fanciulli,
l'idea di avventure e vagabondaggi. Macch: non c' nulla
di avventuroso, sono finiti i giorni della fede in una umanit
migliore, il fronte  un carnaio senza eguali. Nemmeno gli
animali si sottraggono: migliaia di muli, cavalli, asini, buoi,
cani, uccelli (solo un paio di dati per darti un'idea: nel 1914 la
Gran Bretagna "arruola" 200 mila cavalli, nel 1918 sul fronte
italiano i colombi viaggiatori sono 9 mila).
In trincea si sta in mezzo ai cadaveri, ai pidocchi, a quantit
allucinanti di topi che sbucano da ovunque, che risalgono
le scalette, divorano tutto ci che pu essere divorato. C'
una fotografia che non riesco a togliermi dalla testa: Carso,
Oslavje, due soldati posano accanto a un albero spoglio: ci
hanno appeso decine di topi. L'unico albero di Natale che
potevano permettersi. Una macabra carneficina che possiamo
per fortuna solo immaginare. L'altra fortuna  che qua, a
parte la rigogliosa vegetazione in cui ti imbatterai e i materiali
portati via dai collezionisti, molto  rimasto come all'epoca,
sia perch l'esercito austriaco part per sferrare l'offensiva di
Caporetto lasciando tutto com'era, sia grazie ai volontari che
hanno sistemato la zona.
Chi non smette di studiare e battere a piedi questa "montagna"
 lo storico locale Roberto Todero, autore di Fortezza
Hermada, grazie al quale ho scoperto che Max Fabiani,
nativo di Stanjel, oggi in Slovenia ma prima Impero austro-ungarico
e poi Italia, aveva progettato un proiettile fatto di
pietra carsica capace di esplodere in mille schegge al momento
dell'impatto. Se sei forestiero forse il suo nome non ti dice
nulla, ma sappi che egli  l'ennesimo figlio spurio di queste
terre: in casa parla italiano, in paese sloveno, a scuola tedesco,
studia a Lubiana e a Vienna, diviene architetto di grido
dell'Impero all'inizio del Novecento (tra i suoi progetti triestini
meritano di essere ricordati il Narodni Dom e l'edificio
liberty di piazza della Borsa, Casa Bartoli, dove campeggia
da anni uno striscione del movimento indipendentista che
auspica il ritorno del TLT, il Territorio Libero di Trieste), 
consulente artistico dell'erede al trono Francesco Ferdinando,
ma dopo la guerra abbandona la docenza al Politecnico di
Vienna per partecipare alla ricostruzione dei borghi distrutti
sul fronte dell'Isonzo.
Inizia quello che potrebbe essere avvertito come un declino
professionale, non per spirituale. Sotto le bombe inizia
infatti ad annotare le profonde riflessioni, che rivedr nel corso
della Seconda guerra mondiale, di Acm, un'originale opera-mondo,
un torrente in piena in cui morale, filosofia, fisica
si fondono per partorire un uomo evoluto che tra millenni
avr esplorato i sistemi solari, continuer ad evolversi fino al
punto di sdoppiarsi, a divenire un semispirito sulla via della
perfezione. Architetto, filosofo, designer, ingegnere, poeta,
Leonardo mitteleuropeo che progetta una via d'acqua per collegare
l'Adriatico di Trieste al Danubio di Vienna (idea che
sar inserita anche nell'accordo di cooperazione economica
stipulato tra Italia e Jugoslavia - il Trattato di Osimo!) e inventore
di congegni bizzarri: una bicicletta senza catena e
manubrio, un apparecchio che permette di volare - versione
moderna delle ali di Icaro - e un "dispositivo per facilitare la
salita in montagna".
Tu per non hai aiuti, ci sono solo le tue gambe, per cui
inizia ad avviarti prima che tramonti: imbocca nel paese di
Malchina il sentiero bianco e blu, la Vertikala, e dirigiti verso
il sentiero 3, o sali per la strada asfaltata che passa per
Cerovlje. Salendo potrai fermarti a visitare due grotte con
una torcia, quella del Motore, dove si custodivano dei gruppi
elettrogeni che fornivano la corrente alle linee del fronte, e
quella che fungeva da ospedale, proprio sotto la cima, dove
potrai vedere sulle pareti annerite dal fumo delle staffe metalliche
con isolatori di porcellana e dei sacchi di juta pietrificati.
L spegniamo sempre le nostre torce e leggiamo le parole
di Fritz Weber. Certo che non potrai capire quell'inferno,
nessuno di noi pu.
Non lo cap all'epoca nemmeno il filosofo spagnolo Miguel
de Unamuo, che nel settembre 1917 fu invitato assieme ad
altri intellettuali a far visita al fronte italiano. Avvicinandosi a
Gorizia gli si figur, disse, il serpente argenteo dell'Isonzo
e su quello splendido panorama, i boati dei cannoni che
laceravano le viscere del cielo, in un ospedale registr lo
stupore del soldato a cui era stato appena tolto un metro di
intestino, mentre il massiccio del Monte Nero gli sembrava
un baluardo della citt celeste. I suoi strapiombi, solcati da
vaste crepe verticali, da canali, da valanghe, paiono difendere
il trono di Dio. Tutto quello parla dell'infinito e dell'eterno,
e ancora: quando saranno respinti i barbari definitivamente
sino alle loro frontiere naturali, ai boschi da cui secoli fa sono
usciti per invadere le terre costiere latine? Quando queste
popolazioni del vino e dell'olio d'oliva riusciranno a contenere
nei loro confini le popolazioni della birra e del grasso?.
Il teorico del sentimento tragico della vita, colui il quale
metteva l'uomo prima del filosofo, l'uomo fine e non mezzo,
animale sentimentale prima che razionale, e che avversava alle
persone che pensano solo col cervello quelle che pensano con
il corpo, l'anima, il sangue, i polmoni, col midollo delle ossa...
era lo stesso che inspiegabilmente non impazziva di fronte al
sangue che scorreva a fiumi, a oceani di fronte a s. A tale
mancanza di empatia si aggiungeva la sua inabilit a decifrare
storicamente ed etnicamente la terra in cui camminava: per
lui tutti gli slavi del Carso sono serbi, jugoslavi, pastori dalla
vita libera e selvaggia, poeti delle montagne. Come se non
bastasse, quando nel golfo scorge da lontano Trieste, i primi
versi che gli sovvengono (e che traduce in spagnolo) sono tra i
peggiori di Carducci, quelli incisi ancora oggi in una lastra di
pietra di fronte alla cattedrale di San Giusto: O Miramare,
a le tue bianche torri / attediate per lo ciel piovorno / fosche
con volo di sinistri augelli / vengon le nubi.
Potremmo con superficialit stilare l'elenco dei buoni e
dei cattivi. Prendercela con gli interventisti e i guerrafondai,
con i futuristi che auspicavano la guerra come un farmaco e
igiene del mondo, stigmatizzare i suoni esplosivi di Marinetti,
o Corrado Govoni quando scrive Bella  la guerra! /  bello
seminare coi fucili / questa vecchia carcassa della terra o
Nessuno ti metter in prigione. / Puoi sfondare se ti aggrada
/ una porta con una spallata, / salir le scale coi tappeti / senza
pulirti dal fango le scarpe, / scannare i servitori pieni di bottoni /
pi dei soldati, / impiccare il proprietario / e prenderti
la sua bella figlia / e godertela a saziet, o Massimo Bontempelli
che celebra la gioia di andare nel camminamento per
arrivare a vedere / la carne tedesca cadere / afflosciati a testa
in gi / porci insaccati / nel budellame dei cappotti blu.
Sarebbe semplice opporre ad essi i versi umanissimi del Porto
Sepolto di Ungaretti, soldato sul Carso dei monti San Michele
e San Martino, il suo cuore in cui nessuna croce manca, il suo
cuore il paese pi straziato, il miracolo che vede la mattina
del 10 agosto 1916 dalla cima del San Michele conquistato,
la vista che arriva finalmente al mare da cui scaturir il suo
celebre M'illumino / d'immenso. O fare nostra l'invocazione
di Andrea Zanzotto: Rivolgersi agli ossari. Non occorre
biglietto. / Rivolgersi ai cippi. Con il pi disperato rispetto.
Sarebbe facile oggi giudicare, farci tronfi del nostro manicheismo
da poltrona. Ma come spiegare la scelta di coloro i
quali, animati da idee socialiste, parteggiarono per l'entrata
in guerra dell'Italia contro il suo alleato? Come spiegare la
scelta di chi, come Scipio Slataper, che ne Il mio Carso aveva
incitato lo slavo a rompere le catene e farsi padrone, part
volontario lasciandoci delle ultime pagine feroci proprio
contro il fratello slavo? E come non mettere nel gran calderone
le storie di tutti quegli italiani che da Trieste e dintorni
partirono per servire l'imperatore e morirono nella lontana
Galizia, o vagarono per anni nei campi russi, e quando tornarono
furono visti come dei traditori? Come non pensare alla
cifra stratosferica di 160 mila processi militari per diserzione
celebrati durante la guerra a carico dei soldati italiani? Ai
pi di 100 mila tra disertori e renitenti alla leva, imboscati
ed espatriati, alla vigilia di Caporetto? Veniva fucilato, si racconta,
il soldato che fosse stato colto a intonare le strofe di
una delle canzoni di guerra pi struggenti: "O Gorizia tu sei
maledetta".
Ricordo bene il giorno in cui, assieme a un gruppo di viandanti,
su una delle terrazze del Sentiero Rilke che si affacciano
sull'Adriatico, ascoltammo la versione cantata dal coro
dell'Associazione Nazionale Alpini di Milano. A quel grido
di disperazione rivolto ai vigliacchi sui letti di lana e agli ufficiali
scannatori di carne venduta e rovina della giovent, tutti
avemmo la pelle d'oca. Poi, dal silenzio usc la voce vibrante
di Giuseppe Nava, giovane poeta adottato da Trieste: sedici
militari ammutinati / presi con l'arma ancora scottante /
furono senz'altro fucilati / logicamente ed immediatamente / si
sarebbe dovuto fucilare / tutti gli indiziati (centoventi) / del
reparto tutti i militari / veri e propri rei di rivolta armata /
verso i propri diretti superiori / il comandante della brigata /
impose che venisse sorteggiata / la decima parte del battaglione /
e questi furono immediatamente / fucilati senza esitazione /
non si ebbe alcun inconveniente / durante l'esecuzione.
L'adattamento in versi delle sentenze di morte comminate ai
soldati italiani, un lavoro esemplare.
Ora che sei in cima all'Ermada (eh, si scrive anche cos),
prima ancora di consegnarti al panorama, riascolta quella
canzone, trema. La presa di Gorizia cost la vita, tra italiani
e austriaci, a quasi 100 mila ragazzi. Quando entrarono, i soldati
italiani trovarono 3 mila abitanti tra le macerie. 30 mila
erano stati prima della guerra. Ascolta la canzone seduto su
un sasso, fai tue le parole dense di Renato Serra, scrittore e
critico di Cesena spedito al fronte nell'aprile del 1915 e poco
dopo, il 20 luglio, ucciso sul monte che ha ingoiato corpi a
non finire, il Podgora. Prima di partire redige il suo testamento
morale, uno dei testi pi forti del Novecento, l'Esame di
coscienza di un letterato. Lei guerra non mi riguarda, scrive,
 solo un fatto, come tanti altri, enorme, ma non aggiunge n
toglie nulla, tutto torner come prima, amplifica la retorica,
serve a far guadagnare gente come D'Annunzio, ma in fondo
la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime,
non cancella, n fa miracoli o lava i peccati, non cambia i
valori artistici, non cambia nulla nell'universo morale, n il
sacrificio n la morte aggiungono nulla ad una vita, ad un'opera,
ad un'eredit. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che
era. La terra berr il sangue degli uomini ed essi dormiranno
insieme sotto le zolle.
E si chiede, inducendoci ad interrogarci: che cosa diventano
i risultati, le rivendicazioni di territori o di confini, le
indennit e i patti e la liquidazione ultima, sia pur piena e
compiuta, di fronte a ci?. A che pro questa strage? Ho
rinunciato a vendicare le vittime. Andare insieme, scrive
Serra, per i sentieri, come formiche, marciare e fermarsi,
riposare e sorgere, faticare e tacere insieme. Quello stesso affratellarsi
predicato da un altro poeta al fronte, Piero Jahier,
che a chi si immola per la storia d'Italia, per le medaglie e per
le ovazioni, per le aquile e le bandiere, preferisce chi muore
per il popolo illetterato e rassegnato che muore senza sapere
il perch - tutti per uno / mano alla mano / dove si muore,
discendiamo.
Dimmi, caro lettore, ora che vaghi spaesato nel Dosso
delle Trincee, con il sangue sotto le suole e il doppio cartello
che annuncia in maiuscolo il CONFINE DI STATO /
DRZAVNA MEJA a pochi passi da te, che cosa provi? Tutto
il dolore che ti invade lo avresti percepito restando in citt,
indossando i panni del turista? Nel punto in cui ti trovi non ci
sono tabelle a spiegarti, n bar nelle vicinanze in cui prendere
un aperitivo. Resta dove sei, cammina, accovcciati, rilzati,
fai la strada dei morti come la ripercorse Ungaretti tornando
in Carso mezzo secolo dopo.  il 20 maggio 1966, il poeta,
dopo avere solcato i trinceramenti che lo videro soldato, tiene
un discorso nel castello di Gorizia. Inizia fulmineo: il nome
di questa citt non  un nome di vittoria, ma il nome di una
comune sofferenza, il Carso non  pi un inferno,  il verde
della speranza.
Ungaretti non dice io, ma noi: nell'anima ci nacque una
forza molto pi importante della guerra e della morte, il
sentimento che ogni uomo , senza limitazioni n distinzioni,
quando non tradisce se stesso, il fratello di qualsiasi altro
uomo. Le sue parole dedicate a Stelio Crise, bibliotecario
curioso, amico di tanti letterati triestini, vengono di l a poco
pubblicate dal grande Vanni Scheiwiller, che in una nota
confessa di avere un debito con Fulvio Tomizza, il quale
per primo gliene parl facendogli ascoltare una registrazione
radiofonica. E cos tutto torna: la landa pietrosa  stata ricoperta
dalla vegetazione,  tornato il verde, i morti su fronti
avversi riposano insieme, i sopravvissuti trovano la pace dove
vi era la lotta, gli amici dei sopravvissuti divulgano le loro
parole di fratellanza.
Tutto torna se siamo disposti a farlo tornare. Se mentre
camminiamo su questa linea di confine ci mettiamo dalla parte
della fragilit e non della forza, se mettiamo i piedi nelle
tracce di chi ci ha preceduto, se ci fermiamo al tavolino in
legno che vigila sulle fortificazioni del Monte Cocco, tiriamo
fuori dallo zaino il cibo e lo dividiamo con i nostri compagni,
anche fossero solo fantasmi, se facciamo che quella prima
linea si illumini dei nostri sguardi amichevoli e non dei lampi
dei bombardamenti.
Ti chiedo un ultimo sforzo. Vai alla fattoria Coisce, saluta
le vacche che pascolano, scendi lungo il sentiero 3 a che
circumnaviga la Dolina del Principe e da l il 33 che porta
allo Stagno del Pungitopo, meno di 500 metri parallelo alla
ferrovia, ci passi sotto e sei al Mitreo, uno dei templi dedicati
al dio Mitra ricavati in cavit naturale meglio conservati
d'Europa, luogo misterioso che ci rimanda al tempo in cui
questo culto misterico gareggi con il cristianesimo. Non 
un caso che si trovi a 500 metri in linea d'aria dalle risorgive
del Timavo, fiume mitico cantato nell'antichit gi da
Virgilio, re indiscusso dei fiumi sotterranei che attraversano
l'inferno, la cui esplorazione ancora coinvolge appassionati
di speleologia subacquea.
Lo trovi chiuso il Mitreo, a meno che tu non abbia la buona
stella di arrivarci nelle poche ore di apertura settimanale.
Ma c' anche un pertugio ricavato nella recinzione, se osservi
bene. Vuoi entrare? Fai come credi. A me ci che preme 
che tu diriga lo sguardo al sottile lembo di terra che ti divide
dal mare. Alla tua sinistra il castello di Duino, di fronte a te
il Bosco Cernizza, il Villaggio del Pescatore, il promontorio
Bratina, alla tua destra le risorgive del Timavo, la chiesa
di San Giovanni Battista, la cartiera, Monfalcone con i suoi
cantieri. Prossima a te l'autostrada, poco pi in l la strada
statale, dietro di te la ferrovia. Un rumore impressionante.
Fumi in lontananza. Prova a concentrarti.
Qui finisce la (ex) provincia di Trieste. Qui arrivano gli
ultimi tentacoli della grande Aquileia, si rendeva onore al dio
Mitra, i pellegrini cristiani trovavano accoglienza in un ospitale,
passarono le armi di Alarico, Ricimiero, Attila, Odoacre,
si impicc il fisico Ludwig Boltzmann, passeggi Rilke, qui
un tempo il paesaggio era bucolico e immersi nella meraviglia
si poteva sentire il boato delle bocche del Timavo. Cerca di
immaginare i poveri nostri soldati esitanti, alla tua destra. Il
piano di D'Annunzio  il seguente: dovranno lanciare delle
passerelle sopra i rami del fiume, lasciarsi alle spalle la zona
impaludata, prendere la piccola altura di fronte a te, Quota
28 (il promontorio Bratina) e da l, sempre di corsa, dirigersi
verso il castello alla tua sinistra, per issare il tricolore sulle sue
rovine. Lo dicevamo all'inizio del libro, ricordi? Gli italiani
di Trieste, galvanizzati dalla bandiera, sarebbero dovuti insorgere.
Prima ovviamente sarebbero dovuti essere in grado
di vederla, la bandiera.
Minaccia pioggia, i soldati sono esausti. Il maggiore Randaccio,
che guida i "lupi" della Brigata Toscana,  scoraggiato,
l'impresa sembra improba, gli austriaci hanno ampia
visuale, sarebbero dei bersagli facili. D'Annunzio allora si
precipita dal duca D'Aosta e ottiene l'autorizzazione.  mezzanotte,
si va, in fila indiana. Alcuni riescono a raggiungere
Quota 28, per subito iniziano le mitragliate nemiche.
Quaranta soldati si ammutinano, legano le camicie bianche alle
baionette, gridano agli ufficiali di non voler essere mandati al
macello, qualcuno grida che in Austria si sta bene. Randaccio
ordina la ritirata. D'Annunzio li ha seguiti o  rimasto al sicuro?
Il bollettino ufficiale dice di s, ma possiamo dubitare. I
colpi nemici continuano. Randaccio  ferito, D'Annunzio lo
avvolge nel tricolore e lo tiene in un abbraccio. Nel frattempo
ordina di sparare sui soldati italiani fatti prigionieri al di l
del fiume. Randaccio sa che D'Annunzio porta con s una
capsula di veleno, gliela chiede tre volte, e per tre volte il Vate
rifiuta. Nell'orazione funebre che egli stesso pronuncer,
la risposta: Era necessario che soffrisse affinch la sua vita
potesse diventare sublime nell'immortalit della morte. Sei
indignato abbastanza? Aspetta.
Laggi, sulla strada, da qui non puoi vedere, c' uno sperone
di roccia coronato da due lupi. Te ne sei accorto sicuramente
arrivando a Trieste in automobile. No, non  una
scultura che celebra il nostro animo selvatico. Come puoi
intuire  dedicata ai ragazzi che in quel luogo caddero per
soddisfare la megalomania di un poeta. Anche quelle bestie
metalliche hanno avuto una vita travagliata: il primo monumento,
inaugurato nel 1938, viene distrutto durante la Seconda
guerra mondiale. Dai nazisti? Dai titini? Non si sa. Ne
viene inaugurato un altro, nel 1951 (non un giorno a caso: il
3 novembre), che a pi riprese viene preso di mira negli anni
successivi.
Senza pace, anche i lupi. La pace che speriamo abbia raggiunto
Randaccio, sepolto nel Cimitero degli Eroi di Aquileia
assieme a dieci soldati senza nome scelti nei cimiteri militari
e sui campi di battaglia del fronte. L'undicesimo riposa altrove.
A pochi passi da l infatti, nella basilica di Aquileia,
Maria Bergamas di Gradisca d'Isonzo, madre di un ragazzo
disperso, in un giorno di fine ottobre del 1921 scelse la bara
contenente i resti di quello che sarebbe diventato il Milite
Ignoto (espressione coniata da D'Annunzio). La cassa, sul cui
coperchio oltre a una medaglia fu posta l'alabarda di Trieste,
part su un treno che, vagone aperto per potere essere omaggiato,
impieg quasi una settimana per arrivare a Roma.
Avrei potuto non indugiare su tanti particolari. L'ho fatto
per ricordarci che siamo debitori verso il sangue versato
dai nostri avi. Per ricordare che molto probabilmente la gran
parte di noi ha avuto un parente morto tra questi sassi. 
vivo e forte in me il ricordo di una giornata di cammino sul
Monte Hermada di qualche anno fa: un anziano signore del
mio gruppo, italiano ma da decenni trasferitosi in Scandinavia,
dopo giorni in cui era stato per lo pi in silenzio prende
la parola. Qui, dice, hanno combattuto e hanno perso la vita
i miei zii. Quelle morti divennero nella mia famiglia un tab.
Sono finalmente venuto a fare una cosa che desideravo da
lungo tempo. Non disse molto altro, o non lo ricordo. So che
mi fece impressione. Prendere un aereo, mettersi uno zaino
in spalla, camminare per giorni con il vento e la pioggia, avendo
pi di ottant'anni, non per rivendicare, solo per rendere
omaggio, per sanare una ferita.
...
13. Crogiuolo Istria.

 finita? Ti starai giustamente chiedendo. Siamo stati in citt,
siamo stati in Carso, che altro? Invece no, non  finita perch
Trieste non si esaurisce nei suoi minimi confini amministrativi.
Le linee di divisione che vedi sulla mappa sono il
risultato di un'operazione fatta a tavolino, da forestieri, dopo
l'ultima guerra. Ma Trieste  altro. Non solo la citt di carta,
della psicanalisi, del porto, del conflitto, dei caff, delle
regate veliche, dei sassi, dei matti, dei bordelli, dell'ordine
che cela il caos. Per secoli le genti dell'Istria, della Carniola,
del Friuli, della Carnia, del Quarnaro, hanno fatto la spola:
avanti e indietro, verso e da Trieste, qualsiasi lingua parlassero,
in qualunque modo la chiamassero. Lo dice bene Fery
Flkel nell'incipit di Trieste provincia imperiale: dobbiamo
configurare idealmente una zona abbastanza vasta che dal
goriziano e il bisiacco, attraverso il Carso, la riviera triestina,
l'Istria antico-austriaca e l'Istria di costa, Fiume e le isole del
Quarnero giunge alla confluenza fra Croazia e Dalmazia.
Perci, se ti dico che ora dobbiamo andare a sud-est, verso
le foreste magne, non sto cominciando un nuovo libro. Ti
invito a riconsiderare la nozione di citt. Ci troviamo, l'abbiamo
detto, in una soglia. E una porta non si giudica dalle sue
dimensioni o dal materiale che la compone, ma dalla quantit
e dalla qualit di gente che la oltrepassa. Se riuscissimo a
vedere Trieste come un luogo di passaggio, forse oltre a uno
splendido passato avremmo futuro da vendere.
Anni fa, riflettendo sull'essere abitante della soglia, in una
delle sterminate ore trascorse a fantasticare sulle mappe, notai
una macchia verde a pochi chilometri da casa. In Istria c'ero
andato, come tutti i triestini, moltissime volte. Ma questa
macchia, che nella mappa occupava la parte nord dell'Istria,
quel giorno mi parve molto pi estesa, luminescente e rilevante
del solito. Come se la mappa fosse cambiata, da un momento
all'altro. Accadde, credo, perch ero tornato dal cammino di
Santiago, e la mia testa, come disse a Darwin suo padre dopo
essere tornato da un viaggio, era cambiata. La Ciceria. Cosa
diavolo  la Ciceria?
Decisi di andare a esplorarla. Misi un annuncio su internet,
trovai immediatamente una sconosciuta compagna di
viaggio che venne apposta dalla Toscana, e partimmo. Con
delle fotocopie illeggibili che avrebbero dovuto guidarci,
senza viveri, senza sacco a pelo, sicuri che avremmo trovato
qualche locanda. Ci perdemmo. Camminammo per ore senza
incontrare nessuno, non un bar, non un negozio, non un'anima
viva n semiviva. Eravamo a una decina di chilometri in
linea d'aria da Trieste ma non c'era nulla. Fummo trovati da
due istriani, fummo alloggiati in un antico rifugio sul Monte
Zbevnica, al confine tra Slovenia e Croazia, fummo rifocillati.
Il giorno dopo ci perdemmo di nuovo e di nuovo fummo
trovati da quella coppia di istriani, portati a un alloggio e rifocillati.
L'ultimo giorno, in qualche modo, arrivammo al mare,
in un villaggio davanti allo scintillante Quarnaro, Ika, dove
la mia nuova amica, scoprii, aveva la casa dei suoi nonni. L
fin il nostro viaggio rocambolesco, l cominci il mio amore
per la Ciceria. Non ho mai smesso di amarla da quel giorno.
Prima di dirti dei misteriosi Cici, per, ho bisogno di fare
qualche passo indietro. Tu intanto torna in Val Rosandra.
Puoi trovare riparo nel minuscolo villaggio di Draga Sant'Elia,
passare la sera nella locanda con Adriana e i suoi figli, la
notte tra ululati e voci del bosco, giungere all'alba avendo
metabolizzato la fine dei servizi e dell'asfalto. I Balcani sono
ai tuoi piedi, o meglio: tu ai loro. Ti trovi nel centro della
soglia, il punto esatto in cui per secoli popolazioni latine,
slave e germaniche (e con esse molte altre) si sono incontrate,
mescolate, scontrate, annientate a vicenda. Pensa se  un caso
che le guerre e le vendette pi sanguinarie si siano consumate
in questo pezzo d'Europa, che si sia sparato fino agli ultimi
anni del Novecento.
Che cosa sappiamo dei Balcani? In Maschere per un massacro
Paolo Rumiz parla del suo arrivo a Belgrado nel 1986,
prima dunque che la carneficina abbia inizio. Mentre l'aereo
ondeggia sulla pista fa l'inventario di cosa sa di quei luoghi:
alcuni libri, tra cui Danubio di Magris, la frase di un pope
ortodosso sentita da ragazzino (voi non potrete mai capire il
nostro mondo), i racconti elusivi sulle efferatezze tra croati e
serbi riportatigli da suo padre, che era stato con la guarnigione
italiana a Knin nel 1942, infine una storia triestina, quella
di un soldato bosniaco trovato in citt, nel 1916, con la testa
di un bersagliere nella bisaccia. Mettiamo sul piatto un'altra
domanda: dove iniziano i Balcani? A Fiume? O gi in Carso?
O in piazza Unit?
Lo scrittore francese Franois-Ren de Chateaubriand, di
passaggio a Trieste nel 1806, dopo avere constatato l'assenza di
monumenti e avere battezzato come sterili le montagne che
la circondano, scrive: L'Italia esala l'ultimo respiro su questa
costa dove comincia la barbarie.  dunque la fine della civilt?
 il luogo in cui finisce la logica, come recita un proverbio?
 Oriente? Asia selvaggia, terra incognita, covo di barbari e
indolenti, bruti, ignoranti? Il console francese Chaumette, in
viaggio a inizio Ottocento, parla di uomini che fanno colazione
con un bicchiere di slivoviz, prima di pranzo almeno altri
due, poi per placare il bruciore divorano pane con cipolla e
ravanelli seguiti da disgustosi crauti, quindi zuppa di fagioli
e ancora slivoviz. Fegati immortali.
Le leggende sui Balcani hanno riempito l'immaginario
degli europei occidentali, spesso alimentate non da osservazioni
dirette ma di seconda mano, un puro sentito dire.
Cos le voci si spargevano a partire da libri divenuti veri e
propri best seller, come il Viaggio in Dalmazia di Alberto
Fortis: racconta il viaggiatore padovano del Settecento,
appassionato naturalista, che dal cielo piovevano acciughe, o
che le donne avevano dei seni talmente lunghi da farli passare
come sciarpe intorno al collo o da tenerli sotto braccio,
a mo' di baguette. Si spargeva la voce, come quella messa in
circolo dal console tedesco Johann Georg von Hahn, che
esistessero uomini con la coda di capra e con la coda di cavallo,
robusti e grandi camminatori. Sir Austen Layard, archeologo
britannico dell'Ottocento, noto per le sue scoperte
in Mesopotamia, racconta che una sera viene invitato ad un
ricevimento in un monastero decorato con teste turche e
invitato a giocare a un biliardo circondato da teste sanguinanti
appena mozzate. In mezzo a quella scena obbrobriosa
il vladika, ovvero il vescovo, principe e leader spirituale del
suo popolo, ci tiene a fargli sapere che quel biliardo  stato
preso a Trieste, come a voler dire che proviene da un luogo
civilizzato, che loro non sono barbari.
Potremmo saltare al Novecento e ricordare la voce, circolante
in ambienti militari italiani durante la Seconda guerra
mondiale, di alpini tagliati, fatti a pezzi e con gli occhi strappati
dalle orbite, cosa poi testimoniata anche in un libro di
Curzio Malaparte, il crudelissimo Kaputt, dove nel ruolo di
carnefici al posto dei montenegrini figurano altri balcanici:
"Sono ostriche della Dalmazia?" domandai al Poglawnik.
Ante Pavelic sollev il coperchio del paniere mostrando quei
frutti di mare, quella massa viscida e gelatinosa di ostriche,
disse sorridendo, con quel sorriso buono e stanco: " un regalo
dei miei fedeli ustascia: sono venti chili di occhi umani".
Che c'entrano i montenegrini con la Ciceria e l'Istria?
Qua c'entra tutto.
Uno dei pi sensibili e equilibrati testimoni di questa affascinante
quanto tortuosa penisola al confine tra Occidente ed
Oriente  Guido Miglia: polesano, classe 1919, scomparso a
90 anni a Trieste dove giunse da profugo. Pi che da viaggiatore,
si muove nella sua Istria perduta da pellegrino, sempre
nel senso largo che intendeva Dante. Entra in empatia con le
genti, tutte, non solo con i suoi, gli italiani. Non ha paura di
confessare lo spaesamento provato alla sua prima esperienza
di insegnante, durante il fascismo, l'aberrazione, dice, di
impedire ai bambini slavi di esprimersi nella propria lingua,
i suoi rimproveri fatti accarezzandone i visi. Ho pensato a
Miglia, raccontandoti del biliardo tra i teschi, caro lettore,
perch nei suoi Bozzetti istriani dedica un capitolo ai montenegrini
di Peroi, piccolo villaggio a nord di Pola. Vi arrivano
da profughi nel Cinquecento, a sguito dello spopolamento
causato dalle epidemie dell'epoca. Seguili con i carretti,
poverissimi, attirati dal miraggio di un'altra vita, attraversare
lentamente tutti i Balcani. Vengono a fare i pastori, ma impareranno
anche a coltivare la terra, avranno con s il proprio
pope, apprenderanno il dialetto veneto-istriano e il tedesco,
indosseranno i loro costumi tipici, conserveranno i propri
canti e al medesimo tempo si integreranno.
Miglia conosce il dolore dell'esodo, la consapevolezza di
avere perso non solo la sua casa ma un mondo di relazioni e
affetti che non torner pi, eppure le sue parole non sono di
astio, nemmeno contro gli italiani che hanno "optato" per restare
sotto la stella rossa della Jugoslavia di Tito, anzi, sarebbe
una follia abbandonarli. Riconosce l'esistenza secolare di
almeno due Istrie, una veneziana, sulla costa, e una slava nelle
campagne: la prima, che occupa in gran parte il lato occidentale,
 pi dolce, l'altra, sul versante orientale,  pi aspra,
dura, selvaggia. Nella terra che si affaccia al Quarnaro i volti
degli uomini sono pi chiusi, pi severi, forse perch, dice,
la miseria  maggiore, hanno dovuto lottare con la roccia che
affiora ovunque come nelle desolate lande del Carso, dove
gli uomini sembrano fatti di ferro.
 un libro del 1968 eppure le conclusioni sono attualissime:
i turisti si meravigliano sentendo parlare il dialetto
veneto, domandano cosa siamo.  la stessa, identica, perentoria
domanda che fanno ancora a me, ad ogni cammino, i
viandanti che porto in Ciceria. Incontriamo un contadino, o
un'anziana sulla veranda che ci offre del vino, o un cacciatore
in tuta mimetica, scambiamo qualche chiacchiera e appena
ripartiti la domanda ineluttabile : ma sono italiani?. No,
rispondo, sono istriani. Sistematicamente i miei viandanti
non capiscono.
Non possono capire, perch tranne casi rari - parentele,
studi - in Italia di questo maledetto confine si sa poco o nulla.
Maurizio, l'ultimo contadino e allevatore di Popecchio,
villaggio tagliato in due dalla ferrovia che conduce centinaia
di vagoni carichi di automobili ogni giorno da e per Capodistria,
protetto da una torre veneziana che un tempo segnava
il confine tra Austria e Venezia, dicevo, Maurizio che ci accoglie
in casa sua quando passiamo a piedi, e ci offre il suo
vino e la sua grappa, e parla in casa un dialetto sloveno e con
noi un dialetto veneto con cadenza slava, non  istriano lui?
Non lo  Edi, che ci accoglie nella sua casa di Racja Vas, in
una valle gelida a 700 metri sul livello del mare, in cui la neve
pu cadere anche i primi di maggio, trenta chilometri in linea
d'aria da Trieste, meno di venti da Abbazia e dal golfo del
Quarnaro, dicevo, Edi, che parla in casa un dialetto croato e
con noi il solito mis mas, un misto vagamente veneto con cadenza
slava, non  istriano lui? Non era istriano Pier Antonio
Quarantotti Gambini, profugo da Pisino, morto a Venezia,
che avrebbe voluto intitolare la sua autobiografia Un italiano
sbagliato, che in Italia non si sentiva a suo agio, pur essendo
uno scrittore di lingua e cultura italiana?
L'unico censimento messo meno in discussione  quello
del 1910, tempo dell'Austria-Ungheria: sulla base della lingua
d'uso il 42,6% degli istriani si dichiara croato o serbo, il
40,5% italiano, il 14,2% sloveno, il 2,1% tedesco, lo 0,6%
rumeno od altro. Pasolini scrive che dopo Trieste comincia
in effetti qualcosa di "diverso". Io, almeno, in Italia non ho
mai visto niente di simile. In Istria, dice, siamo senza dubbio
in un altrove. Da bambino ha vissuto a Idria, conosce
queste terre,  per lui una diversit che coincide con qualcosa
di famigliare,  quasi un trauma. Se fossi di Pola, o di
Fasana, si chiede, sentirei nostalgia dell'Italia? Sentirei il bisogno
di sentirmi cittadino di una nazione perduta? Forse,
se fossi un uomo semplice, sentirei questa nostalgia e questo
bisogno. Se fossi invece quello che sono - cio un uomo
complicato - penso che troverei stupenda questa Italia non
italiana.
Fare dell'Istria un'isola, come Cipro, come la Sardegna
mi dice Gianfranco Franchi, critico e letterato romano di
sangue istro-giuliano, acutissimo lettore, a cui sono debitore
di preziosi spunti e consigli, e di cui un giorno, spero non
troppo lontano, mi auguro di leggere la storia del suo pellegrinaggio
istriano. Pensarla come un'isola multiculturale
e plurilinguistica, dove non si perdano le memorie antiche,
ma dimenticando le ossessioni e le divisioni delle ideologie.
Pensare oggi l'Istria come un'isola senza fili spinati, superare
le reciproche rivendicazioni. Si pu fare?
Anna Maria Mori e Nelida Milani sono due scrittrici
istriane. Sono nate entrambe a Pola, ma la prima ha battuto
la strada dell'esodo verso l'Italia, la seconda  rimasta. In un
libro intitolato Bora mettono in scena un accorato dialogo.
Esilio contro esilio, di chi  andato, di chi  entrato a far
parte della minoranza italiana in Jugoslavia. Perch parte
anche chi resta, scrive giustamente Milani, e racconta di
quando suo nipote Franco - Franko viene fermato da un poliziotto
mentre corre in bicicletta sul lungomare, alla richiesta
di esibire la carta di identit e rivelare la sua nazionalit, gli
risponde che l'ha lasciata a casa, che non sapeva dove tenerla
cos conciato, in calzoncini corti e con indosso la maglietta
di Topolino, e di essere italo-croato o croato-italiano. To
ne moze biti fa il poliziotto, non pu essere. Come non
pu essere insiste suo nipote, e aggiunge: se mi torturasse
e mi si dividesse in due, saprei bene con quale delle due
met andrebbe il mio cuore; ma so anche che non riuscirei
a sopravvivere all'operazione. Che cosa sarebbe successo,
ci si chiede nelle ultime pagine del libro, se Gavrilo Princip
avesse mancato il bersaglio e non fosse riuscito ad uccidere
Francesco Ferdinando? O se Alcide De Gasperi avesse
ceduto l'Alto Adige e non l'Istria? E se voi, chiede Milani
a Mori, se voi foste rimasti? Se con astuta pazienza foste
rimasti impedendo ad altri, venuti da fuori, di occupare le
vostre case?
L'Istria  stata un crogiuolo di genti, lingue e culture molto
prima di Trieste. Schiacciare la sua storia sulla seconda met
dell'Ottocento e del Novecento significa farle del male. L'Austria
che insedia slavi in chiave anti-italiana, la nascita dell'irredentismo
italiano e di quello slavo, il fascismo che deslavizza,
l'esodo della popolazione slava, tra i 50 e i 100 mila sloveni e
croati emigrati verso la Jugoslavia dalla Venezia Giulia (in alcune
zone i profughi venivano apostrofati dai locali con l'epiteto
di fasist, fascisti!), la disfatta dell'8 settembre, le violenze e le
vendette esercitate dai partigiani di Tito nei confronti dei fascisti
e degli istriani di lingua italiana, come ad esempio la storia
della giovane Norma Cossetto, violentata e infoibata nel 1943.
Ma non possono essere sottaciute le violenze compiute
dagli italiani dal 1941 al 1943 negli immediati dintorni, come
la strage fatta nel villaggio di Podhum, sopra Fiume, giusto
qualche mese dopo la messa in atto del Piano Primavera e
della famigerata "circolare 3C" che voleva infondere uno spirito
aggressivo nelle truppe, non dente per dente, ma testa
per dente: si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti
in buona fede, non verranno mai perseguiti.
E l'occupazione nazista, la divisione in Zona A e Zona
B del TLT, l'entrata definitiva in Jugoslavia, l'opzione vai o
resta, lo spaesamento e l'esodo di pi del 90% della popolazione
di lingua italiana, pi di 250 mila persone, oltre che
dall'Istria da Zara, dalle isole del Quarnaro e da Fiume, la
pessima accoglienza riservata dagli italiani ai profughi, scambiati
per fascisti in fuga, la dura vita nei campi o nei villaggi
costruiti su misura, il silenzio imposto sulla vicenda a livello
nazionale in cambio di alcuni privilegi.
Poi l'ennesima irrisione del nuovo confine negli anni '90,
fino all'epilogo assurdo: il filo spinato che da qualche anno
divide l'Istria slovena da quella croata per respingere, dicono,
l'arrivo dei profughi dai Balcani. Vai a vedere, troverai
reticolati, cancelli e doganieri anche in ex valichi agricoli o
secondari, posti minuscoli come Bric o Rakitovec dove gli
unici a voler passare sono gli animali selvatici. Pi di qualche
volta sono stato respinto, anche pochi giorni fa. Basta, vi
scongiuro. Non  con l'odio che salveremo questa terra.
 vero che per Strabone o per Dante Pola chiudeva i confini
d'Italia, che per Cassiodoro era la Campania di Ravenna, che
Roma la conquist e la fece prospera, e fu il turno di Bisanzio,
e lo splendore crebbe con Venezia, a partire dal doge Pietro
II Orseolo, anno Mille. Ma  anche vero che a partire dal VI
secolo le popolazioni slave si insediarono nelle sue campagne,
e che a partire dal XVI secolo - nel quale Venezia e Asburgo
con la pace di Trento se la spartirono, i primi a ovest, per controllare
i traffici marittimi, i secondi a est, per tenere le vie di
comunicazione verso l'interno - la concomitanza di pi fattori
port allo spopolamento di vaste aree: stagnazione economica,
pandemie, epidemie, terremoti, la "piccola ra glaciale". La
desolazione fu tale che le autorit veneziane incamerarono tutte
le propriet abbandonate ed istituirono i "Provveditori sopra
beni inculti" con il compito di distribuire ogni biennio le terre
abbandonate agli immigrati. Profughi, profughi su profughi.
Pola a fine Cinquecento: su 72 villaggi che la costituiscono
soltanto 12 sono abitati, le zone incolte ammontano a
circa l'82% delle superfici coltivate in passato. Allora Venezia
dichiara la propriet statale, fa arrivare coloni dalla Dalmazia,
dalla Bosnia e dall'Albania.  una massa di migranti
che occupa tutta la penisola: ad essi si sommano i chiamati
direttamente dai proprietari rimasti senza forza-lavoro, i coloni
trasferiti dagli Asburgo, i carnici in cerca di terra fertile,
i pescatori di Grado, e poi l'affollato gruppo di chi scappa
dall'orda turca.
La gran parte di essi arriva da remoti villaggi dei Balcani,
sono poveri, sono montanari, pastori, piccoli contadini, che
ben si adattano alle solitudini dell'Istria interna, lontano dalle
cittadine delle calli e dei campielli dove resiste compatto
l'elemento veneto. Venezia organizza il primo tentativo di
colonizzazione gi alla fine del Trecento, garantendo esenzione
dei carichi tributari per cinque anni in cambio della
residenza e sulla base di essa l'assegnazione dei diritti di
cittadinanza, prima legati al patrimonio. Poco dopo, attirati
anche dall'offerta di terreni a buon mercato, arriveranno
fiorentini, romagnoli, marchigiani, veneziani, sudditi veneti
della Lombardia...
Non so se avesse ragione Bobi Bazlen quando affermava
che Trieste era stata tutto meno che un crogiuolo perch non
si era mai prodotto un "tipo fuso". So per certo che la fusione
in Istria si  prodotta, e la prima responsabile di ci 
stata proprio quella Venezia additata da molti come la unica
grande madre, il leone a difesa dell'italianit. Certo, non si
possono nascondere le marcate differenze socio-economiche
tra citt e campagna, e dunque tra "italiani" e "slavi", e non
va sottovalutato (senza che ci avalli la volont da parte di alcuni
di giustificare), ad esempio negli infoibamenti del 1943,
il desiderio brutale di rivalsa da parte di chi si era sentito
umiliato e offeso.
Ma perch prima dei nazionalismi questi scontri interetnici
non erano esistiti? Ci che ha distrutto quello che Marino
Vocci definiva un piccolo compendio dell'universo,  stata la
logica dell'aut aut contro la logica dell'et et. L'indimenticato
Vocci, uomo dei ponti e del dialogo costi quel che costi,
istriano di Caldania, Kaldanija in croato, profugo che aveva
scelto il Carso di Opcina come osservatorio privilegiato, 
scomparso alla fine del 2017 lasciando un vuoto difficilmente
colmabile. Qui, diceva, in questo mondo di pluralit e dai
confini mobili, l'Europa  casa.
Non si pu parlare di Trieste senza parlare del suo golfo,
delle rocce carsiche che la dominano, delle vie del sale che
l'hanno attraversata, dell'Istria dei pescatori, dei contadini,
dei pastori. Vocci lo sa, lo ripete fino a sgolarsi. Trieste 
ormai una citt del monologo, dice, perch ha smarrito il
rapporto con il mare e con l'entroterra, in bilico tra l'essere
centro dei margini o luogo al margine di altri centri. Una citt
che dovrebbe risorgere prima che nell'economia nella cultura,
ricordandosi di essere doppia, tripla, quadrupla anima.
Ricordo con gratitudine l'ultimo incontro con lui e sua
figlia Martina, venuti in Carso per dedicare al mio gruppo di
viandanti una puntata della loro trasmissione in onda su Tele
Capodistria. Era gi molto malato ma non si sottrasse: seduto
sul muretto della Strada Napoleonica, occhi alle falesie spalle
al mare, improvvis per noi una lectio magistralis che riusc
a spaziare dai viaggi con il suo amico Tomizza alla storia dei
palombari di Contovello, includendo tutti i tasselli di questa
terra-mosaico con la voce vibrante, il pathos che solo pu
avere chi ha lottato una vita intera per un'idea.
Ogni volta che metto piede in Istria penso a Tomizza che si
sentiva italiano a Belgrado, istro-italiano a Zagabria, croato-italiano
a Lubiana, slavo-istriano a Trieste, triestino-italiano
in Istria. O a Enzo Bettiza, lo scrittore dalmatanostalgico di
Spalato che diceva di essersi sentito un esule in casa ancora
prima di farsi esule sulla strada dell'esilio, esilio come febbre
leggera, gassosa, diceva, che sfigura e corrompe la memoria.
O all'irriverente Fabio Cusin, che italiano non si sentiva affatto,
accusato da Saba di fare polemiche troppo tormentate
e tristi sulla storia di Trieste ed al quale rispondeva cos: chi
vive indifeso e vuole il vero ad ogni costo  destinato a buttarsi
in pasto ai cani. Mettere piede in Istria, per uno come me
che vive nel centro di Trieste, a pochi metri dall'ex magazzino
in cui bruci in una bara Diego de Henriquez, significa fare
pochissima strada, ma farla come se si stesse andando a buttarsi
in pasto alle fiere affamate della Storia.
Ben prima di Muggia  gi a Dolina, all'entrata della Val
Rosandra in cui ti trovi adesso, dove gli ulivi toccano il massimo
areale settentrionale, che ha inizio l'est, o l'Est con la
maiuscola, i Balcani, l'Istria, che termina o inizia il Mediterraneo,
che la parola Mitteleuropa trova una sua pregnanza, e
con essa l'espressione Alpe Adria o Venezia Giulia o Litorale
o Primorska o Kstenland. Non ci sono che miseri sassi intorno
a te eppure i nomi per definirli abbondano. Osservo il
tiglio plurisecolare di Crogole, protettore della chiesa della
Santissima Trinit, quasi 400 anni di vita, e percepisco la mia
piccolezza.
Non so se ho il pieno diritto di definirmi triestino. Sebbene
qui sia nato non ho parenti istriani, slavi, boemi, austriaci,
ebrei, greci, levantini, non ho avi che qui abbiano combattuto
o navigato o spietrato pazientemente campi per farne
muretti a secco o per uno stoico tentativo di coltivazione,
non ho globuli rossi, piastrine, geni che mi vincolino alle
cellule vitali di questa pianta miracolosa. Eppure so, per un
moto delle viscere e del cuore, che solo qui pu compiersi
il mio destino. E forse anche tu, mio carissimo lettore, se
ancora mi stai leggendo, e magari hai indossato gli scarponi
e hai accettato il rischio di accompagnarmi, senti che  un
destino che in qualche modo, pur non sapendocelo spiegare,
condividiamo.
...
14. Gli ultimi degli ultimi.

Ti ho fatto attendere molto, ma ne valeva la pena. Ti sto per
parlare di un popolo dimenticato, il popolo dimenticato per
antonomasia, con una lingua inserita dall'Unesco nell'Atlante
delle lingue in pericolo, che abita una delle zone meno antropizzate
d'Europa: sette abitanti per chilometro quadrato.
Senza farti perdere tempo a cercare, te li fornisco io i dati
per fare una rapida comparazione: Monaco supera i 15 mila,
l'Italia poco sopra i duecento, intorno ai venti gli scandinavi,
chiude l'Islanda con tre. Sono fissato con i numeri? Pu darsi,
ma considerato che da queste parti su molti numeri si litiga
ancora (i perseguitati, i deportati, i morti ammazzati), averne
alcuni che si avvicinano alla certezza non pu che rasserenare.
La Ciceria  una zona a cavallo tra Italia, Slovenia e Croazia
che copre circa 750 chilometri quadrati con una densit,
dunque, di poco superiore all'Islanda.  racchiusa tra Trieste,
che ha una densit di 2.400 abitanti per chilometro quadrato,
e Fiume, che raggiunge quasi i 6 mila. In linea d'aria Trieste e
Fiume distano circa sessanta chilometri, poco pi di settanta
di strada asfaltata, due confini, un'ora di automobile, nessun
treno. Se vai a piedi per i sentieri allungherai fino al centinaio,
senza forzare il passo impiegherai circa cinque giorni. In
mezzo al nulla.
Quando il marted dico ai miei viandanti, una volta giunti alla
piazza di San Giacomo, di gustarsi l'ultimo caff perch fino
al sabato non vedranno pi bar, non ci credono. Eppure  cos.
La Ciceria  un'oasi per i cercatori di pace, per chi non sopporta
pi le scorrerie dei turisti sbarcati dalle grandi navi e viene
colto da lancinanti attacchi di panico nei centri commerciali.
Proprio per questo ti avverto: ti ho dato poche indicazioni in
Carso, meno ancora te ne fornir adesso. Se vuoi delle mappe
e i consigli per qualche sentiero cerca i libri di Ettore Tornasi.
Non  mia intenzione fare della Ciceria una meta turistica.
Lo dico con disperata gentilezza: esigo che questa terra non
muti. E a chi mi ribatter accusandomi di volerla inchiodare
alla povert io risponder di s. Voglio che la Ciceria rimanga
povera, senza servizi, senza strade, ferma e immutabile come
 da secoli, senza cartelli che ne illustrino le particolarit
storico-naturalistiche, con scarsi posti in cui dormire. Pretendo
di poter camminare per giorni senza incontrare nessuno,
rischiare di essere aggredito da uno dei lupi del Monte Taiano,
Slavnik in sloveno, che dista una decina di chilometri da dove
ti trovi, o di essere preso alla sprovvista dall'orso del Monte
Maggiore, Ucka in croato, una fantastica bestia che ho avuto
l'onore e l'immeritata fortuna di incrociare in una faggeta da
urlo poco tempo fa.
Chi sono i Cici? Potrei farla semplice: sono dei profughi
valacchi, in larga parte pastori, arrivati in Istria intorno al XV
secolo per sfuggire all'avanzata ottomana, che si sono insediati
in Istria principalmente in due aree: intorno al villaggio
di Seiane ed alle falde del Monte Maggiore (dove prendono il
nome di Ciribiri). La faccenda  tuttavia molto pi complicata,
e la prima ragione va trovata nella mancanza di una storia
e di una letteratura scritta. Pensiamola in questi termini: alle
spalle della iperdocumentata Trieste, citt di carta, carte e
carteggi, vive un popolo - piccolissimo, lo defin Magris in
un vibrante reportage uscito sul "Corriere della Sera" a met
degli anni '90, la minoranza pi esigua d'Europa - che non
ha lasciato tracce di s. Non ho nemmeno cominciato e gi
devo correggermi: non solo alle spalle. Gi Ireneo della Croce,
infatti, nella sua Historia antica e moderna, sacra e profana
della citt di Trieste, apparsa alla fine del Seicento, ci riferisce:
un'altra memoria pi antica, degna d'osservatione non
minore delle gi adotte Antichit Romane, osservo in alcuni
Popoli addimandati comunemente Chichi, habitanti nelle
ville d'Opchiena, Tribiciano e Gropada. Opicina, ricordi?
Le cronache li menzionano spesso anche in citt. Scelgo la
testimonianza del viaggiatore Carlo Yriarte, che abbiamo gi
incontrato: a Trieste il Cicio si diverte, ciarla, beve, canta, la
moglie resta fuori, all'uscio della bettola a custodir la carretta,
curva sotto il fardello. Accantona l'indignazione - a breve ti
racconter ben altro - e ora, tenendo a mente l'elegante Trieste
asburgica dei tuoi depliant turistici, ascolta cosa ci dice lo studioso
rumeno loan Maiorescu, che nella seconda met dell'Ottocento
compie un viaggio di studio in queste terre: ho saputo
che presso i romeni di sotto Monte Maggiore si trovano in educatiune
circa 300 trovatelli o come diciamo noi bambini nati
dai fiori. Da dove vengono questi orfani? Da Trieste. L'Istituto
dei Poveri prende i figli illegittimi dei ricchi borghesi triestini
(forse avuti con le prostitute che saranno care a Joyce) e li affida,
con un compenso fino al loro diciottesimo anno di et, a dei
misconosciuti pastori. Diventati maggiorenni molti rimangono
in quei poveri villaggi senza venire mai a sapere delle proprie
origini. La citt linda che nasconde lo sporco sotto il tappeto.
Dovranno essere dei buoni cristiani se gli si affidano dei
bimbi, no? Ma va, quasi tutti ne parlano malissimo. Per secoli
le cronache li chiamano briganti, grassatori, predoni,
contrabbandieri, zingari girovaghi. Nel 1490 Federico III d'Asburgo
ordina l'espulsione dal Carso triestino dei mandrieri,
rei di devastare le selve e le coltivazioni. L'ordinanza per
non viene rispettata perch i Cici servono, sono manodopera
sottopagata. I miserabili. Yriarte dice che vivono senza educazione,
istruzione, memorie, non pensano al passato n al
futuro, hanno una morale facile, nessuna nozione della propriet,
sono cattolici ma superstiziosi, i maschi sottomettono
le proprie donne, le riducono al rango di animali domestici a
cui gettare un osso da rosicchiare.
Bestie anche per i francesi, che occupano Trieste a cavallo
tra fine Settecento e primi dell'Ottocento - le palle di cannone
conficcate nella facciata della cattedrale di San Giusto ce
lo ricordano. Nel 1810, per decreto del governatore generale
delle Province Illiriche, maresciallo Marmont, decidono di
nettare la strada per Fiume, infestata da rapinatori e assassini
(chi potevano essere se non i nostri?). Si stabilisce che, in
caso di delitti, saranno presi in ostaggio dai comuni limitrofi
un numero di persone doppie del numero delle vittime e che
i colpevoli, dopo essere stati giustiziati, verranno esposti sulla
pubblica via all'entrata del loro paese, e che sar obbligo dei
paesani prendersi cura dei cadaveri per almeno sei mesi. Le
carceri si riempirono a tal punto che molti furono mandati a
lavorare nelle miniere dell'isola d'Elba. Chiss che fine infausta,
dei pastori, su un'isola.
S, perch un detto molto famoso da queste parti  Cicio
no xe per barca, Cicio non  fatto per la barca, espressione
che si utilizza ancora oggi per dire che non si  bravi a fare
qualcosa. Non sai montare una lampadina o non risolvi l'equazione?
Cicio no xe per barca! Peccato che i pi credano
che si parli di un fantomatico Ciccio, come a dire tizio o caio.
Inoltre, l'opinione comune tra i pochi che ne sanno qualcosa
 che fossero solo taglialegna, carbonai, pastori, e andassero
a imbarcarsi controvoglia se pressati dalla fame. Ma in realt
erano dei grandi tuttofare, noi diremmo bubez in dialetto: un
garzone da schiavizzare in qualsiasi mansione.
Sappiamo che erano dediti alle doghe da botti, alla lana,
all'aceto, che venivano impiegati in lavori pubblici in citt,
a Pola ad esempio, che erano portuali nei cantieri di Fiume,
carpentieri del ferro, lavoravano il legno, sfalciavano e coltivavano
i campi, trasportavano carne, pellami, cera, piombo,
trafficavano il sale, stavano nell'industria del marmo, andavano
a vendere i loro prodotti fino a Vienna e avevano dimostrato
doti militari combattendo contro i turchi. Le donne,
oltre ad assistere i mariti e crescere i figli, facevano le domestiche
nelle case dei ricchi a Fiume e Opatija. Erano contrabbandieri?
Anche. Ma gi Kandier pi che "straderie" le considerava
delle bravate, e i Cici dei capri espiatori. Un popolo
abbandonato del tutto, fatto di gente in salute che non ha mai
avuto un medico, scrive, la cui economia andrebbe sostenuta.
Sostenuti? Quasi mai. Come si potevano aiutare degli uomini
considerati alla stregua delle bestie? Trogloditi che gridavano
nelle strade della Trieste imperiale "carbune! carbune!",
che non erano n slavi n italiani, che non bramavano
di elevarsi sul piano dello spirito, che non si capiva nemmeno
cosa fossero? Paradossalmente l'unico periodo in cui furono
tutelati fu il fascismo, che vide in essi dei genuini resistenti
all'espandersi della marea slava. Ebbero un "apostolo":
Andrea, o Andrei, Glavina.
Famiglia di umili contadini, bimbo gracile e pallido,
intelligente, nato nel 1881 a Sunievrfa, ai piedi del Monte
Maggiore, diventa il prescelto: il glottologo dell'universit
di Jari, professor Teodor Burada, lo porta con s in Romania
e lo fa studiare in ottimi collegi. Lo fa perch sa che
l'istrorumeno sta per scomparire. Quando il ragazzo torna
in Istria, agli inizi del Novecento, comincia a fare il maestro
e pubblica un calendario che raccoglie racconti e proverbi
della sua gente. Inizia una battaglia per l'apertura di una
scuola, ma gli austriaci e i croati non hanno alcuna intenzione
di accontentarlo, fino a quando nel 1921, sotto il Regno
d'Italia, ce la fa. La scuola, intitolata all'imperatore Traiano,
viene aperta nel suo paese natale, supera i quattrocento
alunni e incamera il sostegno di personalit eminenti,
come Matteo Bartoli, glottologo istriano di Albona, Labin in
croato, non distante da Susgnevizza, che pochi anni prima
all'universit di Torino aveva avviato alla linguistica nientemeno
che Antonio Gramsci.
Scrive del suo popolo, si batte per raggruppare un manipolo
di villaggi nel Comune di Valdarsa, ci riesce, divenendone
il primo sindaco e ottenendo che lo stemma sia la colonna
traiana, e imperterrito si adopera per la creazione di strade,
linee di autobus, la posta, i negozi, pensa alla bonifica del
bacino del fiume Arsa, Rasa per i croati, un'area di paludi
malariche, e allo sfruttamento di una miniera di carbone sottoutilizzata,
ma nel 1925, a soli 43 anni, la tubercolosi lo porta
via. La scuola chiuder e non potr vedere n la bonifica n
il rilancio della miniera. E forse Glavina non avrebbe immaginato
che sarebbe venuto il duce in persona ad inaugurare il
primo villaggio carbonifero fascista, nel 1937, prima ancora
della famosa Carbonia: Arsia, progettata, come la neocitt
sarda, da un architetto triestino, Gustavo Pulitzer Finali, che
in poco tempo arriver a 10 mila abitanti, grazie all'apporto
proprio di tanti minatori sardi.
N avrebbe potuto immaginare l'immane tragedia del 28
febbraio 1940, la pi grave sciagura mineraria della storia
d'Italia: 185 morti, in gran parte italiani. Un'altra, di dimensioni
inferiori, ancora meno nota, sarebbe accaduta nel 1948,
sotto la Jugoslavia, e a perdere la vita sarebbero stati molti
prigionieri tedeschi costretti a pagare i danni di guerra con il
proprio lavoro (il monumento a loro dedicato sarebbe stato
in sguito rimosso). Non avrebbe potuto immaginare tutto
ci, ma che della sua Istria non si sarebbe ricordato quasi
nessuno forse s.
Hanno ragione Alessandro Marzo Magno e Pietro Spirito,
nei loro articoli dedicati alla tragedia, a dire che abbiamo a che
fare con l'ennesima vicenda dell'Adriatico Orientale caduta
nel dimenticatoio. Chi si ricorda del minatore triestino Arrigo
Grassi, che muore a 28 anni dopo essersi calato in un pozzo
per salvare i suoi compagni? Ricever una medaglia al valore,
come altri coraggiosi minatori, gli istriani Viscovich, Barontini
e Nasni, morti eroicamente per salvare altre vite, finiti nel
tritacarne della Storia, anch'essi. In fondo all'articolo di Marzo
Magno trovo un solo commento che sottolinea la nostra
cattiva memoria, e non  un caso sia di Diego Zandel, scrittore
figlio di genitori fiumani, nato in un campo profughi nelle
Marche, cresciuto al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma.
Tu, caro lettore, conoscevi queste storie istriane? E quella
dei minatori che nel 1921, saputo del pestaggio del sindacalista
triestino Giovanni Pipan, organizzato da squadristi a
Pisino, insorsero al grido di "la miniera  nostra" dando vita
alla Repubblica di Albona? Fu un esperimento comunista
durato un mese, uno dei primi atti di insurrezione antifascista
in Europa, soffocato nel sangue dall'esercito italiano.
Lo so che fremi per andare a vedere con i tuoi occhi. Ma
porta pazienza, in Ciceria le lancette si sono fermate, sono
state smantellate, e l'orologio  scappato. Sappi fin d'ora che
con i tuoi occhi non vedrai nulla di quanto ti ho raccontato,
n verosimilmente le tue orecchie ascolteranno racconti.
Mettiti nell'ordine di idee che ci sarai solo tu. Tieni il sud-est
come direzione, vai verso Podgorje e il monte Slavnik,
passando per Kozina, oppure dirigiti a Ocizla, passa tra le
voragini che ispirarono Slataper, e da l verso la landa carsica
di Petrinje, dove cavalli allo stato semibrado verranno a
salutarti. Poi scegli, puoi andare a Podgorje e da l prendere
il sentiero di cresta diretto verso i monti Calvo e Zbevnica,
o puoi scendere a Podpec, la Popecchio di prima, lungo la
linea che divide il calcare dal flysch, farti stritolare dalla bellezza
delle falesie alla tua sinistra e della chiesa fortificata di
Cristoglie alla tua destra, dove si conserva la danza macabra
di Giovanni da Castua, che firm le sue opere in latino e
glagolitico, tanto per ribadire la doppiezza consueta. Puoi
cercare Maurizio e suo fratello, bere della grappa con loro e
finire la giornata a Zazid, farti accogliere da Dusan e Tina,
una coppia di sognatori che hanno costruito un ostello per
viandanti in mezzo al nulla.
Da l puoi salire al Monte Golich, il Calvo, cima spettacolare
dei Monti della Vena spazzati da una bora inclemente. Di
fronte a te lo Zbevnica, ma a piedi non puoi andarci. Il confine
tra Slovenia e Croazia pu essere attraversato solo alla
dogana, e ne hai due, sono sull'asfalto e a diversi chilometri.
C' il filo spinato, centinaia di metri di reticolato, un cancello
che sbarra la strada. Dicono sia per i migranti clandestini, ma
non  vero. Se cos fosse dovrebbe essere continuo, invece lo
trovi in prossimit delle strade,  un colabrodo, una messa in
scena per spaventarti. Tu scegli: farti semiclandestino a tua
volta, rischiare una sanzione e una giornata alla centrale di
polizia, oppure andare alla dogana di Jelovice o Rakitovec (in
italiano suona dolcissimo: Acquaviva dei Vena), allungando
di ore il tuo cammino. Cosa avrebbe pensato il maestro Glavina?
E i minatori in rivolta? E i Cici di un tempo, pastori
senza patria, secondo te avrebbero portato le pecore al controllo
passaporti?
Indugiamo. Siamo sul crinale, cima del Golich, poco pi di
800 metri sul livello del mare, ma hai la sensazione di essere
in una alta prateria alpina. Il panorama  indescrivibile. Puoi
finalmente dominare la frontiera. A circa venti chilometri in
linea d'aria, a nord-ovest, Trieste. Monte Grisa, Miramare, la
grande canna fumaria della centrale termoelettrica di Monfalcone,
con il bel tempo puoi vedere Grado e i grattacieli di
Lignano, dall'altra parte del golfo. Alla stessa distanza, pi a
ovest che a nord, Capodistria e le gru del porto. Un gheppio
sopra la tua testa fa lo spirito santo, le ali sbattono cos rapidamente
da permettergli di rimanere immobile, sta per sferrare
un attacco. Se potessi volare anche tu e andassi a sud,
incontreresti Pinguente, il lago di Butoniga, i monti di Pisino,
il monastero di San Pietro in Selve, il villaggio abbandonato di
Duecastelli, Pola, e a poco pi di settanta chilometri Premantura,
la punta che perfora l'Adriatico con dolcezza. A sud-est la
dorsale dei Monti della Vena continua fino a uno sbarramento.
 l'Ucka, 1400 metri massicci di muraglia, il padrone
dell'Istria, ciclope a picco sul mare, sembra vicinissimo ma
sono venticinque chilometri a volo d'aquila reale, e poco pi
in l, alla sua destra, il profilo dei Monti Caldiera e la sorpresa
dei monti dell'isola di Cherso. L'Est, il richiamo del levante,
foreste a perdita di sensi tra est e nord-est, faggi e abeti che si
oppongono alla signora bora, il Monte Nevoso a nemmeno
quaranta chilometri, spirito di ghiaccio, re della selva con una
delle pi alte concentrazioni di orsi in Europa. Sei nel cuore
della meraviglia, se ora fosse maggio le fioriture ti annienterebbero:
narcisi, asfodeli bianchi, peonie selvatiche. Di colpo
dei confini non ti importa pi nulla, qui non giunge l'odore
acre del sangue rappreso, l'odio non attecchisce, Trieste vista
da questa prospettiva non  che una periferia, un elemento
accessorio del quadro. Il centro  il selvatico.
Se fosse un tardo autunno antico, e se resistessi alle raffiche
di vento sopra i 100 km/h, potresti forse vedere le greggi
procedere con flemma verso il mare. I pastori si sa, sono restii
a parlare, ma abbiamo una rara testimonianza di un istrorumeno,
inizio degli anni '90. Ogni anno, racconta, si partiva il
18 novembre da Slum, Mont'Aquila in italiano, un minuscolo
villaggio poco distante da te. Si passava per Slope, per San
Quirico, e dopo una cinquantina di chilometri si giungeva a
Momiano per svernare, stesso itinerario al ritorno, con arrivo
il 1 maggio. Nessun proprietario di terreni, dice, si lamentava.
Tutti si rispettavano. Si viveva principalmente di baratto.
Secondo il censimento del 1910 a Slum c'erano 500 abitanti,
3mila pecore, pi mucche ed asini di razza padovana.
Ora immagina, a inizio Novecento, un notabile triestino
in doppiopetto, il professor Ugo Vram, aggirarsi tra queste
contrade di pecore transumanti in missione per conto della
Societ Adriatica di Scienze Naturali con un compito lombrosiano:
fotografare ed analizzare le teste dei Cici. Sono in
gran numero brachicefali-cameprosopi, ci dice, la forma della
loro testa  prevalentemente sfenoidale o platicefalica e la
faccia  prevalentemente ovoidale. La statura media  di 1677
mm pei maschi e di 1566 mm per le femmine. Il colorito della
pelle  quello cos detto di avorio vecchio, molto chiaro nelle
parti coperte. I capelli sono di color castagno nella maggior
parte dei casi, poche volte si trovano dei biondi, pochissime
dei neri. Il colore prevalente dell'iride  il castagno. Fenomeni
da baraccone. Mostri da circo.
Continua, per il monte, per la dogana,  una tua decisione.
Vai a Brest, passa la fontana asburgica riformata del
fascio, il campo da bocce senza giocatori, un po' di asfalto
poi a destra il sentiero per Terstenik, potresti vedere un
biancone, un grande uccello che caccia serpenti e lepri nelle
lande, arrivato al villaggio parla con gli spettri sotto il vecchio
tiglio che fa la guardia al monumento ai partigiani e al
cimitero, tira dritto verso Raspor, dove negli anni di scontri
duri tra Asburgo e Venezia viveva il capitano nel castello,
osserva gli orti curati dall'unico abitante, rendi omaggio al
monumento alle staffette partigiane, passato il cimitero nota
alla tua sinistra un cancello assaltato dai rovi, sappi che l si
cela la grotta pi profonda dell'Istria, negli anni del fascismo
la pi profonda del mondo, l'abisso Bertarelli, prendi
atto che oggi  una discarica. E il rettilineo finale ti porti a
Raccia Vas, alla sua deliziosa fontana pubblica, a Edi che
ti offrir una grappa ancora prima che tu possa sederti davanti
al fuoco, mangia e bevi molto, non sottrarti, saluta i
paesani, ascoltali, non giudicare dalle apparenze, se entrerai
nelle case vedrai fotografie della Ciceria di inizio Novecento,
tamburice appese ai muri in mezzo a foto del Canada,
degli Stati Uniti, dell'Australia, ricordi di emigranti che non
sono pi tornati.
Alzati all'alba e parti, alla fine del villaggio svolta a sinistra
su una strada bianca, l'ha fatta il duce, termina sulla
costa, a Veprinac, o Apriano, tu sali lentamente, c' un piccolo
memoriale, nessuna spiegazione ovviamente,  per un
prete ucciso dai comunisti, Miroslav Bulesich, fatto beato nel
2013 nell'anfiteatro romano di Pola. Sali ancora e a un certo
punto entra nella faggeta che indica il rifugio Korita. Sei in
un parco, ma non sei protetto. Cerca nelle pozze fangose
le impronte dell'orso, dei cervi, dei caprioli, dei lupi, delle
volpi, dei tassi, sntiti piccolo. Abbverati alla fontana che
sgorga dal monte Brajkov, sdriati sull'erba: il grande Ucka
 di fronte a te.
Quattro ore di saliscendi ancora in faggeta, doline alla tua
destra e alla tua sinistra, se fosse maggio ti farebbero compagnia
le orchidee. Non puoi vederla, ma sulla tua destra c' una
gola spettacolare, la Vela Draga, Valle delle Meraviglie, forse
il risultato del crollo della volta di un gigantesco cavernone,
con torri, candele, pareti alte fino a 100 metri, arrampicate
per primo da quell'Emilio Comici che abbiamo incontrato
in Val Rosandra. Pensalo appeso sul precipizio, poi pensa ai
combattenti del movimento partigiano nascosti nella selva, ai
nazisti che danno fuoco ai pochi villaggi, ai ragazzi fucilati di
Brgdac, alle pecore spaventate, abbi paura,  giusto.
La fatica sar ricompensata al passo Poklon, detto anche
dell'inginocchiatoio, perch i pellegrini arrivati fin qui vedevano
il santuario della Madonna di Tersatto, addossato sopra
Fiume. Oggi  stato risucchiato dai grattacieli, non lo puoi vedere,
immginalo. Invece il mare del Quarnaro s,  sotto di
te, non hai bisogno di supporlo, il suo blu acceso ti stordisce
dopo giorni di verde. Ora sei un pellegrino a cui le gambe
fanno "giacomo giacomo", come se fossi sul Monte do Gozo e
vedessi per la prima volta le guglie della cattedrale di Santiago.
La tua gioia  meritata. Hai un rifugio e una pensione in cui
riposarti prima di attaccare la cima dell'Ucka. Metti in conto
che domani c' un'alta probabilit che piova, o ci sia nebbia,
che addirittura tu non possa vedere a pi di dieci metri.  un
monte che attira a s le nubi, le fa compattare,  un monte che
avrebbe fatto innamorare Tolkien. Domani andrai in cima, o
forse no, non importa. Se andrai, ricrdati di scendere al villaggio
di Mala Ucka, vagare tra le rovine, osservare gli alberi
che crescono imponenti tra i crolli, sono i resti visibili della
violenza nazista. Un tempo vi abitavano i nostri Cici, da qualche
anno ci sono dei pastori macedoni, fanno il formaggio, lo
puoi comprare. Sono loro i Cici del XXI secolo.
I discendenti dei poveri pastori che hanno risalito i Balcani
sono ormai stati quasi assimilati dalle maggioranze, quella
croata in primis, ma anche dagli sloveni e dagli italiani di
Trieste. La loro lingua e la loro storia stanno per finire ed ancora
non sappiamo con certezza le loro origini. "Enigmatici"
erano per il barone Carlo Czoernig, il funzionario e storiografo
boemo che nell'Ottocento assegn a Gorizia il fortunato
epiteto di Nizza austriaca. Erano avanzi di colonie romane,
legionari mandati da Augusto a difendere i confini orientali
dell'impero dai barbari, come pensavano alcuni studiosi, tra
cui Glavina e Kandier? Derivavano dagli Sciiti, come scrisse
un anonimo dell'Ottocento? Erano rumeni assimilati dagli
slavi gi secoli fa? Andavano distinti gli abitanti del Carso da
quelli della Valdarsa, sotto il monte dove ti trovi ora, come
pensava lo studioso dell'isola di Veglia, triestino adottato,
Giuseppe Vassilich?
Grazie al suo Sull'origine dei Cici. Contributo all' etnografia
dell'Istria, dei primi del Novecento, scovo tra le citazioni un
dettaglio interessante: nelle cronache del Cinquecento si dice
che li turchi fano praticha di levar li mariachi d'Istria, et meterli
apreso Obrovaz, Obrovac in croato, oggi villaggio fantasma,
martoriato dall'ultima guerra degli anni '90, nell'entroterra
di Zara. Scappavano dai turchi, Austria e Venezia li volevano
per ripopolare l'Istria desertificata ma non volevano concedere
loro diritti, i turchi li rivolevano indietro, crescevano i
figli dei plutocrati triestini, tutti li volevano, tutti li
disprezzavano.
Non abbiamo le idee chiare neppure sul perch si chiamino
cos. La parola proviene dal frequente uso di ci e ce nella
loro lingua? Dalla consuetudine di salutarsi chiamandosi
cugino, dalla voce valacca cicia, cos come noi o gli spagnoli
ci salutiamo dicendo zio? Fatto sta che la Ciceria, o Cicceria,
Cicarija, Cicarija, Tschitschen Boden, esiste sulle mappe,
travalica Stati e stati.  un popolo che si  sempre espresso
spontaneamente in pi lingue, forse l'autentico esempio del
crogiolo in cui le singolarit si fondono. Nell'ora e mezza
che ti servir per salire in cima, pensa al destino beffardo di
questa gente. Li dovremmo ringraziare, uno per uno, perch
sono loro ad aver contribuito a conservare la selvaticit di
queste terre, senza costruire, senza stravolgere, privi dell'arroganza
di chi vuole lasciare a tutti costi le tracce del proprio
passaggio.
Se incontrerai qualche abitante del luogo, rammenta che
in lui potrebbe scorrere sangue di pirata uscocco, di spietato
giannizzero, di contrabbandiere di sale, di mansueto pastore,
di triestino figlio dell'amore libero, di contadino sloveno
o croato, di partigiano, di taglialegna, di alleato della bora,
di goffo marinaio, di suonatore di zampogna, di minatore
ribelle o di ballerino di antiche danze pagane. Un suo avo
potrebbe essere stato uno degli zvoncari, terrificanti uomini-pecora
che nella leggenda fecero scappare i turchi. O potrebbe
essere stato giustiziato ed appeso per sei mesi all'ingresso
di un villaggio. Fai che sia il pensiero degli ultimi a spingerti
nel cammino.
...
15. Confini dappertutto.

11 giugno 1838, mattino bellissimo, ma pi tardi videsi
coprire pian piano di nuvoli il vertice del monte, che dileguandosi
e del tutto sparendo ricomparivano pi densi e pi
accavallati di prima, e cos alternando lasciavano dubbiosi di
poter godere da quella sommit la magnifica vista, che offre
dei suoi d'intorni e di tutta l'Istria. Al monte si consum circa
due ore, salendo sino alla maggior sua altezza, quella cio del
punto trigonometrico. Dolevaci di non poter godere della
bella e lontana veduta, mentre ci trovammo avvolti da fitta
nebbia, che si condens e cadde in pioggia dirottissima.
Cos Bartolomeo Biasoletto, dignanese adottato da Trieste (c'
ancora una farmacia che porta il suo nome in citt), descrive
l'ascesa al Monte Maggiore fatta in compagnia del re Federico
Augusto di Sassonia, durante una spedizione botanica
tra l'Istria e la Dalmazia. Anch'essi, come forse sta capitando
a te in questo momento, sperimentano la potente volubilit
di questo colosso. Lo dico sempre ai miei viandanti quando
arriviamo alla sorgente Korita e lui, il colosso, fa la sua apparizione:
una volta su due, massimo due volte su tre saliamo
- se oggi piove a dirotto forse domani avremo il sole.
Predrag Matvejevich, in quel capolavoro intitolato Breviario
mediterraneo, dice che gli abitanti del Mediterraneo parlano
meno di onde che di venti. E tu, nel luogo in cui ti trovi, sei
proprio alle porte di quel mare. Scirocco, maestrale, levante,
ponente, borino, diversi tipi di burrasca e burraschetta,
garbino e garbinada, libeccio, libecciata, burazza, tramontana e
molti altri venti locali soffiano sull'Adriatico. Ma soprattutto,
nel golfo davanti a te, la bora. Se la giornata  tersa e sei
in cima, sul tetto della torre di belvedere (una ricostruzione
dell'antico manufatto austriaco), inizia a strabuzzare gli
occhi, falli uscire dalle orbite, che si facciano cannocchiali,
perch tanta bellezza non ti ricapiter. Guarda laggi a sud-est,
il lunghissimo ponte che collega l'isola di Veglia, Krk in
croato, alla terraferma: l, nel Canale del Maltempo, dove si
diedero battaglia le navi di Cesare e Pompeo, la bora pu
raggiungere i 200 km/h.
Avanza in senso orario: dietro Veglia l'isola solitaria di Pervicchio,
pecore, salvia, un vecchio faro a guardia della Porta
di Segna, poi in senso orario San Gregorio, faraglioni, i resti
di un carcere jugoslavo femminile, ma niente in confronto al
terribile lager dell'isola accanto, Goli Otok, dove Tito fece
torturare i suoi oppositori, e pi dietro Rab, altro campo di
concentramento, stavolta fascista, in cui furono imprigionati
soprattutto sloveni, e poi la lunga Pago, ulivi millenari ad
accoglierci, ma anche le foibe ustascia di Slana, di cui si sa
ancora pochissimo, e sopra ad un tale conglomerato geologico
di meraviglia e terrore la vasta muraglia del Velebit, il selvatico
all'ennesima potenza. In fondo, invisibile, Zara, la Dresda
di Dalmazia, fra tutte la citt pi dimenticata dagli italiani.
Continua, non solo per espandere lo stupore, ma per capire.
Cherso, l'isola pi grande dell'Adriatico, la meno addomesticata,
unita da un ponte mobile a Lussino, quelle che
assieme nell'antichit prendevano il nome di Absirtidi, e poi
Unije e Sansego la sabbiosa, e gi sei tornato alla terraferma,
la canna fumaria della centrale termoelettrica di Fianona
spezza il bucolico istriano, dietro ci sono, anche se non puoi
vedere, Albona, le miniere dell'Arsa, e tenendo la costa puoi
arrivare alla punta sud, Capo Promontore, risalire dall'altro
lato e incontrare l'anfiteatro romano di Pola, Peroj, Rovigno,
il canale di Lerne, Parenzo, Materada che conserva le spoglie
di Tomizza, sei a Punta Salvore, meno di venti chilometri di
mare da Grado, le saline di Sicciole, Capodistria, Muja, infine
eccola: la tua Trieste.
In direzione nord-ovest, nelle giornate limpide, puoi scorgere
la Marmolada. Di sicuro puoi rivedere i vicini monti della
Ciceria che hai attraversato e puntando il nord le tre teste
del monte sacro per gli sloveni, il Triglav, o Tricorno, poco
pi in l la Selva di Tarnova, dove Benco coltivando questo
attivo oblio che  il camminare all'aperto si riconciliava coi
morti, il Monte Nanos che sorveglia la Porta della Bora, e poi
i resti del Vallo Alpino e della Linea Rupnik, avanzi di casermette
e bunker mimetizzati nelle foreste tra Circonio e Pivka,
il solitario Monte Nevoso, l'altipiano del Gorski Kotar, per
chiudere a est con la popolosa citt di Fiume, l'unico vero insediamento
antropico di rilievo in un'area in cui  spesso pi
facile incontrare un orso che un uomo. Se hai visto, sei ancora
a bocca a aperta. Se stai immaginando, spingiti oltre alla tua
immaginazione. Mentre lo fai, alza il capo e attendi l'arrivo
dei grifoni. Non temere: si nutrono solo di carogne. Sono i
nostri spazzini, asportano le potenziali epidemie. I grifoni
sono tra le poche creature, in queste terre, a non litigare sui
morti, a farli diventare pane che manda avanti la vita.
Andiamo verso la conclusione, inizia la parte pi ostica.
Perch  vero che a Trieste potevi respirare l'aria di confine,
e due ne hai varcati, incappando anche nella sciagura del filo
spinato, ma  qui che i tuoi piedi affondano nel Confine
con la maiuscola. L'irredentismo dell'Ottocento, quel furente
movimento di idee e di persone che ci condurr dritti alla Prima
guerra mondiale, nasce non solo per vedere riuniti in uno
stato unitario gli italiani rimasti sotto la bandiera austriaca,
ma anche per stabilire i limiti orientali della patria. Di quanti
italiani parliamo? Circa 700 mila, quasi quanti i soldati che
moriranno per renderli redenti.
 difficile, e non basterebbe di certo un capitolo a dare
conto della variet di posizioni, perch  esorbitante la quantit
di geografi, storici, scrittori, intellettuali, politici o uomini
di azione che hanno elaborato la propria teoria. Prima per
voglio chiederti: hai fatto caso che alcune vie e piazze nella
tua citt non mancano mai? Trieste, Gorizia, Istria, Pola, Fiume,
Isonzo, Sabotino, Carso, oppure Nazario Sauro, Fabio
Filzi, forse Antonio Bergamas (il figlio di quella Maria), sicuramente
Guglielmo Oberdan. Quest'ultimo  il pi celebre,
ma di lui, a meno che tu non sia triestino, non credo sappia
granch.
Triestino classe 1858, Wilhelm Oberdank nasce dalla cuoca
slovena Josepha Maria Oberdank e dal panettiere veneto
Valentino Falcier, non viene riconosciuto dal padre ed assume
il cognome materno. La madre si risposa, stavolta sceglie un
facchino del porto, croato. Vita umile la sua, riesce comunque
a studiare, finch la causa della patria lo fulmina. Italianizza
nome e cognome, si infatua di Garibaldi, entra negli ambienti
irredentisti, diserta a vent'anni perch non vuole combattere
nell'esercito austriaco che sta per occupare la Bosnia, va a
Roma, la morte dell'eroe dei due mondi lo scuote, al corteo
del funerale si presenta con la bandiera di Trieste a lutto,
fa parte del comitato che pianifica l'attentato da realizzare
durante i festeggiamenti per i 500 anni di dedizione della sua
citt all'Austria, ma accade l'irreparabile.
Lo arrestano nei pressi di Monfalcone, a Ronchi (quella
che diverr, con D'Annunzio, Ronchi dei Legionari), gli vengono
trovate addosso delle bombe, confessa di aver voluto
attentare alla vita dell'imperatore Franz Josef, si mobilitano
in tanti per salvarlo, tra i quali Victor Hugo e Giosu Carducci,
nulla da fare, il 20 dicembre 1882 viene impiccato a Trieste
nel cortile della Caserma Grande, che poi i fascisti raderanno
al suolo lasciando solo la cella e l'anticella, spazi che ancora
oggi costituiscono il fulcro del sacrario di piazza Oberdan.
Un ragazzo che getta il suo cadavere tra l'Austria e l'Italia. Si
fa martire. Il martirio diventer mito. Un martire italo-slavo
nel mito dell'italianit.
Gli animi cominciano a infervorarsi vent'anni prima, dopo
l'Unit d'Italia e in particolare dopo un articolo firmato nel
1863 da un linguista goriziano, il padre della glottologia,
Graziadio Isaia Ascoli, che d un nome all'innominabile: Venezia
Giulia, dove ci sar la provincia che tra la Venezia Propria
e le Alpi Giulie e il mare rinserra Gorizia, Trieste e l'Istria,
con Trieste capitale. L'espressione, inventata di sana pianta,
oltre a opporsi a quella austriaca di Litorale, si riallaccia ad
una storia antica, quella della X regio Venetia et Histria creata
dall'imperatore Augusto nel 7 d.C, l'estremo limes orientale
d'Italia. E dove stava l'estremo limes che ci divideva dai
"barbari"? Sul fiume Arsa, che sta sotto di te. Se fossimo
nell'antica Roma, tu ora ti troveresti nel regno dei selvaggi.
Che effetto ti fa?
Non riesco a comprendere la fatica profusa dagli uomini
per fissare un confine. Se camminando penso alla teoria del
"confine naturale", diventata di moda nell'Ottocento, la rabbia
si impossessa letteralmente delle mie gambe. Ti ricordi il
manifestissimo confine di cui parlavamo molti capitoli fa?
Sediamoci, urge un punto della situazione. Intanto  il caso che
tu recuperi una mappa. Forse pi di una, perch mappe unitarie
che comprendano tutto questo territorio sono rare, sovente
antiche e redatte in una sola delle lingue parlate, oppure in pi
lingue, ma con criteri del tutto arbitrari. Ancora oggi Google
Maps nomina in italiano molte localit della Slovenia e della
Croazia, al punto da renderle incomprensibili o ridicole.
Le posizioni sono molte, lo scontro  aspro. Anche nell'mbito
dell'irredentismo troviamo di tutto: democratici di ispirazione
mazziniana e garibaldina, liberali, massoni, nazionalisti,
"irredentisti culturali", chi sta in zone intermedie, chi
passa da una tesi all'altra. Differisce in primis il modo di rapportarsi
alle popolazioni slave, da chi vorrebbe un dialogo e
il mantenimento della loro cultura, delle scuole, delle lingue,
a chi prospetta un'assimilazione lenta e non violenta, fino a
chi auspica la soppressione istantanea. E il confine orientale
d'Italia? C' chi lo pone al Monte Maggiore, chi ai Monti
Caldiera che scivolano a sud nel mare di Fianona, chi ancora
pi a sud alla punta dell'Istria, chi si richiama ad Augusto,
Plinio, Strabone, Tolomeo, Guicciardini e lo pone al fiume
Arsa, chi si appella a Dante che nel canto IX dell'Inferno
scrive S com'a Pola presso del Crnaro, / ch'Italia chiude e
i suoi termini bagna (ma nel Quarnaro dove precisamente?),
chi si spinge a est fino a Fiume, chi continua ai monti Bitoraj
nel Gorski Kotar, chi si allunga fino all'Albania inserendo la
Dalmazia, o chi invece si ritira ad ovest, fermandosi al Timavo,
o a Duino, o a Trieste.
Una partita di Risiko che andr a finire malissimo, in cui
quasi tutti i giocatori convergono su un dato: gli italiani sono
superiori agli slavi, per storia, cultura, arte, letteratura
(figuriamoci ai Cici, quelli non vengono nemmeno presi in
considerazione). Anche le voci pi democratiche non escono
da questa visione. Prendiamo per esempio il socialista Gaetano
Salvemini e il geografo meridionalista Carlo Maranelli:
ne La questione dell'Adriatico, pubblicato nel 1918, prima
sciorinano i dati del censimento austriaco del 1910, secondo
cui in Istria gli slavi sono 223 mila e 147 mila gli italiani,
quindi affermano che si tratta di una regione etnicamente
mista, intorno alla quale  stupido discutere se sia italiana o
slava e dove nessuno pu accampare un diritto di esclusivit
nazionale, subito dopo, per, specificano che  innegabile
che gli italiani nella Venezia Giulia costituiscono l'elemento
sociale pi colto e pi raffinato, prevalgono in quasi tutte le
maggiori citt, sono saldamente padroni di un grande centro
di vita politica come Trieste, hanno una pi lunga tradizione
di storia civile e di governo: presentano, insomma, i requisiti
necessari per assicurare alla regione condizioni di benessere,
di ordine, di incivilimento, superiori a quelle che si potrebbero
sperare dalle moltitudini rurali, costrette dalla sterilit del
suolo, dove abitano, a una vita di stenti e di relativa incivilt.
Anche Angelo Vivante, triestino di origini ebraiche, non
irredentista, socialista internazionalista, autore dell'opera
summa sull'argomento, Irredentismo adriatico, del 1912,
nonostante sgombri il campo dall'equivoco dell'italianit pura,
figlia della lupa di Roma o del leone di Venezia, insediatasi
molti secoli prima degli slavi, e ipotizzando nientemeno che
elementi incubatori dello slavismo nella storia preromana,
tuttavia sostiene che ad incrociarsi siano state due nazioni,
l'una ad economia e quindi a civilt superiore, aggruppata nelle
citt, l'altra attaccata alla zolla, dispersa nelle campagne.
Anche Vivante insomma, che vive con incontenibile angoscia
i prodromi della Grande Guerra, al punto di togliersi la vita
saltando da una finestra nel 1915, reputa la civilt italiana
superiore a quella slava, adducendo la solita ragione della
citt contro la campagna.
Molto, terribilmente peggio fanno i nazionalisti, gente del
calibro di Ruggero Timeus, che definisce gli slavi bifolchi
ignoranti, analfabeti, devoti ai padroni, primitivi, o di Benito
Mussolini, che nel 1920 alza la voce: di fronte ad una razza
inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica
che d lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini
dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche:
io credo che si possano sacrificare 500000 slavi barbari a
50000 italiani. Anche Francesco Giunta, organizzatore del
fascio triestino, non si allontana dal trito campo semantico:
porcari.
Quante dichiarazioni di odio dobbiamo continuare a rinfacciarci
gli uni agli altri? Potrei dirti di prendere un binocolo,
puntarlo verso quel nord-est da cui nasce la bora, spronarti a
sondare con puntiglio la cima del Sneznik, il Monte Nevoso,
e ad immaginare, dove ora c' un rifugio con la bandiera
slovena, il gagliardetto del fascio piantato il 14 settembre
del 1921 da duecento squadristi triestini per commemorare
il centenario di Dante e sciogliere una promessa fatta al loro
futuro duce. Potrei dirti di spingerti pi in l, nella selva
profonda di Kocevje, dove si conservano alcuni tra gli ultimi
lembi di foresta vergine in Europa - anche quella  stata Italia,
dal 1941 al 1943 -, e chiederti di cercare, in mezzo alle
faggete, le poche croci che ricordano il massacro di 15/20
mila tra sloveni, serbi, croati, montenegrini (domobranci,
cetnici, ustacia) per mano di Tito a guerra finita, nell'estate
del 1945. Il paradosso sai qual ? Che se oggi quelle foreste
sono lussureggianti  anche grazie a quei massacri, all'imposizione
del segreto di Stato durato fino al dissolvimento della
Jugoslavia: solo nel 1991 ha cessato di essere zona off-limits.
La floridezza germina da altre seicento fosse comuni sparse
per la Slovenia, fosse che sono state ricoperte con cura,
scegliendo gli alberi che crescono pi in fretta, morti che si sono
fatti concime per la mimetizzazione.
Potremmo ricordare assieme la storia del "secondo processo
di Trieste": 1941, sessanta sloveni denunciati per diffusione
di stampa clandestina, sabotaggi militari, irredentismo
anti-italiano, detenzione abusiva di armi, il pubblico ministero
li definisce rettili umani striscianti nell'ombra e nel fango
che hanno rifiutato di dare obbedienza all'unica nazione
capace di portare civilt, cinque vengono fucilati al poligono
di Opicina, chi la scampa sar accusato di disobbedienza
e insultato pochi anni dopo, stavolta nei tribunali di Tito.
Beffa riservata anche agli operai dei cantieri di Monfalcone,
di stretto credo stalinista, emigrati nella Fiume del secondo
dopoguerra per vivere nel socialismo e poi, rotto il patto Tito-Stalin,
rinchiusi nel lager dell'Isola Calva, Goli Otok.
O le storie di quelli a cui il nuovo confine tranci la casa in
due, di chi per andare alla stalla o al campo od al camposanto
doveva passare i controlli dei doganieri, o potrei raccontarti
delle (poche) situazioni spiacevoli in cui mi sono ritrovato
in questi anni, quando sono stato insultato pesantemente in
quanto italiano e ho rischiato di prenderle da dei brutti ceffi
a Laurana, Lovran in croato, villaggio sulla costa liburnica
ai piedi del Monte Maggiore, o quando alla fontana pubblica
di Petrinje, quattro aggraziate case in croce nella Ciceria
slovena, un ciclista triestino di passaggio lod il paesaggio
e il cibo locale, salvo poi salutare con una battuta: Certo,
sempre SDM i resta, un acronimo che sta per "s'ciavi de
merda", sempre schiavi restano. Non so ancora come riuscii
a spiegarlo ai miei viandanti.
E che dire dell'Almanacco 1950 dei giuliani e dei dalmati,
trovato in una bancarella per due soldi? Un'illustrazione a
pagina doppia ricostruisce il quadro storico dei contributi
alla civilt della Venezia Giulia da parte delle genti italiche,
germaniche e slave: l'albero italiano e quello germanico
hanno sui rami la democrazia, il diritto, le citt, l'industria,
la scienza e la tecnica, l'arte; l'albero slavo ha la pastorizia, i
lavori manuali, i villaggi, il banditismo, la pirateria. O i libri
messi in commercio dagli enti turistici delle isole del Quarnero,
pieni di passi discutibili, come questo dedicato a Cherso
e Lussino: nel IV secolo a.C. le isole furono abitate dalla
trib illirica dei Liburni; nel II secolo a.C. erano presenti i
Romani. Al VII secolo d.C. circa risale la venuta dei Croati,
che si insediarono nelle vicinanze di Ossero, dove c'erano
campi e pascoli erbosi. Nei secoli successivi i nuovi arrivati
si spinsero fino alla costa ed iniziarono ad occuparsi di pesca
e di marineria. Col trascorrere dei secoli segu l'avvicendarsi
delle dominazioni, e ogni cambiamento lasci le sue tracce
nelle isole, che tuttavia, per l'isolamento e la lontananza dalla
terraferma, non sub grossi mutamenti. E Bisanzio? E Venezia?
E gli altri? Cancellare. Siamo bravissimi da queste parti a
far sparire i corpi e le memorie, a cambiare i nomi, a spostare
i confini, a inventarceli se necessario.
Per, ostia! Non possiamo salutarci cos. Non con l'odio.
Voglio pensare alla regina d'Italia Elena del Montenegro che
nel 1924, giungendo a Opicina, salutata in sloveno da un paesano
anziano, l'ottantenne Ivan Maria Vremec, gli risponde
in serbo-croato, facendo impallidire i fascisti. Oppure a Niccol
Tommaseo quando scrive, nel lontano 1849, nel pieno
dei moti risorgimentali: non alla pacificazione soltanto dei
Magiari con gli Slavi e degli Slavi con gli Italiani (da me desiderata
e vaticinata,  gran tempo) mirano i miei pensieri; ma
abbracciano in una idea quanti popoli possono mai - sar
il principio della fratellanza dei popoli, dice, ad abbattere
le pareti che dividono le coscienze umane. Al poeta Marko
Kravos, triestino sloveno, nato in Irpinia dove la sua famiglia
era stata confinata dai fascisti, che traduce Il Mio Carso nella
sua lingua madre, si emoziona, riconosce in Slataper,
nonostante chiami la sua gente con epiteti ingiuriosi come cane,
s'ciavo, mongolo, barbaro, la contraddizione umana di chi
tende la mano al suo vicino esortandolo a reagire ai soprusi
dei pappamolla delle pianure.
A Pietro Bonomo, lungimirante vescovo e umanista triestino
del Quattrocento che si apre al mondo, molti secoli prima
che la citt diventi grande grazie al porto franco la pensa gi
come emporio internazionale, si esprime in pi lingue, prende
sotto la sua ala Primoz Trubar, colui il quale diventer il
padre della riforma slovena. Voglio pensare a quel grande
maieuta, rivoluzionario, uomo di pace che fu Danilo Dolci,
incarnazione massima della nonviolenza, il Gandhi italiano
che tutti associamo alle lotte siciliane, e vorrei dirti che nacque
in Carso, a Sezana come Kosovel, da madre slovena e
padre siculo, voglio pensare che il suo amore per gli ultimi,
per i diseredati e gli sfruttati abbia a che fare con il suo sangue
impuro del confine, voglio tenere bene a mente i suoi versi:
Vince chi resiste alla nausea / alla voglia di vendicarsi.
Voglio pensare a Saba che pubblica nel 1949 sul "Corriere
della Sera" un articolo in cui si candida provocatoriamente a
fare il governatore del Territorio Libero di Trieste, salvo poco
dopo scrivere in una lettera all'amico Quarantotti Gambini:
a Trieste io non posso vivere. Ti prego anzi di non parlarmi
di questa maledetta questione adriatica. A Svevo quando
scrive, durante il conflitto, che la guerra  una cosa turpe,
e la sua turpitudine non  diminuita n dall'eroismo n dal
patriottismo, e che  peggio della lotta per la vita in natura,
perch se un animale lotta per un pascolo non comincia col
distruggerlo, invece la guerra che si fa per le cose, nel suo
corso distrugge le cose stesse che vorrebbe conquistare.
Ai fratelli Stuparich che tra un assalto e l'altro si stendono
sull'erba e leggono Leopardi. Al compianto Alfredo Lacosegliaz,
incontenibile musicista triestino di sangue balcanico
che i Balcani li porta in Italia molto prima di Bregovic e accoliti,
nonno caduto sul fronte in Galizia, acerrimo nemico di
quella che definiva l'insostenibile arte della guerra, capace
di tramutare in sinfonia le immagini debordanti di Cergoly,
che firmava le e-mail che mi spediva con un fraterno e telegrafico
tutto el mejo.
Alle donne slovene che riescono, durante l'amore, a farsi
rivelare i segreti militari dagli ufficiali dell'esercito di occupazione
italiana. E a Nerina De Walderstein, partigiana triestina
arrestata nel 1944 dagli sgherri della Banda Collotti, ovvero
il nucleo di membri pi spietati dell'Ispettorato Speciale di
Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia: la conducono nella
famigerata "Villa Triste" di via Bellosguardo, la torturano per
otto giorni, la portano alla prigione dei Gesuiti, due mesi di
botte, poi altri due mesi nelle celle del Coroneo, un tedesco
le dice che non far pum, morir di morte lenta, messa in
treno e deportata, si fa Auschwitz, Birkenau, dove difende
due bambine del Goriziano, il calcio del moschetto in testa,
sviene, poi Flossenbrg, Plauen, operazione alla testa, torna
a Trieste nel 1946, va a casa e la prima cosa che fa  scolarsi
mezza bottiglia di vino, lei che non beveva, qualche tempo
dopo esce per fare una passeggiata, per prendere aria, c'
un corteo, viene fermata dagli uomini della polizia civile del
Governo Militare Alleato, tra di essi c' un ex sgherro della
Banda Collotti, la arrestano, la mettono in cella un mese senza
avvisare la famiglia, eppure resiste, chi la abbatte Nerina,
tiene botta, inizia a portare in giro la sua storia, va nelle scuole,
a testimoniare fino alla fine.
A Julius Kugy, cantore cosmopolita delle Alpi Giulie,
patriarca degli scrittori di montagna, vero uomo mitteleuropeo,
che pur non essendo mai stato amico della divisa parte volontario
nelle file dell'esercito austro-ungarico nel 1915, a 57
anni, per insegnare ai ragazzi a salvarsi dalle valanghe prima
che dai proiettili. La pace, dice, alla fine benedir ogni valle
e la vecchia tregua di Dio si riposer piena di grazia sopra le
montagne. Lo voglio pensare nell'attimo in cui intuisce l'esistenza
della Via Eterna, la cengia che gira attorno al gruppo
dello Jof Fuart senza mai salire in cima, un corridoio sospeso
sul vuoto lungo poco pi di cinque chilometri da percorrere
in senso antiorario, come se fosse un viaggio a ritroso nel
tempo. A realizzarlo per la prima volta fu Emilio Comici, l'estroverso
e slanciato scalatore triestino che guardandosi allo
specchio si definiva un vero capolavoro della natura, ma a
provarci prima di lui senza riuscirvi era stato un altro triestino,
molto pi schivo e riservato, l'allievo prediletto di Kugy:
Vladimir Dougan, Vladimiro, Miro, fortissimo alpinista di
famiglia slovena, uno che non marca le vie con i chiodi e supera
gli strapiombi con lo stile dei pionieri, piramide umana
o lancio di arpioni, che Kugy sceglie come istruttore dei suoi
uomini in guerra, che partecipa alla prima spedizione alpinistica
giuliana extraeuropea, nel Caucaso: raggiunge la vetta
del Monte Elbrus da solo, nella bufera. Morir in povert.
Dougan l'invisibile.
A Slataper, Marin, Stuparich, Prezzolini e altri compagni
di cammino che si prdono sull'Appennino pistoiese nel febbraio
del 1912, non trovano il lago Scaffaiolo, non trovano
il rifugio, dormono in un capanno coprendosi alla meglio, si
danno il turno al fuoco, bufera, freddo cane, allora Scipio
esce a cercare legna, non torna, lo chiamano, non torna,
finch la porta si spalanca ed  lui, entra trasfigurato dalla fatica
trascinando un tronco di castagno, si avvolge nella mantella
e si addormenta. A Sir Richard Burton che a Trieste si sveglia
alle tre del mattino, studia e scrive, tira di scherma, fa su e
gi i centoventi scalini che portano al suo appartamento e
parte per vagabondaggi in Carso, scandaglia ogni anfratto,
una volta trascorre cinque giorni tra i Cici dormendo all'addiaccio,
esploratore fino all'ultimo. A Bobi Bazlen, l'uomo
che ha letto tutti i libri, che abbandona la sua scrivania, infila
le pedule e va a cercare in Ciociaria il suo Carso, cerca le
bettole in campagna e passa le giornate sotto gli alberi con
un bicchiere di vino in mano.
Al tragicomico gruppo di terroristi animati da Giorgio
Altarass in un romanzo che  una piccola chicca dimenticata,
Brigata Repentabor. progettano la Nemesi, una specie
di cannocchiale tascabile che produce il raggio della morte,
sequestrano un onorevole, si arroccano a Monrupino,
Repentabor in sloveno, e minacciano di incenerire la citt se
non verranno esaudite le loro richieste: Trieste e la Venezia
Giulia devono essere trasformate in una regione neutrale,
le industrie smantellate, ripristinate e potenziate le colture
agricole, conversione totale all'energia solare ed eolica,
divieto assoluto della circolazione dei veicoli a motore, le
uniche industrie ammesse saranno quelle del turismo e dello
spettacolo. Idea folle e visionaria che mi fa pensare agli
Ammutinati, gruppo di giovani poeti scapestrati che tra la
fine degli anni '90 e i primi del 2000 si trovano ogni marted
nelle osterie della citt e del Carso, leggono versi ad
alta voce, fanno performance nelle piazze, dormono sulle
panchine, e alla pacata Cristina Benussi, docente di letteratura
all'Universit di Trieste, che non ha remore a firmare
la prefazione alla loro prima antologia o a seguirli nelle loro
serate bohmien.
Ai personaggi surreali e esilaranti che popolano le Maldobre
e tutte le storie di terra e di mare delle vecchie province
dell'Impero austro-ungarico raccontate da Lino Carpinteri
e Mariano Faraguna, a partire da Bortolo, marinaio in pensione
che prende le parti della bora, dice che qua c' sempre
stata e ci sar, perch se non ci fosse da Venezia al Quarnero
ci sarebbe un clima sub-tropicale, datteri, palme e vacanzieri
inglesi ovunque, e non i paesaggi lunari delle nostre isole. O il
comandante Petrnich, che durante un fortunale di bora dice
all'Abate Mitrato di Cracovia, salito a bordo dopo aver perso
la coincidenza con l'Orient-Express, di non preoccuparsi
per le bestemmie della sua ciurma, che finch si bestemmia
non c' nessun pericolo. Perculo  quando che i marineri
scomnziano a pregare!.
A Ugo Pierri che candida il suo cane Otto al Consiglio
comunale distribuendo santini elettorali in tutta Trieste. Ai
prodigiosi "matti", pre e post Basaglia: l'Omo Vespa che
punzecchia le natiche sostenendo di essere in missione per
conto di Dio, il tizio che si presenta a tutti i funerali vestito
a lutto e con un mazzo di fiori e tutti lo abbracciano come
fosse un parente, Sabata, nome preso da un film western,
che incontravo da ragazzo nei dintorni della casa natale di
Svevo, in viale XX Settembre, con uno stereo sulla spalla e
la musica dei Led Zeppelin a palla, e nessuno tra di noi che
si permettesse di mancare di rispetto a lui e agli altri che si
erano guadagnati la libert dopo decenni in manicomio. Ce
ne prendevamo cura, forse perch era un modo per prenderci
cura della nostra latente follia.
Mi porto come un macigno il ricordo di un uomo conosciuto
nel padiglione dell'ex manicomio. Per evitare che
desse fuoco alla casa, il mio compito prima di dormire era
togliergli l'accendino, costringendolo di fatto ad accendersi
le sigarette una dietro l'altra. Era una prescrizione assurda,
me ne rendevo conto, perch nulla gli avrebbe impedito di
provocare un incendio, ma dovevo requisire quell'accendino.
Una notte di vento, una di quelle in cui le fondamenta e le
coscienze tremano, mi chiese perch gli facessi del male. Io,
del male a te? Ti chiedo solo l'accendino. Non ho mai fatto
del male nemmeno a una mosca io, dissi stizzito. La sua risposta,
dopo essersi fatta attendere, fu lapidaria: Io non solo
non ho mai fatto del male a una mosca, io le mosche, quando
rimangono intrappolate nei doppi vetri delle finestre, le libero.
Ho fallito? S. Ne faccio tesoro. Cerco di tradurlo in una
regola basica ogni volta che incontro alla stazione di Trieste
un gruppo di sconosciuti con gli zaini: il nostro cammino in
queste terre avr solo una legge, quella dell'ultimo. Nessuno
verr lasciato indietro. Se riusciamo a farlo, forse sar pi
semplice fare la pausa pranzo sul prato che ricopre una fossa
comune.
...
16. La resa il futuro.

Caro lettore,  il tempo del saluto. Ti chiedo un ultimo sforzo:
torna al Molo Audace, dove ci siamo incontrati, ma stavolta
vorrei tu avessi davvero lo zaino e gli scarponi. Vorrei fosse
un giorno di bora tonante, bora scura che solleva il mare e
te lo rovescia addosso. Ci sei solo tu aggrappato alla rosa dei
venti, nessun turista, anche i gabbiani reali si sono ritirati.
Guarda il costone carsico, il santuario di Monte Grisa che
ondeggia, potrebbe precipitare da un momento all'altro. La
bora coprirebbe anche il suo tonfo, perch l'hai capito,  una
massa di arie dominanti che non ha fedeli e non fa prigionieri,
non serve nessuno.
Ora guarda piazza Unit mezza sommersa, le sirene suonano,
gli unici a passare sono i mezzi di soccorso. Vacci, a passi
di piombo, ad occhi semichiusi. Prtati al centro della piazza,
gira su te stesso, fissa i palazzi, le serrande del caff abbassate, i
cornicioni che ti volano accanto, l'acqua della fontana che si erge
come un maremoto. Il centro informazioni  chiuso, chiusi i
bar, chiuso l'hotel, il Municipio, tutto sigillato nell'attesa che la
burrasca cessi. Resta ancorato al suolo con i tuoi scarponi,
metti lo zaino a terra,  la tua ncora. Questa  Trieste. Prendila.
A destra del municipio c' una viuzza che entra in Cavana,
l'antica zona dei bordelli, degli ubriaconi, delle risse tra marinai
e militari, l'antica via della pubblica insicurezza, scrisse
Joyce, la vita ostruita dalla folla, scrisse Svevo, via oscura,
scrisse Saba, con bar pieni di donne dai seni pesanti, scrisse
Miroslav Kosuta, poeta sloveno del villaggio di Santa Croce,
dove sei passato. Ora dimentica i poeti e gli scrittori, tieni
l'oscurit, la calca, l'insicurezza. Dove ora c' un negozio di
cosmetici e una cappella, l molti secoli fa, all'inizio del Trecento,
una casa fu rasa al suolo e sulle sue macerie fu cosparso
il sale. Apparteneva a Marco Ranfo, rettore della citt, accusato
di alto tradimento. Voleva prendere il potere, cederlo a
Venezia, ai vescovi? Non lo sappiamo, la sua storia aleggia
nel mistero. Per sappiamo che ci fu una sommossa, che fu
giustiziato insieme ad alcuni suoi figli, i suoi beni confiscati,
la sua famiglia messa al bando, e i banditi se ritrovati sarebbero
dovuti essere decapitati, le donne bruciate, il nome suo
e dei suoi maledetti come traditori della patria per sempre.
Sei nel Medioevo, a pochi passi da te l'antica Torre del
Mandracchio con le campane che rintoccano per le esecuzioni
capitali, e subito fuori dall'antica porta un bersaglio che
i triestini usano per addestrarsi con le balestre, e tre forche
belle in vista. Ora immagina dei pellegrini sordidi, maleodoranti,
passarti accanto, seguili, vai verso piazza Hortis. Ci
sono molti locali alla moda, tu resta nel Medioevo. Potreste
chiedere accoglienza a duecento metri, nell'Ospitale dell'Annunziata,
o in quello di San Lorenzo in Largo Riborgo, o
arrampicarti verso San Giusto e cercare quella che in futuro
si chiamer via dell'Ospitale. Hai una conchiglia addosso, o
un ramoscello di ulivo, o le chiavi di san Pietro, ti stai quindi
dirigendo a piedi a Santiago, Gerusalemme, Roma, hai fatto
testamento, non sai se ci arriverai. Di gente come te ce n'
tanta, anche se di voi nessuno parler dopo l'arrivo dell'opulenza
imperiale. Il ricordo di voi nomadi sar sepolto.
Tanti, tantissimi, basti pensare che nel Duecento Venezia
detta al porto triestino delle disposizioni vincolanti per il vostro
trasporto, e che nel Quattrocento Trieste e Capodistria
fanno un patto di non belligeranza: siate voi, pellegrini di
terra e di mare, a scegliere il porto che pi vi aggrada. Torna
al presente: sui tuoi opuscoli non si parla delle forche, dei
bandi perpetui, del sale cosparso sulla terra, degli straccioni
che attraversano il mondo a piedi, eppure voi ci siete, siete
le fondamenta di questa citt. Riprati in un vicolo. L'ultimo
ragionamento e ti lascio andare.
Diceva Elio Apih, uno dei maggiori storici locali, che Trieste
 stata capitale adriatica e allo stesso tempo citt di provincia,
una metropoli mancata dentro e fuori dall'Europa. Come lui,
molti altri passati di qua hanno avvertito di stare su un confine,
un limbo, una sutura, finestra sull'ignoto, porta d'Oriente,
ultima stazione dell'Occidente, primo assaggio di Sud o ultima
sferzata di aria nordica, una periferia centrale, un sobborgo
non trascurabile, anche se per ragioni sempre diverse.
 stata maggiormente compresa, secondo me, da chi l'ha
scrutata da lontano, nella distanza che rende le misure delle
cose, come Magris che scrive il suo primo libro, sul mito
asburgico, vivendo a Torino, o Slataper che la pensa dai boschi,
o Giani Stuparich che nel 1915, in piena guerra, chiede
al suo capitano di potersi affacciare a un varco nella pineta,
ci va, non lo trova, torna sui suoi passi, ci riprova e alla fine
si apre a lui il golfo, il cuore gli sussulta, la citt si confonde
nell'azzurro delle sue colline, dice, ma ne riconosce ogni segno.
Ecco ci che nel mio terribilmente piccolo ho tentato di
spronarti a fare: guardare la soglia dalla soglia. Rintracciare
il caos nell'ordine. La selva oscura nell'incrocio delle strade
ortogonali votate ai commerci, e la perfezione della geometria
laddove si pensa trionfi l'insensatezza della boscaglia.
Come si pu capire il margine se non osservandolo da un
altro margine?
Vorrei ti convincessi che la straordinaria forza di questo
luogo  data dalla sua natura ibrida. Intitoliamo per primi al
mondo un teatro a Giuseppe Verdi, andiamo a conversare
di lirica nei caff, compriamo e leggiamo pi libri di tutti,
andiamo a teatro, organizziamo festival cinematografici tutto
l'anno, siamo la citt della scienza e delle vele, tutto ci ha
un senso a patto che non ci vergogniamo di essere ci che
abbiamo sempre fatto finta di non essere: spietati tiratori di
balestra, ospitalieri di sozzi pellegrini, ubriaconi, profughi,
assassini, boscaioli, contadini senza terra, contrabbandieri,
pescatori col mal di mare, poeti maledetti, gente dalla doppia
vita, dalla faccia tripla, dalle molte coscienze, sporche quanto
basta, attaccati al denaro, narcisisti cronici, grafomani incurabili,
borghesi dai modi burberi, pastori che si imborghesiscono,
esseri con molte ferite non rimarginate, molto sangue
che ci cola lungo le gambe, che si riversa a terra, che si infiltra
tra i calcari, raggiunge i misteriosi rami dei fiumi sotterranei,
raggiunge il mare e torna, trasformato, alle rive che stanno
davanti a te. Non ci sono barbari al di l del confine, non c'
confine, noi siamo il confine, noi siamo i barbari.
Esci dal vicolo, svicola, datti alla bora. Le case si muovono?
Stendhal diceva che  un vento abominevole, che
piuttosto avrebbe preferito affrontare i briganti. Un grande
Stendhal, ma non aveva capito nulla di noi. Finch ci sar
bora, ci sar speranza. Senti come esercita pressione sui lobi
della tua fronte, scava, comincia a traforare, tra non molto te
l'avr bucata e spazzer furibonda nella tua scatola cranica,
e di colpo, prima che tu possa elaborare qualsiasi abbozzo
di pensiero, la tua testa sar un grumo di bianco. Non potrai
pi dire chi o cosa sei, quale sia la tua nazionalit, quale
la tua madrelingua. Italiano, sloveno, croato, istrorumeno,
istroveneto, istrioto, schiavetto, friulano, tedesco, ebraico e
tutti i dialetti che strisciano tra le valli, i suoni perduti, tutto
risuoner nella tua bocca. Non avrai pi morti da recriminare,
perch gli spettri saranno usciti finalmente, liberi loro,
libero tu. Non saprai pi cosa sia una frontiera. E vedrai gli
orsi camminare sul molo, le linci saltare sui tetti, ci saranno
orme di lupo a indicarti la via verso la tua camera d'albergo.
Sar bellissimo.
Caro lettore,  ora. Torna in te. Smetti di immaginare. Scusami
per le mancanze. Avrei dovuto fare molti altri nomi, farti
vedere pi posti. Ciao. Mi auguro sinceramente di incontrarti
in un giorno di bora. Vieni da Budapest, da Milano, da Enna,
da Praga, da Lecce, da Vienna, da Santiago, vieni a occuparla
Trieste, e con essa Trst, Triest, Trieszt, Tergeste, siediti davanti
a questo frammento di Mediterraneo, su una bitta, su una
panchina, stenditi a terra, o su una carbonaia, sul ciglio di
una foiba, sulla cima dell'Ucka, all'entrata del lager, in fondo
a una dolina, resta cos, inerme e fragile, stabilisci qua la tua
casa.  casa tua, non  casa di nessuno. Parla tutte le lingue
che vuoi, vieni come sei, vieni e fai della soglia il tuo destino.
Pianta la tenda in piazza Unit come se fossi nella selva.
Aiutaci tu, forestiero, a riesumare le foreste che sono in noi. Vieni
come vuoi, ma ti prego, in nome dell'amicizia che abbiamo
stabilito in questo limite, vieni sorridente e con le mani alzate,
spiegaci come ci si arrende, facci conciliare in qualche modo,
insegnaci a coniugare i verbi al futuro, vieni in pace.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
...
Grazie ai pazienti e disponibili impiegati della Biblioteca Civica "Attilio Hortis" di Trieste. Sia lodato l'archivio on line de "Il Piccolo", grazie al quale ho potuto consultare molti articoli (che per ragioni di spazio non sono elencati nella bibliografia). Un inchino ai miei primi lettori e ai loro consigli: Gianfranco Franchi, Ugo Pierri, Riccardo Cepach, Tiziana Zamai, Luca Signorini, Roberto Todero, Diego Masiello, Martina Vocci, Pietro Spirito, Antonella Di Matteo, Gianmaria Nerli.
...
.
...
Bibliografia.
...
Caro lettore, come sai questo  un itinerario sentimentale e non un saggio accademico, quindi non troverai i libri in ordine alfabetico. Ho deciso di elencarli in ordine di apparizione nel testo, sia che vengano citati esplicitamente, sia che siano stati letti per pensare escrivere quelle righe. Naturalmente ci sono libri che sono stati utilizzati in pi capitoli, ma ho scelto di inserirli nel punto in cui sonoapparsi la prima volta o in cui sono risultati pi utili. Ne ho consultati altri, e con essi articoli rintracciabili su siti di quotidiani, di rivisteo di autori, per qui non li troverai, come ho detto poc'anzi, per ragioni di spazio. Anche la bibliografia  un viaggio, per cui non mi resta che augurarti buon cammino.
...
1. Le case si muovono.

Scipio Slataper, Il mio Carso, Firenze, Libreria della Voce, 1912.
Stelio Mattioni, Dolodi, Rovereto, Zandonai, 2011.

2. Non basta una guida.

Umberto Saba, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1988.

3. Citt maledetta.

Luigi Nacci, Trieste allo specchio. Indagine sui poeti triestini del
secondo Novecento, Trieste, Battello stampatore, 2006.
Istvn Bib, Miseria dei piccoli Stati dell'Europa orientale, Bologna,
Il Mulino, 1994.
Biagio Marin, I delfini diSlataper, Milano, Scheiwiller, 1965.
Angelo Ara, Claudio Magris, Trieste. Un'identit di frontiera,
Torino, Einaudi, 1987.
Ennio Emili, Il "maleficio" di Trieste. Le due triestinit, estratto da "Il
cristallo", n. 3, Bolzano, Centro di cultura dell'Alto Adige, 1980.
Giampiero Mughini, In una citt atta agli eroi e ai suicidi, Milano,
Bompiani, 2011.
Vincenzo Cerceo, Claudia Cernigoi, Diego de Henriquez. Il testimone
scomodo, Trieste, Beit, 2015.
Cristina Battocletti, Bobi Bazlen. L'ombra di Trieste, Milano, La
Nave di Teseo, 2017.
Claudio Tonel (a cura di), Trieste cos com', Trieste, Dedolibri, 1988.
Mauro Covacich, Trieste sottosopra, Roma-Bari, Laterza, 2006.

4. Risolvere il rebus.

Jan Morris, Trieste. O del nessun luogo, Milano, Il Saggiatore, 2009.
Fulvio Tomizza, Alle spalle di Trieste, Milano, Bompiani, 1995.
Ivo Andric, Scrittore e diplomatico europeo. Evropski pisac i diplomata,
Trieste, Comunicarte, 2010.
Ivo Andric, La storia maledetta. Racconti triestini, Milano,
Mondadori, 2007.
Guido Timeus, Contributo allo studio sulla diffusione dell'alcoolismo
nella citt di Trieste, Trieste, Tipografia del Lloyd, 1907.
Federica Manzon (a cura di), I mari di Trieste, Milano, Bompiani,
2015.
Pino Roveredo, Mastica e sputa, Milano, Bompiani, 2016.
Sergio Penco, Ballate dal Mary Celeste, Trieste, Istituto Giuliano di
Storia, Cultura e Documentazione, 1998.
Carlo Yriarte, Trieste, Pordenone, Biblioteca dell'Immagine, 2013.
Biagio Marin, Strade e rive di Trieste, Milano, All'insegna del pesce
d'oro, 1986.

5. Nani stracci accattoni.

Mauro Covacich, La citt interiore, Milano, La Nave di Teseo, 2017.
Pietro Kandier, Saul Formiggini, Pasquale Revoltella, Giovan Battista
Scrinzi, Tre giorni a Trieste, Trieste, Beit, 2013.
Pietro Kandier, Emporio e Portofranco di Trieste, Trieste, Edizioni
Astra, 2008.
Roberto Finzi, Giovanni Panjek (a cura di), Storia economica e sociale
di Trieste. La citt dei gruppi 1719-1918, Trieste, Lint, 2001.
Lucio Fabi, La carit dei ricchi. Povert e assistenza nella Trieste laica
e asburgica del XIX secolo, Milano, Franco Angeli, 1984.
Marina Cattaruzza, La formazione del proletariato urbano, Torino,
Musolini, 1979.
Andrea Scartabellati, Prometeo inquieto, Roma, Aracne, 2006.
Roberto-Damiani, Poeti dialettali triestini, Trieste, Edizioni Svevo
Lafanicola, 1981.
Adolfo Leghissa, Un triestino alla ventura, Trieste, Italo Svevo,
1974.
Adolfo Leghissa, Trieste che passa, Trieste, Italo Svevo, 1971.

6. Sopra sotto le righe.

Filippo Tommaso Marinetti, Rapporto sulla vittoria futurista, in Aldo
Palazzeschi, L'Incendiario, Milano, Edizioni Futuriste, 1910.
Bruno Giordano Sanzin, Aeropoeta, Latina, Novecento, 2004.
Farfa, Noi miliardario della fantasia, Milano, Edizioni La Prora,
1933.
Carolus L. Cergoly, Latitudine Nord. Tutte le poesie mitteleuropee
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7. Dr Jekyll Mr Hyde.

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9. Una citt di mare?

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10. Dio acqua famiglia.

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Scipio Slataper, MojKras. Il mio Carso, Trieste, Beit, 2015.
Danilo Dolci, Creatura di creature, Milano, Feltrinelli, 1979.
Carlo Stuparich, Cose e ombre di uno, Caltanissetta-Roma,
Salvatore Sciascia Editore, 1968.
La testimonianza di Nerina De Wanderstein  tratta da una serie
di interviste a sopravvissuti dei lager realizzate da Rai Educational.
Julius Kugy, La mia guerra nelle Giulie, Valbruna, Edizioni Salsera, 2008.
Giorgio Gregorio, La Via Eterna, 2008 (film).
Emilio Comici, Alpinismo eroico, Milano, Corriere della Sera, 2014.
Flavio Ghio, Giorgio Gregorio, Domandando di Dougan, 2017
(film).
Julius Kugy, Dalla vita di un alpinista, Milano, Editoriale Domus,
2005.
Corinna Valentini, L'esilio del Leone. Richard F. Burton dall'Africa a Trieste, Trieste, Mgs Press, 1998.
Giorgio Altarass, Brigata Repentabor, Gorizia-Trieste, Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, 1996.
Lino Carpinteri, Mariano Faraguna, Furio Bordn, L'Austria era
un paese ordinato. LTmperial-regio romanzo del mondo che fu,
Milano, Longanesi, 1982.
Roberto Alajmo (a cura di), Repertorio dei pazzi d'Italia, Milano,
Il Saggiatore, 2012.

16. La resa il futuro.

Carlo Donato, Guido Tamburlini (a cura di), La Via Romea Orientale.
Itinerari per un turismo culturale e religioso in Friuli Venezia
Giulia, Pordenone, Tipografia Sartor, 2001.
Elio Apih, Trieste, Roma-Bari, Laterza, 1988.
Giani Stuparich, Guerra del '15 (Dal taccuino d'un volontario),
Milano, Garzanti, 1943.

Per una panoramica sulle mappe e la mutazione dei confini ti
consiglio:
Franco Cecotti, Il tempo dei confini. Atlante storico dell'Adriatico nord-orientale nel contesto europeo e mediterraneo 1748-2008, in collaborazione con Dragan Umek, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia,
2010.
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...
FINE.